Adveniunt barbari ad portas

29 09 2012

Liberthalia

A conclusione di un ciclo storico, il ventennio berlusconiano termina così com’era cominciato: una recessione economica devastante, sul vento dell’anti-politica che negli anni s’è trasformato in tempesta, con gli stessi problemi irrisolti di sempre nel frattempo deflagrati in cancro sociale, attraverso la farsa che anticipa e supera la tragedia.
Il Satyricon da basso impero che precede la calata dei barbari ne è solo il degno epilogo nel trionfo estremo del kitsch, al quale per almeno 6 lunghi lustri si sono uniformati i gusti ed i comportamenti dell’italiano medio, con un’indulgenza complice e spesso compiaciuta di una cosiddetta società (in)civile.
Se l’attuale crisi economica in corso ha un merito, è l’aver bloccato quella formidabile macchina del consenso, cessando di oliare gli ingranaggi di un meccanismo di redistribuzione sbagliata… La stessa che per decenni ha garantito la sopravvivenza di un sistema sostanzialmente corrotto, fondato com’era su flussi di denaro pubblico irrorati…

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Hai un blog? Si vede che non lavori!

13 09 2012

imageOggi torno al mio lavoro, con buona pace di chi ha insinuato, non conoscendomi, ch’io fossi un mantenuto (da chi?) o un benestante (con quali soldi? Quelli che percepisco e che spendo – tutti! – per vivere?).
Vivo del mio lavoro, per mia fortuna.
Non sono lo scrivano o lo scribacchino di nessuno, se non di me stesso e delle idee che esprimo in perfetta autonomia.
Non sono, per dirla tutta e per fare un esempio, un ghostwriter per conto di qualcuno o un Freelance Journalist chiamato a scrivere sotto dettatura, a far l’ottomano che segue e serve il suo Magnifico Solimano.
Lavoro come programmatore in un’azienda privata, per e con merito, che opera nel settore software destinato agli enti locali.
Subordinato da 23 anni, perchè dipendente e non titolare. In poche parole: mi faccio il mazzo quotidiano!
Ho avuto la fortuna di trovare occupazione (quasi) subito dopo il diploma.
Questa acquisita capacità di mantenermi e soddisfare i miei piccoli bisogni, mi ha poi spinto ad abbandonare gli studi universitari, intrapresi inizialmente per rinviare l’allora obbligatoria leva militare. Rispetto alla quale ho, poi, presentato obiezione si coscienza.
Da giovane ho visto truppe di giovinastri (giovini astri), di destra, di centro e di sinistra, sottrarre il posto di lavoro agli altri giovani che dicevano di rappresentare, in enti regionali o para, grazie alla tessera che portavano in tasca, usata come passepartout per emeriti parassiti imbe(ci)lli, privi di qualsiasi capacità, senza virtù nè forza morale, per intenderci.
Ho visto giovani arrivisti ereditare l’elettorato clientelare dei padri, ritiratisi o caduti in disgrazia, nell’era tangentopoli.
Ho visto gruppi fanatici di contestatori, rivelatisi solo smaniosi d’arrivare ad occupare potere (piccolo o grande) e sottopotere in ogni ambito, per dimostrarsi non uguali ai predecessori ma peggiori.
Ho visto piccoli rivoluzionari crescere come grandi burocrati, allevati e abituati a viver di null’altro. Addestrati ed ammansiti dai loro capibastone. Divenuti anch’essi nuovi capibastone.
Io vivo del mio merito, a testa alta e con grande dignità.
Non faccio parte di nessuna nuova o vecchia orda di ribelli (serventi) desiderosi di diventare ex signori nessuno.
Mi sento libero e, se vogliamo adottare una collocazione, di sinistra.
Ma, la mia sinistra, è distante anni luce da quella affarista e che porta con sè gli stessi vizi del malaffare, della malversazione e del malgoverno.
La mia sinistra nel panorama politico – di fatto – non esiste.
E, se fossi di destra, anche in questa non mi riconoscerei. Troppo eversiva e distante dal pensiero e dal rigore di alcuni suoi padri. La destra seria (non fascista!) è sparita nelle mani dell’impolitico che se l’è comprata e l’ha privatizzata, rendendola parte amorale del suo monopolio e dei suoi interessi.
E non potrei, ancor meno, identificarmi in un centrismo cerchiobottista, buono per tutte le stagioni, troppo arretrato per mantenersi sempre in equilibrio.
Meno che mai nelle improvvisazioni di chi vuole aggiungere macerie a quelle già esistenti.
Di chi ha il “mito” dei giovani e delle loro innate capacità e che poi, dall’alto del suo giovanilismo (da vecchio più vecchio di me) fa le paternali, redarguisce, bacchetta e mette in castigo. Con la scusa che “sono giovani, ingenui, arrivisti, inesperti”, e… vadano a giocare da un’altra parte ora!
Mi separerà un abisso sino a quando la dignità della politica non si staccherà dai comitati d’affari e farà della questione morale un punto chiave, che affianca la cura dell’interesse collettivo, delle maggioranze e delle minoranze (degne di tutela, considerazione e riconoscimento).
Per finire: spero di riuscire a conciliare la mia attività lavorativa con questo piccolo blog, che diventa più intenso e attivo di notte o durante le mie ferie estive.
Senza ansie da prestazione e senza inseguire lettori cercati e/o chiamati per fare numero.
Preferisco le minoranze coscienti (di coscienza civile) alle maggioranze distratte e inconsapevoli (e a volte colpevoli di quel che poi contestano… ma questo è un altro capitolo ancora).
Un grazie a tutti.
A presto, si spera.





