Superare la non democrazia

2 03 2013

Shhh please be quiet democracy is sleeping.jpg216849804Ho già detto e scritto altre volte che non vivo grazie alla politica.
Nutro temporanee passioni che mi spingono a ragionare sulle opportunità politiche, nell’interesse del paese in cui vivo, ancora e sempre prima di quello personale.
L’esito delle ultime elezioni mi vede far parte del corpo elettorale di quella coalizione di centrosinistra che, pur avendo ottenuto alla Camera un premio di maggioranza, di stretta misura, non ha superato al Senato lo scoglio dell’infame legge elettorale, tuttora vigente per colpevole inettitudine dell’intera classe politica, di destra, di centro e di sinistra.
Questa vittoria dimezzata non ha suscitato in me particolari sorprese, perchė attesa, benchė sostenitore dell’offerta politica che ritenevo meno distante dal mio modestissimo punto di vista, meno dannosa per l’Italia, e sperassi nella sua affermazione, al fine di garantire un possibile nuovo governo, all’insegna dell’alternanza e dell’alternativa democratica.
Basta andare a visionare i miei tweet postati prima della proclamazione finale.
Temevo che, oltre gli indubitabili limiti della leadership del centrosinistra, la cosiddetta accozzaglia rivoluzionaria potesse rappresentare l’anticamera di una futura restaurazione e dallo spoglio dei dati reali scaturisse un pareggio, a danno della coalizione data per vincente dai soliti soloni, organici all’uno o all’altro schieramento e si determinasse l’attuale stallo politico e istituzionale.
Nessuno dei membri della casta giornalistica, costituita da coloro che si dilettano nella reciproca celebrazione e ossequio, che amano pavoneggiarsi avvolti nei loro sproloqui, che si riuniscono amorevolmente nei loro salotti mediatici, ospiti o padroni di casa gli uni degli altri, ha avuto il minimo sentore di quel che sarebbe capitato.
Non un sondaggista, a stabile busta paga dei grandi gruppi editoriali e dei networks dell’informazione (in)dipendente, sempre pronti a sfornare dati su commissione, magari partoriti nottetempo o basati su campioni tanto consolidati da risultare scarsamente rappresentativi della realtà in continuo mutamento, ha avuto la lungimiranza di fornire un-dato-uno che avesse un minimo di attendibilità e aderenza con quel che poi si è concretizzato.
La mia analisi, in ordine sparso e forse un po’ confuso, cecherà di evidenziare quanto emerso dallo spoglio elettorale, senza particolari pretese e senza la presunzione di chi è sempre pronto ad emanare verdetti definitivi. Il futuro resta in continuo divenire.
La quasi scomparsa del centrismo e del moderatismo d’impronta montiana è frutto della radicalizzazione di uno scontro che ha caratterizzato anche questa campagna elettorale. È, altresì, la chiara condanna e il rifiuto delle politiche di austerity, che hanno sin qui tradotto e interpretato il sogno europeista in maniera tale da renderlo un incubo quotidiano, per un’Italia rimasta ferma al palo, in termini di economia reale, lavoro, potere d’acquisto e che, di fatto, ha mantenuto inalterato il rapporto di forza economica tra il nostro paese e la locomotiva di un’Europa a due velocità.
Sin dalle origini s’è parlato della nostra debolezza che, in sede di adesione e costituzione dell’Unione monetaria, ha fatto sì che l’Italia entrasse in quel consesso con estremo sforzo (forse non potendoselo permettere) e a costi sociali, politici ed economici troppo alti e gravosi.
Il mancato sviluppo economico e produttivo ha così favorito, nel corso degli anni successivi, l’ulteriore aggravarsi della situazione: la realtà ci vede, ancora oggi, inseriti in Europa con un ruolo di estrema debolezza e sudditanza ed è come se la moneta unica a noi “costasse” più di quanto possiamo permetterci, accompagnata dalle enormi difficoltà derivanti dagli obblighi assunti per poter mantenere fede agli impegni presi.
