Per grazia ricevuta o dell’ego me absolvo.

14 08 2013

La crisi politica perdura e segue di pari passo quella economica.
Le larghe intese della casta,  sostenuta e resa più solida dalle armate della casta stampata, perseverano nel loro unico intento di autoassolversi e garantirsi una continuità politica basata sull’alternanza nel malgoverno.
Il  migliorista, del tanto peggio tanto meglio,  si dice ora pronto e attento a valutare l’ipotesi di condonare qualsiasi nefandezza pre politica, incarnatasi in veste politica nel corso d’un ventennio, lungo il quale non si è posto rimedio all’anomalia, tutta e solo italiana,  del conflitto d’interessi privatissimi, che hanno trovato cura e tutela in forza d’un ruolo istituzionale gestito a propria esclusiva salvaguardia.
L’opposizione,  svilita e resa disarmata da un capo comico,  utile idiota per favorire la restaurazione della casta pron(t)a alle larghe intese,  come unica salvifica via d’uscita, lamenta una  marginalità in verità voluta, cercata e trovata.
La stessa sopravvivenza della casta legittima e dà un senso a quest’opposizione arrivista e assai poco credibile, unicamente determinata a blasonarsi del ruolo parlamentare, non per particolare merito, bensì grazie a quell’irresistibile desiderio d’auto distruzione di coloro  dimostratisi incapaci d’essere alternativa e che hanno fatto sì che il nulla ne occupasse lo spazio e la rappresentasse.
Così,  dopo vent’anni di ferrea anomalia, la normalizzazione,  in nome d’una parte del popolo sovrano,  imbonito dall’immutata potenza dell’etere,  pare l’unica soluzione praticabile.
Poco importa se si farà strame della giustizia,  della legalità e della democrazia.
Ovunque si volti lo sguardo questo paese sembra oramai diventato cultore della carta straccia,  ancor prima di quella costituzionale.
Così, per grazia ricevuta,  sopravvivono o assurgono a nuovi onori fenomeni squisitamente italiani che,  in nessun’altra solida democrazia matura, avrebbero potuto trovare terreno fertile.
Sia che si concretizzi in un vero e proprio atto di clemenza o in qualsivoglia altra forma, l’intera classe politica è accomunata in un’unica corale preghiera.
Per grazia ricevuta: lunga vita all’uomo medio dei media, erede e beneficiato delle disgrazie della Prima Repubblica che, da presunto censore di quel malaffare, sulle cui spoglie ha costruito la sua continuità politica,  viene ora eretto a uomo con un alto senso di responsabilità, nonostante tutti i suoi governi siano stati contraddistinti dall’ossessione pro domo sua.
Più che uomo di Stato, garante del suo statu quo.
Per grazia ricevuta: lunga vita a quella pletora di nani, beneficiati da chi, in quel contesto, ha assunto figura titanica, cui tutto, ma proprio tutto, devono; in primis la sopravvivenza ed il prestigio acquisiti per benevolenza del capo.
Per grazia ricevuta: lunga vita all’ibrido PD, sceso a patti con “l’avversario immaginario”, sempre più occupato a favorire qualsiasi episodio di cannibalismo politico o fratricidio, in attesa d’una definitiva dissoluzione politica e morale.
Quell’inconclusa e inconcludente esperienza post cattocomunista che ha fatto carta straccia della dichiarazione d’intenti sottoscritta col suo elettorato.
Quell’ibrido che è riuscito a mortificare l’essere di sinistra e creare così un’imperdibile occasione per far da sponda alla destra eversiva (rispetto alla Costituzione).
Per grazia ricevuta: lunga vita alle farneticazioni del Grillo (s)parlante e agli adepti da lui movimentati, già dimentichi della nuova chimera della democrazia diretta, rigorosamente in streaming, ora aviluppata nella nebulosa parlamentare, ridottasi alla rappresentanza dell’uno su tutti e omologata al tutti per uno, folgorati sulla via della setta.
Per grazia ricevuta: lunga vita al governo dell’immobilismo che vanta il merito di mantenerci sopravviventi nelle sabbie mobili.
Per grazia ricevuta: lunga vita al migliorista, del tanto peggio tanto meglio, chiamato a vegliare su quel che resta della morente democrazia in questo paese.





Quo vadis, Italia?