La libertà degli infonauti e il crash di sistema

16 06 2011

“There are two ways to live your life.

One is as though nothing is a miracle.

The other is as though everything is a miracle.”

Albert Einstein

 

 

 

In questa “laide époque” giunta (quasi) al suo epilogo, dominata da un nanismo politico giganteggiante, avvolta in un’illusione olografica, fondata su un consenso enfatizzato reso, forzatamente e artificiosamente, più che maggioritario, qualcosa di imprevisto, incontrollato e incontrollabile ha fatto irruzione in maniera prepotente e dirompente e ha squarciato la tela del dipinto surreale.

L’informazione senza mordacchia, il pensiero espresso nell’editoria sociale, l’interazione nei social networks, la nuda verità non edulcorata, i filmati di miserrimi personaggi che, senza necessità di commento, si (s)qualificano da soli, lo spirito critico di numerosi bloggers, la satira mordace fortemente agevolata dalla naturale e innata ridicolaggine di certi omiciattoli, il rapido scambio di opinioni in tempo reale, il confronto di idee uno-a-uno o uno-a-molti che dalla rete, come una benefica ondata, dilagano al di fuori, hanno interferito pesantemente con l’establishment politico e la dezinformatsiya di regime.

Dalla discesa in campo, storicamente e sempre preceduta dal medesimo desiderio di creare una realtà aliena al reale, sino ad oggi, il sistema non aveva dimostrato criticità pari al livello attuale.

Tutto rimaneva avvolto dalla nube tossica (e dal cerone) di un’informazione mistificata e addomesticata.

Il nanismo intellettuale e politico, l’incapacità di governo, la pochezza di signori nessuno chiamati ad amministrare (servire) la cosa pubblica con aspirazioni (ispirazioni) private, trovavano giustificazioni nell’avversità del destino (la gravità dell’attacco alle Twin Towers, la sindrome da concorrenza delle economie indocinesi, i nemici esterni o i detrattori interni che inficiavano il buongoverno, l’odierna crisi globale, prima negata, minimizzata e ora causa di tutti i mali).

E così oggi, tra le macerie che ha prodotto, la nomenklatura del Popolo della Libertà (strettamente privata e individuale) non tolleraneppure riesce a concepire – quella diffusa dal virus della libera informazione, che dalla rete si propaga verso la realtà virtuale ologrammata da lorsignori e ne rivela l’autentico volto.

Quest’onda ha rotto lo stato di narcosi eterea (diffusa e propagandata via etere) e dilaniato l’oscena scena e i retroscena.

L’oligarchia di Palazzo non accetta il confronto, la dialettica, il dibattito se non come insulto, arrogante disprezzo dell’altrui pensiero, supponenza, paura di una sovranità popolare che non si fa più carezzare il pelo ed esprime dissenso, richiama alla responsabilità, manifesta disagio e si riappropria d’un desiderio di partecipazione attiva, critica e costruttiva.

Questi maestri d’inettitudine al governo, anch’essi precari, pro-tempore e a tempo determinato (a loro presunta insaputa), si tratti di vecchie retroguardie della Prima Repubblica o di nuovi adepti sedicenti padani, pronti a servir tacendo (sino ad oggi), non hanno ancora capito che il loro meraviglioso mondo fittizio, sempre più distante dalla cruda realtà sociale, politica, fors’anche antropologica ed economica dell’Italia reale, è in totale disfacimento.

La net reality ha sovvertito l’indecente teatrino politico dell’assurdo sin qui inscenato e decantato per voce sola.