Nonostante i tassi di cambio fossero, in origine, stabiliti alla pari tra i diversi aderenti, il nostro paese ha poi pagato un costo sociale che, anche a causa dei mancati controlli e dell’enorme peso del nostro debito pubblico, ha scatenato un impazzimento generale dei prezzi ed una notevole perdita del potere d’acquisto.
È pertanto risultato evidente che, invocare ulteriori bagni di sangue e merda, dopo un decennio di grandi sacrifici, non poteva scatenare particolari consensi o adesioni, da parte di un corpo elettorale deluso e in insanabile contrasto con tutta quella nomenklatura, distante e aliena dalla realtà quotidiana di un popolo costretto a manifestarsi come suddito ragionevolmente incattivito.
Altro aspetto, sempre riferito al cosiddetto moderatismo, è che, in un sistema politico nettamente polarizzato, lo spazio per posizioni equilibriste si è definitivamente ristretto e quasi azzerato. Il che è un ottimo segnale per un paese ora libero di orizzontarsi verso il nuovo, fondato sull’evoluzione culturale e antropologica e non più costretto a mediare con l’eterno immobilismo cosiddetto centrista.
L’errore, in un’Italia senza memoria (nè breve, nè lunga), è stato quello di illudersi che un uomo chiamato a farsi figura istituzionale, assunta piena veste politica, potesse catalizzare attorno a sè chissà quali favori e riuscisse a fratturare quel versante di destra da cui proveniva o, più in generale, l’intero bipolarismo.
La non democrazia, su iniziativa del Presidente della Repubblica, in abiti semi-presidenziali e figlia di un parlamentarismo che, in avverse e già mutate condizioni socio-politiche ed economiche, ha ripiegato sul governo tecnico, ha contribuito a far sortire questo risultato. Mesi di decreti e voti di fiducia hanno sfiancato l’intero paese e penalizzato tutte le forze unite a sostegno di quell’esperienza, temporaneo ripiegamento, rispetto all’immediato ricorso alle urne, per paura, eccessiva cautela e, ancora una volta, assoluta ignavia. Anche qui si é dimostrato che al peggio, alla mancanza d’iniziativa e di coraggio, non c’è poi rimedio.
O, se vogliamo buttarla sul ridere e mutuare il linguaggio apocalittico del duo Casaleggio-Grillo, l’orrido complotto planetario del club Bilderberg e dei suoi accoliti, é stato sconfitto!
Dietro o davanti a questo miraggio di irresistibile vittoria, da parte dei sedicenti neo moderati e del centrosinistra, c’è stata l’ingenua, ennesima sottovalutazione di Berlusconi e della sua innegabile capacità a ricompattare attorno a sè la sua destra.
Il grande comunicatore, percepito il clima, ha puntato tutto sulla tenuta del suo fronte e sul prevedibile pareggio, seppure in presenza dell’emorragia di voti in libera uscita.
Il berlusconismo è qualcosa che va al di là della politica: è la destra che non può sopravvivere o esistere in assenza del suo ideatore, è il sodalizio tra Berlusconi e gran parte del suo elettorato che sconfina nell’adorazione e nell’innamoramento pressochè totali. È una dichiarazione di fede, di strettissima osservanza, che inquadra l’uomo, il suo carisma e le sue immaginifiche fascinazioni, prima di qualsiasi altro aspetto.
Tra i tanti paradossi di quest’esito elettorale ce ne sono di particolarmente interessanti, che testimoniano l’anomalia tutta italiana: da una parte un Berlusconi reso perdente di successo, sia da un Bersani, vincitore immaginario, sia da un astuto Grillo, profittatore dell’odierno caos e del ribellismo contrapposto ai vecchi schieramenti, ancor prima che favorevole ai suoi proclami populisti e più che ovvi.
L’uomo medio dei media ha potuto così trarne vantaggio e assicurarsi tenuta e centralità anche grazie all’uomo medio dei nuovi media.