9 01 2013

Quo vadis, ItaliaTra (ri)discese ardite e (ri)salite in campo, l’offerta politica per le prossime elezioni vorrebbe mettere definitivamente in discussione l’illusionismo bipolarista che, in questi ultimi vent’anni, molti hanno visto, spacciato e creduto come definitivamente acquisito.
La provvisorietà del sistema italiano, reso forzatamente maggioritario da improbabili formule e alchimie elettorali, si è dimostrata tale in tutte le recenti esperienze di governo.
Nel nostro panorama politico hanno continuato a (soprav)vivere e proliferare le divisioni, la difesa delle singole corporazioni a danno dell’interesse comune e della stabilità che, come appare oramai acclarato ed evidente, se non accompagnata dalla solidità d’un assetto autenticamente e convintamente maggioritario, non può discendere da nessun sistema elettorale in grado di (pre)determinarla (se non per breve tempo).
Una delle verità è che il nostro paese ha mantenuto ancora aperto e vivo quell’elemento fortemente  proporzionale, favorevole alla continua nascita di micro fazioni, sempre pronte a contrapporsi alle tendenze egemoniche, interne ai due poli, sin qui rappresentati dal PDL e dal PD.
Senza farla particolarmente lunga e in estrema sintesi: il Popolo delle Libertà, a suo tempo, è nato da un atto di imperio ed ha convogliato su sè, volente o nolente, il peggio di tutta l’eredità pentapartitica (più la sesta gamba post-fascista); il Partito Democratico è stato crocevia tra post-comunisti e sinistra democristiana, figlio del consociativismo e di un sodalizio da cui è scaturito un ibrido, sedicente progressista, non privo di contraddizioni, sovente costretto ad un’estenuante mediazione tra le parti ed al compromissorio immobilismo.
L’illusoria promessa di rivoluzione liberale, da un lato, e il riformismo di impronta progressista, dall’altro, sono perciò rimasti lettera morta, entrambi imbrigliati nel mai morto conservatorismo di determinati e determinanti settori, dell’una e dell’altra parte, dal potere di veto e dalle resistenze da questi ultimi esercitato a più riprese.
Ecco perché oggi le contraddizioni d’un equilibrio precario trovano la loro fatale e, forse, necessaria esplosione.
Il vuoto politico e la confusione istituzionale, sconfinati in un semi-presidenzialismo al di fuori del dettato costituzionale, hanno poi dato origine all’adozione di un governo tecnico, tutto fondato su una rappresentanza extra-parlamentare (seppur assoggettato al voto di fiducia delle due Camere).
Ora, nella totale incapacità manifestata da tutte le forze politiche, di darsi nuove regole elettorali e istituzionali, il ricorso alle urne rappresenta una possibile via d’uscita dall’attuale stallo e dalla durevole crisi che, per quel che ci riguarda, non è solo di natura economica.
Da quest’importante appuntamento potrà scaturire la definitiva destrutturazione del nostro sistema, con una fase Costituente e con un governo di coalizione (post-elettorale), capace di dare nuova configurazione all’Italia, nell’ambito europeo che dovremo contestualmente immaginare e costruire.
A poco più d’un mese dalla prossima consultazione elettorale lo scenario resta particolarmente confuso ed ancora sin troppo equivoco.
Viviamo, per ora, immersi nell’era del “tutti contro tutti”. Il che rende poco chiare – se non addirittura incerte – le prospettive future.
Ecco, in sintesi e in ordine sparso, gli attori (e i comprimari) politici, scesi o saliti in campo:
– l’apparentemente immarcescibile uomo medio dei media Berlusconi Silvio, che, in un rinnovato e ritrovato spirito revanscista, ripropone i soliti e logori stereotipi contro l’universo mondo che – a suo dire – ha ordito orridi complotti contro la sua venerabile persona.
Il programma politico, nella sua narrazione autodiegetica, ferma e incompiuta dal 1994, è tutto basato sulla sua carezzevole mano,  pronta a difendere e tutelare il portafogli (suo) e del popolo italico; oggi teorizza la fuoriuscita dall’euro, senza meglio specificare quali diventerebbero i rapporti di forza economica e di cambio monetario tra il nostro paese e il resto della comunità internazionale.
Massimo esponente della destra eversiva (rispetto alla Costituzione vigente), che ha già dato prova di quanti e quali danni è capace di generare come forza di (mal)governo, si presenta con la solita coalizione raffazzonata di mai domi maggiordomi, fatta di residuo leghismo domestico, ridottosi a magro (ma famelico) macro-regionalismo nordico stanziale a Roma, grande sud (per Dell’Utri) e vecchi fratelli colonnelli in finto ammutinamento, sempre pronti e proni ad ubbidire al loro benefattore.
– l’omologo, in apparente chiave rivoluzionaria, uomo medio dei nuovi media Grillo Giuseppe Piero, in arte Beppe.
Detentore unico, indiscusso e indiscutibile di un nuovo brand, attraverso cui veicola la sempreverde concezione personalistica della democrazia diretta da pochi (ben organizzati) su molti (disorganizzati).
Particolarmente noto per le diverse epurazioni, si è reso identico a tutti gli altri partiti/movimenti d’impronta padronale che, arroccati nella tenace difesa del dominio personale, hanno fatto strame della democrazia interna e adottato gli stessi metodi per isolare i dissidenti, falcidiare le minoranze o gli avversari interni.