Continuino ad arroccarsi nel Palazzo e a perseverare nel farsi e farci del male.

Continuino a magnificare le loro bassezze, la loro inadeguatezza e la loro incapacità.

Prima o poi ci sarà qualcuno chiamato a risollevare l’Italia da un sin troppo lungo, triste, ma non ineluttabile declinante destino.





L’agone poetico del misogino.

14 10 2010

La chiusa dell’editoriale dell’infeltrito su Concita De Gregorio: “A proposito, siccome si dice che la mamma dei cretini è sempre incinta, aggiungeremmo che sarebbe ora che prendesse la pillola (e in certi casi estremi è ammesso persino l’aborto)”, ci spinge a ragionare, non tanto sulla frequente arte dell’insulto (davanti alla quale non ci scandalizziamo), quanto sulla scarsa considerazione, tornata dominante, nei confronti delle donne.

L’impronta è, frequentemente, d’ordine maschilista, contornata da tratti di ostentato “machismo” e caratterizzata da un linguaggio declinato in senso “muscolare”.

In poche parole e in generale, quando origina da matrice maschile, si potrebbero, per brevità e sintesi, definire: “ragionamenti a cazzo”.

C’è da dire che non sempre, però, l’origine e il tratto sono di segno maschile. Recentemente Angela Napoli di Futuro e Libertà ha così qualificato il “carrierismo” interno al PDL: “Candidate dopo essersi prostituite”.

La memoria ritorna alla poetica dedicata dall’infeltrito a Veronica Lario sulle colonne di “Libero”: “Lei stessa proviene dal mondo dello spettacolo, memorabili sono le sue esibizioni a torace nudo sul palcoscenico del teatro Manzoni” ed anche: “Nei panni della signora avrei agito diversamente, anche solo per evitare il rischio di un ricovero coatto in struttura psichiatrica”; al Filippo Facci che così argomentava: “Mara Rosaria Carfagna dovrebbe dimettersi perché tutto sommato è un danno per il governo cui appartiene … punto di non ritorno per un elettorato cui puoi propinare quasi tutto ma non tutto. Ha cominciato a fare politica nel 2006 e a metà del 2008 è diventata ministro: è troppo, punto”; al Massimo Donadi, capogruppo dell’Italia dei Valori che, a tal proposito, si chiedeva: “Se Bill Clinton avesse fatto Monica Lewinsky ministro la vicenda sarebbe diventata di rilevanza politica oppure no?“.

Il pensiero e il ragionamento misogini, che si tramandano, da secoli inalterati, in molti ambiti (Chiesa, Politica, Società), sembrano ancorati attorno alla questione inerente l’esistenza o meno dell’anima delle donne e nell’altrettanto immortale visione di corpi utili (al dilettevole), sprovvisti di sostanza e dignità.

Il ricordo, in stile bipartisan, così si sposta sulla raffigurazione di Giorgia Meloni come “Ministronza” per poi tornare sull’infeltrito che, in una disperata autodifesa, vaneggia: “La Marcegaglia parla ogni due minuti alla televisione e ci ha fatto venire il latte alle ginocchia. Anzi, se permettete, ci ha anche rotto i coglioni. Quando ero direttore non me ne fregava niente di intervistarla, e penso di interpretare il pensiero di Sallusti e cioè che anche a lui non interessa una sua intervista” e Sallusti(o) di rimando: “La Marcegaglia è un’isterica non do­vrebbe essere a capo di Confin­dustria”.

E come non citare le amenità del più noto tombeur de femmes (nella linguistica misogina: donnaiolo) degli ultimi 150 anni?

Lei è più bella che intelligente. Non mi interessa nulla di ciò che eccepisce” (rif).

Sapete perché Bresso è sempre di cattivo umore? Perché al mattino quando si alza e si guarda allo specchio per truccarsi, si vede. E così si è già rovinata la giornata” (rif)

Ora la parola alle donne: soprattutto per decidere sui loro corpi e sulle loro intelligenze.





Alla deriva: la politica dell’impolitico.

21 08 2010

L’attuale deriva della politica italiana e dell’Italia tutta, sempre più vittima di una continua involuzione e decadimento, sembra figlia legittima del processo di acculturazione di pasoliniana memoria.

Come risultato l’ulteriore distanza tra due mondi più che mai alieni: la politica (ormai piccola e meschina) e il vivere quotidiano delle persone comuni (quella che si definisce, non a caso, “società civile”, come se dall’altra parte regnasse e vigesse l’inciviltà).

