L’insulto dell’ometto insulso

8 12 2013

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La nuova caccia all’untore, orchestrata sul suo blog cloaca, dal vecchio comico che non fa più ridere, è quanto di peggio la sua mente malata potesse concepire. D’altra parte l’ometto in questione non è mai stato in grado d’esprimere altro, rispetto alla bavosa rabbia con cui, quotidianamente, alimenta e aizza il suo mini esercito di lobotomizzati.
Alla pari si collocano le sue rappresentanze parlamentari, pròtesi del e protési nel medesimo delirio: affannati signori nessuno che fanno a gara per compiacere e tentare di superare il loro maestro.
Che dire poi del presunto ideologo Becchi: una sorta di vecchio rottame dal fantasioso eloquio e dalle altrettanto bizzarre teorie costituzionali, forse acquisite di rimando dal peggior Berlusconi.
Si tratta – per tornare a bomba – dell’ennesima iniziativa, architettata nella disperata ricerca di quell’amplificazione che non viene più concessa all’incessante idiozia dilagante del vecchio comico para guru.
Nella fogna a cielo aperto, nonchè sede sociale del MoVimento, tutti i nuovi camerati si possono così, allegramente esercitare nella tecnica mista dell’insulto e della violenza, per ora, verbale, di chiara matrice e ispirazione pre e post nazifascista.
Che quest’omuncolo, sin dalle origini, fosse un piccolo neofascista, che fa più schifo che spavento, era e resta cosa nota.
Verrà il giorno in cui potrà serenamente godersi tutti i vaffanculo che merita la sua natura di uomo insulso, confuso in mezzo a molti altri.

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L’eterna età dell’innocenza di molti italiani