Seppur partendo da giusti e sacrosanti rilievi, mossi contro il malaffare, la malapolitica, la putrescenza di molti geronti inamovibili, ha totalmente perso di vista qualsiasi possibilità di confronto con quel che di buono e salvabile (forse poco) poteva cogliere, posseduto dallla furia iconoclasta e dalla presunzione di poter essere l’unico tutore di una “purezza” che, alla fin fine, si ridurrà ad una più o meno nutrita pattuglia di peones sotto stretta tutela destinati a sbarcare nelle sedi parlamentari.
– il tecnico ora premier pirotecnico Monti Mario che, preso dalla frenesia della propaganda, con lo strascico della destra “perbene”, fa a gara su chi le spara più grosse, distribuisce pagelle, giudizi e voti.
Folgorato da improvvisa resipiscenza, dopo aver messo in temporanea sicurezza (?) i conti, nella sua esclusiva visione macro-economica e finanziaria, dimostra ora maggiore, ancorchè tardiva, consapevolezza rispetto alla necessità di guardare all’economia reale come motore della futura e tanto attesa crescita.
Ha del clamoroso lo stupore di chi soltanto adesso, dopo averne coltivato, favorito e consentito l’ascesa, scopre che trattasi di tecnocrate con piglio, cipiglio e malpiglio di destra, orientato ad imporre soluzioni tendenzialmente affini alla reaganomics o al thatcherismo.
Antonio Ingroia, procuratore in veste di sostituto dell’Apparatčik: la sua rivoluzione civile sembra assumere il ruolo di porta di servizio da cui far (ri)entrare i vari leaders della sinistra costretta all’esilio extra-parlamentare, dell’Italia dei Valori e della Federazione dei Verdi.
Ferma restando la dignità della persona in questione, nei cui confronti si possono però sollevare obiezioni circa l’opportunità di quest’alternarsi del ruolo di (ex?) magistrato inquirente che cede il passo ad una forte caratterizzazione politica, la rottura col movimento “Cambiare si può”, per esempio, dimostra quante e quali contraddizioni si sono manifestate nel concepimento di questo progetto.
Le contestazioni, in particolare, hanno riguardato forme e modalità tutte fondate su vecchie logiche di vertice tra le segreterie dei partiti aderenti e le contraddizioni di chi ha spensieratamente “imbarcato”, assieme alla sinistra “radicale”, un ex ministro/magistrato, a suo tempo sostenitore del programma delle Grandi Opere, del Tav e convinto difensore delle forze dell’ordine che hanno consumato i massacri del G8 di Genova.
Pier Luigi Bersani, Nichi Vendola e il centrosinistra, sebbene non del tutto liberato da alcuni coriacei e resistenti esponenti della nomenklatura, con le Primarie per la Premiership e le candidature parlamentari, hanno rappresentato l’unico, vero esempio di democrazia partecipata (numericamente più che rilevante, non come le condominiali di Grillo, per intenderci), atto a superare i limiti imposti dal Porcellum e colmare la distanza tra rappresentanti e rappresentati.
Il Partito Democratico e Sinistra, Ecologia e Libertà, hanno dato nuova speranza a quel popolo che, anche se ripetutamente deluso, ha così potuto continuare a credere in un futuro fatto di maggiore equità e dove la politica riesca a ritrovare la sua dignità e sia interpretata nell’interesse comune.
Va reso onore e merito a Matteo Renzi, nel cui futuro c’è il destino di un grande protagonista e sicuro leader del centrosinistra, per aver dato un impagabile contributo in questa direzione che ha favorito il superamento del gap politico, generazionale e di genere.
Tra tutte le “offerte” politiche, a tratti dense di populismo e di demagogia, il centrosinistra ha mantenuto un profilo di maggiore coerenza e affidabilità.
Ecco perché il mio personalissimo consenso, per quel che può contare, è orientato verso la bella politica, le nuove speranze e le future conquiste che il centrosinistra sarà chiamato a realizzare, con tutto il senso di responsabilità di cui sarà capace, secondo un programma  di maggiore equità e giustizia sociale.
Le polemiche circa la distanza tra le diverse posizioni in seno al centrosinistra, provenienti in gran parte da chi si dice fermo e convinto sostenitore del bipolarismo e degli schieramenti a vocazione maggioritaria, appaiono abbastanza inconsistenti, almeno per due ragioni: la prima è che la sinistra, rappresentata da Vendola, dopo le funeste esperienze del passato e l’insano fratricidio originato dal “fuoco amico”, ha oggi acquisito quella necessaria consapevolezza dell’essere forza di governo e coltiva una maggior propensione alla ricerca della possibile mediazione e conciliazione, riducendo così il rischio di insanabili divisioni; la seconda è che, se davvero siamo convinti della stabilità derivante dal maggioritario e dal bipolarismo, basato sull’alternanza, presupposto e portato di tutto questo è il democratico confronto delle diverse espressioni politiche raccolte all’interno d’un unico, grande schieramento.
Sotto questo punto di vista il Partito Democratico è stato l’unico a saper interpretare e cogliere lo spirito del tempo che viviamo e presentarsi come valida alternativa maggioritaria per il futuro dell’Italia, dimostrandosi capace di rinnovarsi, favorire il virtuoso circuito democratico dell’appassionato  confronto interno e mettersi in gioco.
Come negli Stati Uniti laddove, sia nel Partito Repubblicano che nel Partito Democratico, convivono una varietà di opzioni politiche che vanno dal conservatorismo più estremo al progressismo più spinto.
Anche in Italia sarebbe tempo di stabilire in quale direzione vogliamo definitivamente spingerci: ecco perchè il voto al Partito Democratico è la strada maestra per il cambiamento e per il rinnovamento di cui l’Italia ha bisogno ed urgenza.