Si è perso (la classe dirigente ha totalmente smarrito) il senso e la percezione della realtà, la ragione di sé, del suo mandato e dei problemi reali dei cittadini.

Da troppo tempo si manifesta disattenzione, che a tratti sconfina nel disprezzo, verso tutto ciò che non origina da cooptazione, nepotismo e servilismo, affarismo e mercificazione, in un sistema sempre più oligarchico, impenetrabile, chiuso (e, pertanto, ostile rispetto al mondo circostante), sino a cancellare qualsiasi residuo di democrazia esterna e interna (che si traduce, alla fin fine, in negazione della democrazia tout-court).

Tante, troppe sarebbero le parole da “spendere”, forse inutilmente, in un interminabile j’accuse!

Chiamatelo pure qualunquismo. Chiamatela antipolitica. Chiamatela come volete e come vi pare e piace.

Ma proviamo a dare una risposta ad una sola domanda: “L’ostilità e il senso di distacco da chi o da cosa deriva, se non da questa distanza tra paese reale e politica aliena?”

Il crescente astensionismo è o non è segnale di questo divario e questa disaffezione che divengono incolmabili?

Sempre più spesso, il confronto politico si traduce in scontro aprioristico, che nega qualsiasi possibilità di dibattito serio, anche acceso e animato, per ridicolizzare-radicalizzare la disputa con l’avversario interno o esterno (vissuto come nemico da abbattere, sovente non prima d’averlo opportunamente dileggiato, se non vilipeso).

Lo spartiacque destra-sinistra (antistorico rispetto all’evoluzione sociale) è rimasto avvolto dal e nel furore ideologico, anziché concretarsi nella diversità di soluzioni proposte a fronte di questioni epocali (immigrazione, bioetica, diritti civili, assetto istituzionale, per citare solo alcuni possibili esempi); cioè su temi e problemi che, non da oggi, travalicano la discriminante ideologica e dovrebbero coinvolgerci tutti.

Chi esprime perplessità e posizioni non conformi è necessariamente collocato sul fronte opposto o viene tacciato di anti-italianità.

Destra e sinistra (o per usare altri termini ormai desueti, fascista/comunista) assumono la veste (logora) di epiteti e di aggettivazione dispregiativa, dell’una contro l’altra parte o nello stesso contesto politico d’appartenenza, per (s)qualificare i non-allineati (il libero pensiero, la criticità, il sano dubbio e la non omologazione).

Seguire tutti questi rinati istinti primordiali non giova a nessuno: non a questo Paese, non alla nobiltà della Destra e della Sinistra (storiche), non alla Politica, non alla Convivenza Civile e Democratica, ancor meno alla Cultura.

Alimentare, sempre e comunque, a ranghi serrati, il tribuno della plebe di turno o il leader sedicente carismatico (in un’era priva di carisma, in un’epoca di nani dove quello un tantino più alto figura ingigantito), è una forma di populismo deteriore, che mortifica e porta i cervelli all’ammasso.

Significa legare il proprio destino alle fortune e miserie di un singolo, che dietro sé – assai spesso – può lasciare solo macerie.

E’ tempo di entrare nell’era della post-mediocrità.

Verrà il tempo di andare “avanti”, dar vita ad una sorta di Kadima italiana, non necessariamente in forma elettorale, un trasversalismo e un’unità di nobili ragioni e intenti, sulle grandi questioni che coinvolgono l’Italia, di tutte le forze parlamentari, che sappiano interpretare il senso di malessere, di mancata appartenenza di molti all’uno e all’altro schieramento e tradurla in pensieri e azioni (pro)positive e di crescita per una società non più vittima dell’involuzione e dell’oscurantismo.

E’ sempre più urgente e necessario colmare questa anomala distanza tra politica e partecipazione. Se vogliamo che la politica e la democrazia (cor)rispondano alla partecipazione.

Certo è che, ora come ora, questo divario pare non interessare tutti coloro che riempiono il vuoto con l’alterazione del consenso. Poco importa se il corpo elettorale si restringe.

Cito, come esempio, l’affluenza alle urne alle ultime elezioni provinciali di Cagliari: al ballottaggio ha votato il 25% degli aventi diritto. Il candidato del centro-sinistra ha vinto col 52% dei voti. Traduzione: quel 52% equivale al 13% di consensi, se depurato dalle alterazioni a vocazione maggioritaria. Coi numeri e coi sondaggi si può, poi, giocare quanto si vuole, ma è questa la fotografia più realistica, denudata da qualsiasi enfatizzazione propagandistica.

Occorre far esplodere questo status-quo, ancor prima che imploda, perché troppo carico e denso di contraddizioni e di distanze incolmabili.