2 10 2012

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In Italia è, di nuovo, tempo di protesta e di rivolta.
Il disgusto, la disaffezione e il malessere sono, però e nonostante tutto, ancora sotterranei o soltanto epidermici. Un’irritazione diffusa che non ha trovato e prodotto adeguati anticorpi.
La contestazione non ha fin qui dato vita a nessuna oceanica manifestazione di piazza.
Nessun assalto al Palazzo ha, per ora, preso forma (che, ci auguriamo, sempre e rigorosamente pacifica!).
L’eterna età dell’innocenza di molti italiani, a distanza di 18 anni dall’avvento del berlusconismo e della cosiddetta Seconda Repubblica, ha riportato alla luce la solita malattia ad andamento carsico.
Una considerevole parte di elettorato, già figlio ed erede dell’epoca pentapartitica, si ritrova – per le identiche ragioni del passato – in libera uscita e in attesa d’approdare su altri rassicuranti lidi.
Oggi, come ieri, dopo essersi affidati e affiliati a uomini che promettevano soluzioni salvifiche e aver, poi, dovuto amaramente ingoiare/constatare che la politica non si è redenta, né si è emancipata dall’affarismo, non più e non solo clientelare, ma prima di tutto personale, famelico, familistico o di avida cricca del malaffare, grida vendetta!
Vendetta, tremenda vendetta!
Quali saranno gli esiti di questa rinnovata auto redenzione non è del tutto chiaro.
Chi avrà in dote la nuova eredità degli italiani eternamente senza colpa?
I sondaggi, sempre basati su ristretti campioni, non si sa bene quanto rappresentativi di un intero più complesso, dispensano consensi e possibili voti verso chi è (in via presunta) rimasto fuori o si dichiara incontaminato, duro e puro.
Il coro delle vergini che, nel loro piccolo (il che è soltanto meno grave nella misura), hanno adottato – talvolta – uguali logiche tese a favorire i famigli e i cortigiani, cercano di ammaliare quest’enorme bacino con offerte d’ogni genere.
Il maggior timore è che l’incalzante conato di vomito collettivo spinga una consistente quota verso l’astensione.
Ricchi premi e cotillons offre il Signorino Margherita Renzi, disposto, nelle sue carnevalate o nella sua Congiura dei Pazzi, a farsi ancora più ibrido, pur di figurare nel disposto testamentario. L’arroganza e la cafonaggine, dell’omino tecnologico sempre intento a giocare col suo oggetto ludico mentre parlano gli altri, non gli mancano. Requisiti che piacciono tanto a tutti gli ex conniventi coi buzzurri ora innocenti.
Addirittura il Magnifico Solimano Grillo posta un pezzo da cu trapela la paura che una parte di dissenso vada a perdersi e riversarsi nel non voto ed esorta tutti a non essere più ‘guardoni della politica’. Il suo invito, sinora, si fonda sulla fiducia da concedere al singolo, in attesa dei candidati last minute, alcuni dei quali hanno già intrapreso la corsa rigorosamente online, ma non solo: blogger d’assalto (con o senza byografia), retroguardie reduci del verdismo dismesso o vari figliocci orfani e delusi, di sinistra e destra, accomunati dal  nuovo mito/rito comune della forca (o della nuova forchetta).
Il terzo polo, centrista, ora lista civica nazionale, propone la linea della continuità del governo Monti con il bis o basandosi sulla cosiddetta ‘agenda’ che qualifica tutto e niente. Più niente, con attestati e competenza tecnica, che tutto.
Il Pd pare sospeso, in balia degli eventi, dei dissidi interni al suo bollito misto e in attesa di superare il guado delle Primarie.
L’Italia dei (porta)valori oscilla tra “anticastismo” e, nel suo piccolo, coltiva la tendenza ad essere micro Casta a gestione padronale.
L’uomo medio dei media, si rifà il trucco, e come un vecchio disco retrò (edito da ‘La voce del padrone’) annuncia abolizione dell’imu, fuoriuscita dall’euro, puttane di regime (uomini e/o donne) per tutti. E’ il b-side o il remake di tutto quanto già visto e già sentito.
Persino Cicciolina, col suo annunciato ritorno, impallidisce e rischia d’apparire più credibile, più vergine e perbene, davanti a certe vecchie baldracche liftate che, ora e solo ora, sbraitano contro il futuro fiorito perché abbondantemente concimato. Dopo aver sguazzato per decenni in quello stesso humus.
E tutto questo è orribile e contemporaneamente ridicolo; un teatro dell’assurdo che ha come protagonisti tutti coloro che, dopo comune appartenenza e spensierata coesistenza, fingono di non (ri)conoscersi e simulano unanime e corale indignazione.
La Lega, dopo aver consumato il parricidio, offre lo spettacolo di tutti i figli del reietto padre putativo, col capo cosparso di cenere e al seguito del ritrovato spirito di lotta, contro la degenerazione di cui sono stati artefici e accoliti.
La sinistra estrema (quella relegata ai margini dei salotti buoni) tenta il suo rilancio, nella speranza di poter successivamente pugnalare alle spalle qualche nuovo governo di centro-sinistra.
Nessuno che dica, con chiarezza, quali sono le strade alternative rispetto all’immobilismo o alle sabbie mobili.
Nessuno che parli di economia reale, di occupazione, del ridotto potere d’acquisto di molte retribuzioni e, di riflesso di intere famiglie, di pubblica amministrazione, di Stato, parastato, governo e sottogoverno, da cui liberare tutto il parassitismo dei collocati di partito, di lavoro, aziende, lavoratori, occupati, sottoccupati e disoccupati, di diritti e di doveri, di chiamata alla responsabilità, di estromissione dei corrotti e corruttori dagli incarichi pubblici. E di molto altro ancora che potrebbe costituire una lista interminabile di priorità.
Restano tuttora ignote le possibili squadre di governo, basate su programmi minimi, credibili e immediatamente realizzabili, per dare speranza ad un paese asfittico e fuoriuscire dall’emergenza.
Fateci vedere, per tempo, le altre facce dietro i soliti faccioni del seducente leaderismo carismatico. Siamo e viviamo nella realtà, non più in un reality di serie B.
Tutti, intrappolati nel Palazzo o in attesa di varcarne l’agognata soglia, bramosi di sopravvivere, rinascere o nascere, grazie all’eredità degli eterni innocenti, che oggi fingono estraneità a tutto il museo degli orrori che hanno, sino a ieri, osannato, giustificato, coperto e favorito.
Intanto si posizionano le partigianerie della Casta stampata. Solo due esempi, contrapposti ma simili: il “Fatto quotidiano” sostiene l’onda (fatta di post) rivoluzionaria; “Il Giornale” e “Libero”, impossibilitati a supportare la destra in liquefazione, adottano manovra diversiva su Renzi, certi del prevedibile effetto detonante.
Sembra ci sia, per adesso, un solo possibile futuro: l’esplosione finale d’un sistema che, ormai, va destrutturato e riorganizzato.