Lo sfasciacarrozze e l’assalto alla dirigenza

9 10 2012

La domanda di Massimo Mantellini via @ilpost ha ricevuto la non risposta in perfetto ormai già vecchio stile renziano.
Che dire: la risposta eLusiva fa del nostro un degno e papabile Re anziano e lascia tutti un po’ deLusi.
L’interrogativo, fugate le – forse provocatorie – congetture, resta, di fatto, totalmente in piedi: chi paga l’impetuosa macchina propagandistica?
Non c’è e non esiste, arrivati a questo punto, in nome della trasparenza (non quella ad intermittenza o a corrente alternata, che lascia luci ed ombre), altra possibile soluzione: il Signorino Margherita renda pubblici i finanziatori.
Si tratta di esaudire quella medesima ed inconsistente promessa pronunciata all’indomani della campagna elettorale fiorentina: fuori i nomi di chi ha pagato le spese e di tutti i finanziatori. Così va nel sistema statunitense…
E’ tempo di pretendere trasparenza, sia a priori che  a posteriori.
Restano sin qui inevase molte richieste di chiarimento: sulla Dotmedia srl, su presunti giroconti a familiari e famigli, su assetti societari dei congiunti coinvolti nella Eventi 6 srl.
Qual è la giustificazione sull’affidamento delle tante campagne pubblicitarie che hanno fatto sì che la Dotmedia, che fatturava 9 mila euro sino al 2008, raggiungesse i  137 mila euro nel 2009 con Renzi sindaco?
Nessuno mette in dubbio la professionalità dell’azienda o delle persone scelte.
Quel che interessa – qui ed ora – sono i legami, gli intrecci e i criteri di scelta che rischiano di gettare cattiva luce su alcune decisioni.
Basta semplicemente fornire i dovuti chiarimenti sulla legittimità delle azioni, che meritano d’essere assoggettate alla sin qui soltanto proclamata trasparenza. Nei fatti, oltrechè nelle belle parole.
L’apparato utilizzato per questa campagna è lo stesso utilizzato in precedenza?
Sottovalutare l’intelligenza di chi sa che la politica ha costi elevatissimi e sa anche che eventi come quelli sin qui organizzati non possono realizzarsi solo grazie al volontariato dei volenterosi, è un insulto all’altrui intelligenza o una sopravvalutazione della propria scaltrezza.
Quantificare e ridurre il tutto ai soli costi chilometrici, legati al rifornimento del camper, è ben poca cosa.
Così pure riferire che il costo d’una determinata campagna, come per esempio l’ultimo Big Bang, è stato di 20.000 euro circa, finanziati in parte da contributi e sottoscrizioni spontanee e la rimanente parte è stata coperta dalla Fondazione Big Bang, non elimina il punto fondamentale: da chi e da dove provengono le finanze della Fondazione? E’ possibile, a campagna avviata, conoscere le regole ferree del fund raising? La Fondazione ha ottenuto il riconoscimento giuridico che era in via di definizione?
L’invito, naturalmente, anticipando la presumibile stizzosa risposta del Signorino Marghe, vale per tutti i candidati.
Altra domanda: tutto il volontariato che si spende generosamente per questa campagna avrà poi diritto ad altrettante  assunzioni per chiamata diretta, come avvenuto in passato?
Qual è la squadra di governo dello sfasciacarrozze o capace di assurgere al ruolo di nuova classe dirigente?
E’ possibile conoscere le donne e gli uomini chiamati a sostituire gli attuali geronti, tutti destinati ad un’ecatombe purificatrice?
Fuori nomi e cifre.
Risposte magari un po’ più esaurienti di quelle fornite sinora. Non la solita aria fritta.
Il lupetto è sempre leale e puro di cuore.
Parola di lupetto!