Distinguersi, definirsi da oggi “altro”, per non correre il rischio di risultare poi indistinguibili e per sottrarsi alla politica del caos.

L’aspetto paradossale, in questo Paese, resta quello di un tycoon della televisione, un antennaro, un mediocre parvenue, arrivato alla Presidenza del Consiglio, grazie all’enfasi mediatica e propagandistica ottimamente gestita da chi ricopre contemporaneamente ruoli inconciliabili, che in qualsiasi altra democrazia occidentale avrebbero mantenuto fermo il criterio di ineleggibilità.

Piaccia o non piaccia questa è anomalia tutta e solo italiana.

E’, altresì, opera dell’assurdo che un partito regionalista (altro che federalista!) abbia ricevuto consensi a causa del vuoto politico e di un malessere cavalcato in questi ultimi 16 anni.

Non si continui, pertanto, a invocare il rispetto per l’esito elettorale: ricordo, qualora ce ne fosse bisogno, che, ancora una volta, il primo a venir meno ad un simile ossequio è stato lo stesso Signor B (quando gridava ai brogli, chiedeva di ricontare i voti e non voleva “scollarsi” da Palazzo Chigi, preda – anche in quella circostanza – di un delirio e di un’ossessione incontrollati).

Parliamo della stessa persona che oggi inveisce, in maniera scomposta, davanti all’istanza della Bresso o grida al tradimento dei ribaltoni (quando è lui il ribaltabile) e ai complotti, dopo esser stato attore di analoghi tentativi verso l’ultimo governo Prodi. Anche in quella circostanza senza lesinare “bastonature” mediatiche ai senatori a vita.

Una ossessione continua che, tra le tante storture, ha generato anche l’impossibilità di un dibattito che risulti un minimo costruttivo.

Ormai è chiaro che la contesa travalica destra e sinistra.

L’ossessione non è più di una sinistra “malata” che vede, da sveglia o in sogno, Signor B dappertutto.

La contrapposizione è tra chi, sempre e comunque, amplifica “la voce del padrone” e chi vorrebbe tornare ad una normale dialettica politico-istituzionale, in un paese autenticamente democratico.

La sensazione è che sia giunta la fine di un’epoca, il tramonto di un’epopea, il crepuscolo di un’epica, tutta costruita su un (pre)potere che esalta sé stesso.

D’altro canto anche l’adesione ad un potere “monolitico” non è destinata a reggere in eterno, ancor meno se non più ispirato da valori liberali, democratici e pluralistici, ma solo dominato da vassallaggio, cooptazione, nepotismo e familismo (per non usare l’aggettivazione più appropriata: servilismo).

L’incapacità di gestione politica in tutti questi anni, eretta a sistema, persino nei grandi eventi e profittando delle disgrazie altrui, non può pretendere impunità.

Specie laddove traspare che si siano “mangiati” tutto l’”abbrancabile” e che il tentativo sia stato quello di legittimare l’illecito.

Oltre e al di là dell’illecito, che spetta a chi di dovere perseguire, non è pensabile che continui a vigere e sopravvivere un criterio di irresponsabilità politica nella scelta degli uomini sbagliati.

Il primus inter pares non può dichiararsi estraneo a responsabilità politiche che riguardano, sempre a titolo d’esempio, la nomina di ministri, sottosegretari e coordinatori di partito.

La contesa, dunque, è tra chi ha rispetto per le regole, la democrazia, gli equilibri istituzionali e chi, quotidianamente, gestisce l’impero con atti d’imperio legislativo (pro domo sua e i suoi famigli).

Arrivati a questo punto e dai segnali provenienti da diversi ambiti, pare sia il paese reale a non reggere più.

L’auspicio è quello di veder (ri)sorgere una destra e una sinistra laiche, repubblicane, pragmatiche, relativiste in tema di valori, politicamente e reciprocamente corrette. Se sarà questo lo spartiacque destinato a permanere.

Ecco qual è la speranza: vivere, finalmente, in un paese normale, normalizzato e pacificato.

L’anomalia è così grande da esser diventata sin troppo evidente: quel che i francesi avevano intuito per tempo rispetto a Bernard Tapie, quel che avevano scongiurato gli statunitensi rispetto all’ascesa di Ross Perot, quel che gli spagnoli non hanno consentito a Jesus Gil, quel che in Italia, seppur con ritardo, non è stato perdonato a Craxi…. ho sentore (non certezza) che capiterà, ancora una volta con notevole ritardo, a questo Signor B.

Senza l’ausilio di ipotetici complotti.