Rientra nella realtà dei fatti che il tour elettorale di Grillo sia stato tutto giocato più contro il presunto vincitore che contro il sempre presunto perdente.
Si dice ora che il vero e unico vincitore, tra le macerie destinate ad accrescersi, sia questo (ex) teatrante che porta con sè un nuovo modello di non democrazia: una nutrita pattuglia di ex anonimi (in verità alcuni già noti per altre più modeste militanze) approda in Parlamento per amplificare la singola voce di un altro incandidabile perdipiù non eletto.
All’indomani di questo “facile” consenso, che certo merita rispetto e riconoscimento, non possiamo prescindere dalla sua natura, dalla sua origine e da quel che sarà in grado di rappresentare.
L’artista politico, nella sua indiscutibile poliedricità e nel suo folklore, è riuscito a concentrare attorno a sè tutto il malumore ed il risentimento, altrettanto multiforme, proveniente da più versanti.
Credo esista, in Grillo e in chi per lui, la piena consapevolezza della varietà umana e politica che il M5S è riuscito a conquistare.
Questo lo renderà altrettanto conscio del fatto che in tutte le prossime mosse maggiore è il rischio di perdere una parte dei favori raggiunti, piuttosto che guadagnarne. Semprechè nella restante parte della politica non domini l’immobilismo e il desiderio suicida.
Sarà interessante vederlo capeggiare un gruppo così eterogeneo, animato e unito da un identico sentimento contestatario ma, forse, portatore di istanze e desideri abbastanza diversi e distanti tra loro.
Grillo e Casaleggio sanno bene che le odierne sollecitazioni degli avvelenati e dei transfughi provenienti dal centrosinistra, che ora spingono al sostegno di un governo Bersani, se accolte, provocheranno una prevedibile perdita di consensi da parte degli avvelenati e delusi della destra in forza al suo elettorato.
È la democrazia, bellezza! E riuscire ad eterodirigere un’identità davvero postideologica non sarà per niente facile, al di là del terreno della protesta.
Una piccola parentesi meritano gli eletti di questo schieramento che, scelti in ambito condominiale, hanno timidamente cominciato a rendersi visibili: l’interrogativo più rilevante coinvolge la natura umana, i vizi e le virtù, che avremo modo di vedere e verificare in sede istituzionale.
Qualche primo, marginalissimo appunto, che mi ha subito colpito, riguarda il fatto che, in tutte le apparizioni sin qui viste e sentite, nessuno dei neo rivoluzionari ha disdegnato l’appellativo “onorevole”: non uno che si sia spinto a ricordare che il suo ruolo è quello di cittadino (come amavano predicare in campagna elettorale) chiamato alla rappresentanza di altri cittadini in sede istituzionale.
Non un commento alla notizia che, in quel contesto, sono risultati eletti una madre senatrice e un figlio deputato; episodio che la dice lunga, sebbene si tratti di un piccolo particolare, di un neo, sul totale mancato controllo circa l’opportunità politica di una concomitanza di candidature nel medesimo ambito familiare (il che non è proibito ma, certamente, non denota alterità per chi crede e spera di rappresentare il nuovo in via esclusiva).
Beppe Grillo, o chi per lui, conosce così bene quante e quali difficoltà di gestione potranno sorgere, tanto da mettere le mani avanti e addossare le responsabilità su  eventuali future defezioni (fors’anche memore di quanto già capitato) ad un presunto “mercato delle vacche” ad opera del Partito Democratico.
Il Partito Democratico si trova ora nelle condizioni di chi, piuttosto che inseguire questo moto ondoso, dovrà dare prova d’essere in grado di proporre un autentico cambiamento e rendersi promotore ed interprete delle necessarie riforme capaci di dare respiro all’economia reale, al lavoro, all’assetto istituzionale, al sogno europeo di diversa impronta, alla moralità nella politica e sanare la frattura con una società civile indignata e che non trova più alcuna degna rappresentanza.