Endorsement pro Bersani: l’appello alla sobrietà come preambolo alla nuova questione morale

8 10 2012

Correva l’anno 1981, in una nota intervista concessa a “La Repubblica” Enrico Berlinguer sollevava, con largo anticipo rispetto al successivo precipitare degli eventi, il tema e la centralità della questione morale.
L’attualità di quelle frasi resta inalterata ed assume, oggi più che mai, un valore dirompente, soprattutto se si considera che quello stesso vizio ha, talvolta, contagiato coloro che potevano, sino a ieri, menar vanto, a ragione e a testa alta, della loro diversità e della loro distanza dal malaffare.
Ecco, anche per noi che non siamo mai stati figli e seguaci del comunismo, né di rigide ortodossie o fideismi, alcuni passaggi di quelle parole profetiche e sin qui inascoltate.

I Partiti, la società e il bene comune.
‘…I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”…’
“…hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali…”
“…Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti…”

Gli italiani, i referendum e il voto.
“…molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel ’74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell’81 per l’aborto, gli italiani hanno fornito l’immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane…”

Liberare lo Stato dall’occupazione partitocratica.
“…noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l’operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità…”

Combattere il privilegio, premiare professionalità e merito.
“…Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata…”

Lo sviluppo economico sostenibile: mercato ed equità.
“…Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell’economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l’iniziativa individuale sia insostituibile, che l’impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell’attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione…”

La questione morale è il centro del problema italiano: un tutt’uno con la concezione politica e di governo.
“…La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche…”

L’interesse per le sorti del paese e della democrazia.
“…Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude…”

I sacrifici e l’austerità.
“…Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l’operazione non può riuscire…”

Oggi, dopo l’Assemblea del Partito Democratico, l’invito alla sobrietà, pronunciato da Pierluigi Bersani, può e deve rappresentare il preambolo ad un rinnovato impegno teso a dare centralità alla questione morale, quale irrinunciabile presupposto d’una ritrovata buona politica.
In mezzo a tutto il parlar di regole e del loro rispetto è questo quel che più mi ha colpito e ha lasciato il segno. E da qui occorre ripartire.
La trasparenza e il dovere di rendere conto del proprio buon operato, sia a priori che a posteriori, devono diventare requisito fondante di qualsiasi nuova alleanza politica.
Su questo terreno il segretario del Partito Democratico può sbaragliare tutti e dare così un forte senso ed una chiara connotazione alla sua candidatura.
Il possibile riscatto della bella politica passa attraverso una inequivocabile dichiarazione, non solo d’intenti, che trovi riscontro nell’agire politico.
Qualsiasi futuro patto di governo o coalizione non dovranno, né potranno prescindere dal rispetto di questa condizione.
La sobrietà e il senso della misura costituiscono un doveroso richiamo, soprattutto nel momento in cui troppe ombre aleggiano sul rampantismo, per dirla senza troppi giri di parole, della campagna renziana.
Chi paga quell’impetuosa macchina da guerra propagandistica?
E – ancora – quell’arrogante ostentazione di un deteriore modello trionfalistico fa parte, a pieno titolo, del patrimonio politico, umano e culturale della sinistra italiana o è una sua trasfigurazione ed una mutazione antropologica? Non ricorda, seppur vagamente, i tempietti di Panseca del tronfio trionfo craxiano?
Pierluigi Bersani deve aggiungere poco o nulla al monito berlingueriano: si tratta di attuarlo, finalmente, nei fatti. Prima di subito!
La vera dicotomia non è quella, sin qui propagandata, di natura generazionale (ferma restando la necessità di svecchiare, prima delle donne e degli uomini democratici, alcune idee per renderle adeguate al nostro tempo).
L’odierno spartiacque è tra chi da una parte, ancorchè giovane veste abiti logori e dà fiato a parole abusate sottoforma di banalissimo slogan, si sottrae al confronto diretto sulle idee per il futuro, riduce tutto ad un divario anagrafico, senza mai tener conto della qualità delle donne e degli uomini; e chi, dall’altra, si dimostrerà capace di proporsi come seria e credibile guida disposta a spingersi verso un nuovo orizzonte politico, basato su irrinunciabili principi e in grado di interpretare il ‘noi’ ancor prima dell’io.
Non è più tempo d’inseguire chimere o di sterili affabulazioni.
E’ giunto il momento di dare concretezza alla buona politica, dare e fare spazio a tutti coloro che saranno capaci di portarla avanti, senza stupide e puerili distinzioni d’età.
Il cosiddetto vecchio assai spesso è misura, circospezione, ponderatezza. E’ sinonimo di quella cultura così qualificata da Bobbio.
Il nuovo, altrettanto frequentemente, può essere il nulla ben confezionato ed erede di pensieri riciclati.
Su questi presupposti, su questi irrinunciabili principi, non più solo enunciati ma realizzati, e su questo nuovo orizzonte politico il mio voto andrà a Pierluigi Bersani.
Ovviamente ad un’unica condizione: che si cancellino definitivamente retaggi del passato con tutti coloro che hanno fatto dell’affarismo la loro cifra politica.
Su questo versante voglio un Bersani autenticamente e saldamente berlingueriano.