Il sito del rito voodoo (o vudù)

11 09 2012

Dal voodoo (o vudù) al wwwoodoo.
Comunque la vediate o la pensiate, lo scontro a distanza tra Favia e Grillo, rappresenta un episodio poco edificante.
Chi era l’altro ometto che si sottraeva puntualmente al confronto diretto? Ah… sì… l’uomo medio dei media.
Chiamati a rispondere sulle dinamiche e il rispetto della democrazia interna al Mo’ Vi Mento, piuttosto che fornire giustificazioni a questo disagio lamentato da più parti, sia Casaleggio, sia Grillo e il suo alter ego, hanno preferito, nel primo caso, tagliar corto e trincerarsi dietro (così narra il mito) la proverbiale scarsa loquacità e, nel secondo, ricorrere all’ignominia da gettare sul nemico degli A$$ociati.
Sarebbe valso e bastato, anche e soltanto, un semplice: ci stiamo ancora organizzando e, questi, sono i normali problemi delle nascenti aggregazioni, ancora in rodaggio e non strutturate in via stabile e definitiva.
In realtà, par di capire che, dietro lo spontaneismo, le poche (e, perciò, incerte, opinabili, arbitrarie e poco chiare) regole, l’immutabile anarchismo, si nasconda il desiderio di eterodirigere coloro che (lorsignori) vogliono mantenere eternamente disorganizzati.
Un nucleo, tra di esso, organico, una élite, può, a immutate condizioni, dominare su una massa di persone che non dispone degli stessi strumenti, della stessa potenza di fuoco o delle medesime casse di risonanza. E, in questo caso, non può adeguatamente difendersi (davanti agli altri aderenti).
È quanto emerso dalle dichiarazioni di Favia: una disputa tra Davide e Golia.
All’indomani di questi rilievi e di queste doglianze, Grillo non trova altra via d’uscita, se non quella di passare dal rogito al ruggito.
Da apparente filantropo, diviene – improvvisamente e per reazione – misantropo.
Il vecchio si spinge a poco onorevoli commenti su questi ragazzi, che (alcuni) da disoccupati, sono arrivati a percepire sino a 3.000 euro al mese e, ora, non vogliono scendere dalla giostra su cui (immagino la veda e la pensi così) lui, il vecchio benefattore, ha concesso loro di salire.
Cancella ogni merito, qualsiasi onorabilità di questi suoi giovani germogli. Li secca, li distrugge, li umilia, chiamando a se le coorti di detrattori, denigratori, forsennati (e forse nati) lapidatori, disposti a seguire il vecchio che avanza con la sua furia.
La bontà delle istanze è mortificata dalle distanze tra gli ideatori e la loro creatura, quasi costretta a non crescere in piena autonomia ed esprimere un pensiero che non sia unico ma plurale.
Davvero una personcina perbene: un uomo tutto Casa e… leggìo!





Il rischio d’apparire il pupazzo del ventriloquo (quasi una lettera aperta a Beppe Grillo)