È tempo di mantenere i nervi saldi, smetterla d’inseguire le quotidiane bordate e mettere sul tavolo le migliori idee e le energie davvero progressiste di cui si è capaci, superando i luoghi comuni e le parodie di un Bersani che continua a somigliare sempre di più al vecchio compagno interpretato da Ferrini in “Quelli della notte”.
Fuori tutto il coraggio, sin qui inespresso, per sfidare gli avversari politici e dimostrare d’essere adeguati a governare il rinnovamento.
Largo e meritato spazio, all’interno del partito, a chi, sconfitto con grande onore alle primarie, ha dimostrato tutta la sua immensa dignità e dato un forte segnale sull’inequivocabile necessità di voltare pagina.
Altro paradosso riguarda la Lega: nel momento di massima debolezza detiene il massimo potere in quella parte del paese che nutre il desiderio di farsi Stato nello Stato, se non addirittura Stato a sè stante, rispetto ad un’Italia che, se incapace di risollevarsi, è destinata ad implodere in un definitivo collasso.
È chiaro che il primo schieramento “tradizionale” che riuscirà a rimettersi in asse e riconquistarsi la meritata fiducia si riprenderà la quota protestataria in prestito a Grillo.
Va dato atto e merito a coloro che, in assoluta buona fede, hanno orientato il loro voto in quella direzione, d’avere sin qui evitato una deriva ed un irrimediabile tracollo.
Il nostro paese resta però ancora a rischio e il fascino esercitato da una presunta rivoluzione, se relegata e vocata all’opposizione contro tutti e tutto, è destinata a spegnersi inesorabilmente o favorire pericolosissime involuzioni.
Inutile fingere che la più grande incombenza spetti solo a chi ha il dovere di governare.
Le grandi responsabilità toccano e coinvolgono anche chi ha condotto egregiamente la sua campagna elettorale, spingendosi là dove gli altri non hanno avuto il coraggio e l’ardire di presentarsi, dimostrando ancora una volta la loro assoluta ignavia; chi, a differenza degli altri, ci ha messo la faccia, suscitando speranze anche in assenza di credibili soluzioni.
Se Atene piange, Sparta ha ben poco da ridere e di cui gloriarsi.
E certo non ci si può accontentare, nel medio e lungo periodo, dell’affermazione dell’ennesimo pluri-milionario, che ci invita tutti ad un futuro nel quale saremo “più poveri, ma più felici”.
È vero, la mole di consensi verso i 5 stelle, fa il suo bell’effetto. Personalmente, però, non mi faccio impressionare dal moto ondoso (lo tsunami) originato dalla rabbia, dalla delusione e dallo scarso rispetto che merita quest’orrenda classe politica.
La politica è ben altro: qualcosa di assai più degno di chi la incarna. E, superato il periodo “bellico” della campagna elettorale, ora c’è bisogno di risposte e soluzioni che siano all’altezza.
Nei prossimi mesi vedremo chi sarà capace di proporsi come vero e primo attore politico, meritevole di fiducia e consenso, che abbia tutto il senso dello Stato necessario a salvarci da una rovinosa discesa.
Intanto restiamo in attesa: senza troppo pessimismo, nè particolare ottimismo.
Aspettando che il centrosinistra faccia le sue mosse con la sua ipotesi di governo, che la destra continui ad osannare e servire le necessità e le urgenze del suo capopopolo col ricorso alla piazza, che la parte residua del leghismo suoni la grancassa della macro-regione nordica e che il nuovo uomo medio dei nuovi media scopra le sue carte, anche a rischio di procurare delusioni in una parte di chi ha aderito al moto rivoluzionario.
Siamo in piena rivoluzione.
Sarà un piacere viverne gli ulteriori, futuri sviluppi dopo questo mirabolante debutto.
Aspetto, con ansia, di conoscere tutto il campionario umano delle nuove rappresentanze parlamentari.