Il giogo delle regole del gioco

5 10 2012

Il gioco delle regole del giogo o il giogo delle regole del gioco?

Piccola premessa: mentre scrivo l’accordo potrebbe essere stato raggiunto. Le puntualizzazioni che seguono mantengono, comunque, un loro senso.

In questi giorni il dibattito sulle regole da adottare e seguire per le Primarie si è fatto più intenso ed acceso.
In verità, ci sarebbe poco da discutere: gran parte di quelle direttive sono già delineate nello statuto del Partito Democratico.
Ecco alcuni frammenti:
Estratto art.1: “…Il Partito Democratico affida alla partecipazione di tutte le sue elettrici e di tutti i suoi elettori le decisioni fondamentali che riguardano l’indirizzo politico, l’elezione delle più importanti cariche interne, la scelta delle candidature per le principali cariche istituzionali…”
Stralcio art. 2:“…4. Tutti gli elettori e le elettrici del Partito Democratico hanno diritto di:
a) partecipare alla scelta dell’indirizzo politico del partito mediante l’elezione diretta dei Segretari e delle Assemblee al livello nazionale e regionale.
b) partecipare alle elezioni primarie per la scelta dei candidati del partito alle principali cariche istituzionali;

c) avanzare la propria candidatura a ricoprire incarichi istituzionali;
d) prendere parte a Forum tematici;
e) votare nei referendum aperti alle elettrici e agli elettori e prendere parte alle altre forme di consultazione;
f) avere accesso alle informazioni su tutti gli aspetti della vita del partito;
g) prendere parte alle assemblee dei circoli;
h) ricorrere agli organismi di garanzia e riceverne tempestiva risposta qualora si ritengano violate le norme del presente Statuto, quanto a diritti e doveri loro attribuiti…”
“…6. Tutti gli elettori e le elettrici del Partito Democratico hanno il dovere di:
a) favorire l’ampliamento dei consensi verso il partito negli ambienti sociali in cui sono inseriti;
b) sostenere lealmente i suoi candidati alle cariche istituzionali ai vari livelli;
c) aderire ai gruppi del Partito Democratico nelle assemblee elettive di cui facciano parte;
d) essere coerenti con la dichiarazione sottoscritta al momento della registrazione nell’Albo…”
Estratto art. 3: “Il Segretario nazionale rappresenta il Partito, ne esprime l’indirizzo politico sulla base della piattaforma approvata al momento della sua elezione ed è proposto dal Partito come candidato all’incarico di Presidente del Consiglio dei Ministri…”
Parte art. 18: “…8. Qualora il Partito Democratico aderisca a primarie di coalizione per la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri è ammessa, tra gli iscritti del Partito Democratico, la sola candidatura del Segretario nazionale…”
Alla luce di quanto esposto appare malintenzionato il gioco degli equivoci di chi oggi invoca un non ben precisato rispetto delle regole solo pro domo sua.
Appare quantomeno sospetta la richiesta di rispondere al desiderio di ‘allargare il consenso’ (che magari non sarà riconfermato in sede elettorale) da parte di chi, non sprovvisto d’una certa scaltrezza, sa di poter vincere grazie al ‘soccorso nero’, oramai in libera uscita dopo la più grande figura di merda degli ultimi 150 anni.
Le nuove regole, pertanto, non dovranno sovvertire tutto quanto stabilito in precedenza. Da lì bisogna partire.
L’interrogativo più grande è questo: che senso ha far appello ad un voto alla(r)gato, se poi non si richiede un minimo di affidabilità, una dichiarazione d’appartenenza o di vicinanza, da parte di tutti coloro che parteciperanno alle Primarie?
E allora?
Va bene non far campeggiare neppure un frammento di simbolo del PD.
Va bene dimostrarsi talmente ibrido da voler raccogliere a destra e a manca (più dalla prima).
Vabbè che, dopo l’endorsement dei giornalacci della Casta stampata, manca solo l’appello al voto affinchè la destra metta mano nell’elezione del candidato del centrosinistra e si scelga l’avversario.
Vanno bene le americanate con la camicetta bianca d’ordinanza.
Va bene la tele promozione ed il ‘one man show’ patrocinati da grande mente (leggetelo come vi pare, anche separato) dei reality.
Ma non va per niente bene non aver letto lo statuto del partito cui si dice di appartenere e al cui interno esistono regole minime da cui partire, da rispettare e che, vista la novità di queste Primarie totalmente diverse da tutte le precedenti, occorre definire con maggior precisione.
Sarebbe, piuttosto, importante e prioritario stabilire un’occasione di confronto diretto tra i diversi candidati.
Quest’infruttuosa distanza è causa di scarsissima chiarezza: non sono chiare ed evidenti le linee guida dei diversi candidati, non lo è l’ipotesi sul futuro governo e non lo è la coalizione.
Dopodichè potrebbe bastare un turno secco, affiancato dall’inequivocabile certezza data dall’iscrizionie all’albo degli elettori.
Insomma, nulla di diverso da quanto realizzato anche in quel di Firenze, (qui e qui) checchè ne dica il Signorino Margherita ora improvvisamente vago e svagato su un Albo pubblico delle elettrici e degli elettori del centrosinistra fiorentino.
Solo in questa ipotesi e con queste regole (o qualcosa di molto vicino e simile) io, per quel che può contare, andrò a votare.