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L’uomo medio dei media e l’uomo medio dei nuovi media

9 12 2012

imagePrepariamoci al ritorno al passato o alla svolta definitiva.
La nuova discesa in campo dell’uomo medio dei media (per cacare allegramente sull’Italia) e le improvvisazioni, sedicenti democratiche, dell’uomo medio dei nuovi media, come ipotizzato, costituiscono il nuovo punto d’incontro di chi vuole ridurre la democrazia al trionfo della mediocrità, di un’Italia così destinata ad assumere un ruolo definitivamente marginale ed al di fuori del consesso democratico ed europeo.
Dopo i nominati, uno stuolo di ex anonimi, di rigida osservanza e tenuti sotto stretta tutela, si appresta a sbarcare nelle sedi parlamentari. Il porcellum diminuito ad merdam.
Questa campagna elettorale – la cui apertura ufficiale è ormai sancita dalle dimissioni irrevocabili di Monti – si giocherà tutta su tematiche rese equivoche dall’incontro di sponde apparentemente opposte.
Al peggiore Residente del Consiglio degli ultimi 150 anni, si accompagneranno ulteriori anomalie.
L’assurda convergenza si realizza oggi su questioni già emerse e perciò note:
– il desiderio di fuoriuscita dalla moneta unica;
– la contestazione della pressione fiscale (IMU, EQUITALIA);
– lo spirito antieuropeista;
– la leva esercitata sull’orgoglio ferito d’un nazionalismo, al limite dell’autarchia, contro l’orrido complotto, che fonde insieme i sempreverdi teorici del cospirazionismo o del complottismo (di diversa matrice e ispirazione: del morente berlusconismo e del nascente grillismo);
– l’arma della delegittimazione, a tratti affine al vilipendio, verso qualsiasi istituzione.
Questo è lo scenario che, se dovesse prevalere l’onda anomala che sta per travolgerci, ci attende.
Insomma… è la strada che ci farà sentire un po’ più vicini alla Grecia.
Sarà questo il merito di chi, consapevolmente o meno, consentirà il definitivo declino politico, morale e istituzionale di quest’Italia (democratica?) satura di anomalie.
Io contesto l’insano vizio della distruzione che nulla costruisce e nulla salva.
L’alternativa è che, prima del ricorso alle urne, il centrosinistra democratico, unito attorno alla figura di Bersani e indispensabilmente coadiuvato dall’ex outsider Renzi (Adesso! È rimasto fermamente convinto del bisogno di cambiamento e di rinnovamento, al di là dell’esito delle primarie?), trovi il possibile incontro e la sintesi con l’area delll’autentico popolarismo democratico (non lo chiamerei centrismo, nè moderatismo), che si è sempre e sin qui distinto dalla destra eversiva, facendo convergere attorno a sè tutti quegli altri ora pronti e disposti a compiere lo stesso “strappo” e la netta distinzione dal rinascente eco della voce del padrone.
La migliore risposta, per non cadere nell’ineluttabile declino e nel baratro, non può che essere quella di percorrere la via del ritorno alla politica.
La politica, in tutta la sua nobiltà, si faccia interprete della necessità di dar vita ad un governo, chiamato a tenere alti gli interessi dell’Italia e la sua (buona) sorte futura.
È tempo di dar corpo ad un governo per l’Italia, in chiave politica.
Se la politica vuole ancora mantenere una sua centralità e così riappropriarsi di quella dignità negata dai carnefici generatori del caos e dai seguaci del vuoto assoluto.
La vittoria della buona politica ed il trionfo della democrazia passano, ora, attraverso la definitiva sconfitta elettorale del berlusconismo e di qualsiasi fenomeno analogo, se non pressochè identico.





La salute pubblica secondo l’agenda Monti

30 11 2012

Articolo tratto da Sbilanciamoci.info

Sulla sanità, il presidente del consiglio non ha in mente di aggiungere prestazioni private a quelle pubbliche, ma di sostituire le seconde con le prime. Con gravi perdite di efficienza e di equità

 L’agenda Monti va progressivamente chiarendo i suoi contenuti e sarà bene che in vista delle elezioni tutte le parti politiche, ma specialmente nel centrosinistra, si esprimano chiaramente a riguardo, anche in rapporto ai propri programmi, alle alleanze e alle composizioni del futuro governo che auspicano.

Le ultime dichiarazioni del presidente Monti sulla opportunità che il sistema sanitario trovi nuove fonti di finanziamento, ovvero – per dirla in termini più trasparenti – che si faccia ricorso ad assicurazioni private di fatto sostitutive del servizio pubblico anche in questo settore del welfare, confermano un aspetto paradossale: quanto nelle politiche sociali non è accaduto nel trentennio trascorso – quando l’espansione del neoliberismo ha pervaso le visioni teoriche dominanti, le scelte concrete e il senso comune dell’opinione pubblica – rischia di verificarsi adesso dopo che cinque anni di crisi globale e i controproducenti tentativi di fuoriuscirne applicando le stesse politiche che l’hanno determinata hanno evidenziato il fallimento di quella ideologia e, in particolare, della pretesa che i mercati possano soddisfare con efficienza ed efficacia i bisogni sociali.

La stessa economia del benessere, un ramo nobile della teoria economica liberale, da circa un secolo fornisce contributi analitici che dimostrano le ragioni non solo equitative, ma anche di efficienza economica che inducono a limitare, regolamentare o sostituire del tutto il mercato in campo sociale mediante interventi pubblici. I dati statistici (come quelli Ocse di seguito utilizzati) confermano queste indicazioni. In paesi come gli Stati Uniti, dove in omaggio al fondamentalismo individualista ci si ostina a non capire i vantaggi che in alcune circostanze possono derivare da scelte pubbliche e dove la prestazioni sanitarie sono organizzate dal mercato per oltre la metà, la spesa complessiva è pari al 17,6% del Pil. In Europa, dove la quota della spesa sanitaria pubblica su quella complessiva oscilla intorno ai tre quarti, quest’ultima in nessun paese supera il 12%; tuttavia, mentre nei paesi europei la copertura sanitaria si estende all’intera popolazione, negli Usa quasi il 19% dei suoi abitanti non sono sufficientemente ricchi da potersi permettere un’assicurazione privata, ma non sono nemmeno tanto poveri da poter accedere all’assistenza pubblica.