Il gioco delle regole del giogo (prossimamente sui vostri schermi)

5 10 2012

Si è aperto il gioco delle regole del giogo o il giogo delle regole del gioco?
Prossimamente, tempo permettendo, perchè c’è chi lavora e vive d’altro (dove per altro s’intende il lavoro vero, quello che lorsignori non conoscono, non hanno mai conosciuto e mai tutelato, al di là del loro dilettantistico professionismo della politica), qualche considerazione sparsa sulle ceneri del PD e sulle Primarie.





L’eterna età dell’innocenza di molti italiani

2 10 2012

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In Italia è, di nuovo, tempo di protesta e di rivolta.
Il disgusto, la disaffezione e il malessere sono, però e nonostante tutto, ancora sotterranei o soltanto epidermici. Un’irritazione diffusa che non ha trovato e prodotto adeguati anticorpi.
La contestazione non ha fin qui dato vita a nessuna oceanica manifestazione di piazza.
Nessun assalto al Palazzo ha, per ora, preso forma (che, ci auguriamo, sempre e rigorosamente pacifica!).
L’eterna età dell’innocenza di molti italiani, a distanza di 18 anni dall’avvento del berlusconismo e della cosiddetta Seconda Repubblica, ha riportato alla luce la solita malattia ad andamento carsico.
Una considerevole parte di elettorato, già figlio ed erede dell’epoca pentapartitica, si ritrova – per le identiche ragioni del passato – in libera uscita e in attesa d’approdare su altri rassicuranti lidi.
Oggi, come ieri, dopo essersi affidati e affiliati a uomini che promettevano soluzioni salvifiche e aver, poi, dovuto amaramente ingoiare/constatare che la politica non si è redenta, né si è emancipata dall’affarismo, non più e non solo clientelare, ma prima di tutto personale, famelico, familistico o di avida cricca del malaffare, grida vendetta!
Vendetta, tremenda vendetta!
Quali saranno gli esiti di questa rinnovata auto redenzione non è del tutto chiaro.
Chi avrà in dote la nuova eredità degli italiani eternamente senza colpa?
I sondaggi, sempre basati su ristretti campioni, non si sa bene quanto rappresentativi di un intero più complesso, dispensano consensi e possibili voti verso chi è (in via presunta) rimasto fuori o si dichiara incontaminato, duro e puro.
Il coro delle vergini che, nel loro piccolo (il che è soltanto meno grave nella misura), hanno adottato – talvolta – uguali logiche tese a favorire i famigli e i cortigiani, cercano di ammaliare quest’enorme bacino con offerte d’ogni genere.
Il maggior timore è che l’incalzante conato di vomito collettivo spinga una consistente quota verso l’astensione.
Ricchi premi e cotillons offre il Signorino Margherita Renzi, disposto, nelle sue carnevalate o nella sua Congiura dei Pazzi, a farsi ancora più ibrido, pur di figurare nel disposto testamentario. L’arroganza e la cafonaggine, dell’omino tecnologico sempre intento a giocare col suo oggetto ludico mentre parlano gli altri, non gli mancano. Requisiti che piacciono tanto a tutti gli ex conniventi coi buzzurri ora innocenti.
Addirittura il Magnifico Solimano Grillo posta un pezzo da cu trapela la paura che una parte di dissenso vada a perdersi e riversarsi nel non voto ed esorta tutti a non essere più ‘guardoni della politica’. Il suo invito, sinora, si fonda sulla fiducia da concedere al singolo, in attesa dei candidati last minute, alcuni dei quali hanno già intrapreso la corsa rigorosamente online, ma non solo: blogger d’assalto (con o senza byografia), retroguardie reduci del verdismo dismesso o vari figliocci orfani e delusi, di sinistra e destra, accomunati dal  nuovo mito/rito comune della forca (o della nuova forchetta).
Il terzo polo, centrista, ora lista civica nazionale, propone la linea della continuità del governo Monti con il bis o basandosi sulla cosiddetta ‘agenda’ che qualifica tutto e niente. Più niente, con attestati e competenza tecnica, che tutto.
Il Pd pare sospeso, in balia degli eventi, dei dissidi interni al suo bollito misto e in attesa di superare il guado delle Primarie.
L’Italia dei (porta)valori oscilla tra “anticastismo” e, nel suo piccolo, coltiva la tendenza ad essere micro Casta a gestione padronale.
L’uomo medio dei media, si rifà il trucco, e come un vecchio disco retrò (edito da ‘La voce del padrone’) annuncia abolizione dell’imu, fuoriuscita dall’euro, puttane di regime (uomini e/o donne) per tutti. E’ il b-side o il remake di tutto quanto già visto e già sentito.
Persino Cicciolina, col suo annunciato ritorno, impallidisce e rischia d’apparire più credibile, più vergine e perbene, davanti a certe vecchie baldracche liftate che, ora e solo ora, sbraitano contro il futuro fiorito perché abbondantemente concimato. Dopo aver sguazzato per decenni in quello stesso humus.
E tutto questo è orribile e contemporaneamente ridicolo; un teatro dell’assurdo che ha come protagonisti tutti coloro che, dopo comune appartenenza e spensierata coesistenza, fingono di non (ri)conoscersi e simulano unanime e corale indignazione.
La Lega, dopo aver consumato il parricidio, offre lo spettacolo di tutti i figli del reietto padre putativo, col capo cosparso di cenere e al seguito del ritrovato spirito di lotta, contro la degenerazione di cui sono stati artefici e accoliti.
La sinistra estrema (quella relegata ai margini dei salotti buoni) tenta il suo rilancio, nella speranza di poter successivamente pugnalare alle spalle qualche nuovo governo di centro-sinistra.
Nessuno che dica, con chiarezza, quali sono le strade alternative rispetto all’immobilismo o alle sabbie mobili.
Nessuno che parli di economia reale, di occupazione, del ridotto potere d’acquisto di molte retribuzioni e, di riflesso di intere famiglie, di pubblica amministrazione, di Stato, parastato, governo e sottogoverno, da cui liberare tutto il parassitismo dei collocati di partito, di lavoro, aziende, lavoratori, occupati, sottoccupati e disoccupati, di diritti e di doveri, di chiamata alla responsabilità, di estromissione dei corrotti e corruttori dagli incarichi pubblici. E di molto altro ancora che potrebbe costituire una lista interminabile di priorità.
Restano tuttora ignote le possibili squadre di governo, basate su programmi minimi, credibili e immediatamente realizzabili, per dare speranza ad un paese asfittico e fuoriuscire dall’emergenza.
Fateci vedere, per tempo, le altre facce dietro i soliti faccioni del seducente leaderismo carismatico. Siamo e viviamo nella realtà, non più in un reality di serie B.
Tutti, intrappolati nel Palazzo o in attesa di varcarne l’agognata soglia, bramosi di sopravvivere, rinascere o nascere, grazie all’eredità degli eterni innocenti, che oggi fingono estraneità a tutto il museo degli orrori che hanno, sino a ieri, osannato, giustificato, coperto e favorito.
Intanto si posizionano le partigianerie della Casta stampata. Solo due esempi, contrapposti ma simili: il “Fatto quotidiano” sostiene l’onda (fatta di post) rivoluzionaria; “Il Giornale” e “Libero”, impossibilitati a supportare la destra in liquefazione, adottano manovra diversiva su Renzi, certi del prevedibile effetto detonante.
Sembra ci sia, per adesso, un solo possibile futuro: l’esplosione finale d’un sistema che, ormai, va destrutturato e riorganizzato.