In Italia la spesa sanitaria pubblica è pari a circa il 7,4% del Pil e rappresenta circa l’80% di quella complessiva la quale arriva a superare di poco il 9% del Pil. Sia la nostra spesa complessiva sia quella pubblica sono inferiori alla media dei 15 paesi originari dell’Unione europea. Particolarmente istruttivo è il confronto della spesa sanitaria procapite che nel nostro paese, tra quelli dell’EU15, è superiore (di poco) solo a quella portoghese, è sostanzialmente uguale a quella greca e è inferiore anche di moltissimo a quella degli altri paesi (quella tedesca è del 46% superiore alla nostra). Negli USA la spesa procapite è superiore del 278% alla nostra ma non ci sono dati che possano far pensare che la situazione sanitaria americana sia superiore; anzi, qualche dato farebbe pensare al contrario (per esempio, in Italia la vita media attesa è superiore a quelle americana e la mortalità infantile è circa la metà; ma un confronto simile richiederebbe molto più dettaglio informativo). In Germania la spesa sanitaria procapite supera del 46% la nostra, i posti letto in ospedale sono 8,3 per mille abitanti contro i nostri 3,5. Ma questi dati sono vecchi di un paio d’anni e nel frattempo sono state prese ulteriori misure restrittive del nostro sistema di welfare (si pensi agli interventi sulle pensioni e nell’istruzione) con l’erronea motivazione che ciò favorirà la ripresa della nostra economia. Ma anche nei paesi come la Germania dove le pulsioni della visione conservatrice sono ancora forti e diffuse non manca l’intelligenza di capire che la spesa sociale, adeguatamente modulata, non è assimilabile ad un consumo che in tempi di crisi non ci si potrebbe permettere, ma è la forma d’investimento più produttiva che c’è, sia sul piano degli equilibri e della coesione sociale sia per la competitività e la crescita a qualitativa e quantitativa del Pil.

Sia nella previdenza che nella sanità l’agenda Monti vuole non aggiungere nuove prestazioni private a quelle pubbliche, ma sostituire le prime alle seconde che, a tal fine, vengono consistentemente indebolite e rese inadeguate alle necessità. Ma in entrambi i casi l’effetto sarà che i bisogni di sicurezza previdenziale e sanitaria saranno soddisfatti utilizzando lo strumento di mercato che è indiscutibilmente più costoso, meno efficace e meno equo poiché discrimina in funzione del reddito l’accesso a servizi di natura primaria. Naturalmente, qualcuno ci guadagnerà e per riuscirci cercherà di coinvolgere chi potrà essere utile a raggiungere quel risultato, ma il paese nel suo insieme ci rimetterà.

D’altra parte, non è un caso che le statistiche internazionali mostrino che la perdita di posizioni del nostro paese si registrano non solo sul piano della crescita economica e nella divisione internazionale del lavoro – dove scontiamo la nostra decrescente capacità d’investire in capitale umano, innovazione e sicurezza sociale. Contemporaneamente al peggioramento economico, nel nostro paese è cresciuta anche l’ineguaglianza nella distribuzione del reddito che ha raggiunto livelli (indice di Gini) superiori alla media Ocse e, ad esempio, a quelli di paesi come Germania e Francia.

E’ questa la caduta economica e sociale che il nostro paese ha imboccato da tempo e l’agenda Monti rivendica con maggior convinzione proprio la visione che di quella caduta è corresponsabile. In questo è favorita dal fatto che il suo ideatore è esente dalle cialtronerie dei passati governi di destra e si ammantata di un’immagine tecnocratica che agli occhi dell’opinione pubblica fa premio sugli attuali deficit della politica. Dunque per la sinistra, da un lato è inutile ripiegare verso posizioni convenzionali e moderate (è più credibile Monti); d’altro lato, occorrono programmi coerenti ai propri valori, ma anche tecnicamente fondati e politicamente realizzabili, capaci di rimuovere la sfiducia nella politica.