3 09 2012

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In tempi recenti Beppe Grillo ha cominciato a lamentare l’animarsi di un linguaggio fattosi più acceso, senza tener conto di chi ha dato fuoco alle micce.
Da qui ad ipotizzare che la forza veemente delle parole si traduca in odio, da cui poi scaturisca la violenza, ce ne corre.
È affermazione, se vogliamo, altrettanto idiota, quanto un’equivalente accusa mossagli contro.
Certo è che definire, genericamente, larve le rappresentanze parlamentari, ispirandosi al discorso del bivacco, non è stato esempio di scuola democratica o del doveroso rispetto reciproco che, solo ora, si invoca e a cui ci si appella.
Così pure la filippica contro i senatori a vita ricordava più la polemica destrorsa, all’epoca dell’ultimo governo Prodi, contro il sostegno che questi ultimi avevano più volte assicurato.
E l’atteggiarsi, ora, a vittima, dopo aver vestito i panni del carnefice, ricorda altre cattive abitudini.
Non si tiran le pietre per poi nasconder la mano.
In senso figurato, quindi, sembrerebbe che, in queste sue ultime doglianze, Grillo appaia più come una specie di pupazzo d’un Berlusconi ventriloquo, anzichè attore politico con un’originalità e una connotazione tutta sua.
L’esordio e lo sdoganamento del vaffanculo, peraltro, non è mai suonato come un gentile invito al confronto. E, anche qui, è ben poca la distanza e la differenza con l’uomo medio dei media che dava dei coglioni agli elettori dello schieramento avverso.
Grillo lamenta, poi, che questa campagna, da lui definita d’odio, evita sempre di tener conto del suo programma.
Anche qui è d’obbligo una piccola puntualizzazione: a volte la sostanza non può prescindere dalla forma attraverso cui viene espressa. E, altrettanto spesso, se la forma ha più il sapore, o il suono, della contestazione indiscriminata, che nulla salva, allora il rischio che si corre è che il programma passi sotto silenzio o, addirittura, non arrivi per niente ai destinatari.
A proposito di programmi, pur non rappresentando queste rivoluzionarie novità epocali, ci sono – ed è fuor di dubbio! – molte riforme di cui il nostro comune paese, reso quasi esanime, ha bisogno ed urgenza.
La perplessità, però, è questa: con chi pensa di poter dar corpo alle sue proposte?
La sterilità di un linguaggio, nemico di tutto e di tutti, rischia di vanificare qualsiasi progetto, rendendolo altrettanto vano e vacuo.
E, d’altro canto, non si può continuare a presentarsi come movimento senza possibili interlocutori. Specie se il dialogo è rifiutato a priopri a causa d’una furia iconoclasta.
A proposito di programmi, tutti gli ultimi governi di quest’Italia, ci spingono ad optare verso un’ispirazione salveminiana. Sosteneva Salvemini: “Il nostro programma non esiste, diviene. Il nostro programma è la realtà stessa che si svolge e si trasforma proiettandosi nel cervello; il quale, essendo parte della realtà, accelererà colla forza della coscienza il processo reale“. O, ancora: “Noi non pretendiamo di rinnovare la faccia della terra; noi non portiamo in tasca la panacea per rifare l’umanità e per guarire tutti i mali; noi vogliamo semplicemente richiamare l’attenzione degli italiani su alcuni determinati problemi che reputiamo, sopra tutti gli altri, gravi, per il nostro paese; problemi che i politicanti della democrazia hanno dimenticato o – peggio ancora – rifiutato di prendere in esame“.
Il recente passato, ma pure quello più remoto, ci spingono, quindi, verso quella stessa conclusione secondo cui il miglior programma è fare meno programmi possibili. Soprattutto perchè frequentemente disattesi.
Sempre a proposito di forma e sostanza Grillo dovrebbe chiarire come intende sciogliere il nodo della gestione sulla futura rappresentanza parlamentare. Specie all’indomani delle polemiche sul presunto dispotismo esercitato sulla sua non associazione.
Il pericolo, caro Beppe, per te e per la democrazia, è quello di imbarcare tutto e il suo contrario.
L’onda lunga dell’ennesimo nuovo che avanza potrebbe, addirittura, stimolare gli appetiti di chi è in grado di realizzare una sorta di opa occulta sul movimento.
È una grande responsabilità ereditare elettorato eterogeneo e di diverse provenienze. E questo è, ovviamente, reso possibile dall’equivoco irrisolto, volutamente furbetto, rispetto alla propria non collocazione nel quadro politico odierno.
Occorre chiarire, inoltre, quale democrazia hanno in mente gli stellati. Al di là di un apparente (perchè così appare!) plebiscitarismo che non ha senso, nè può esistere.
È pari al senso e alla valenza che hanno i sondaggi sul tuo blog. Direi meno di zero. Quella è una raccolta di umori e malumori perfettamente aderente ai tuoi. E, in tutta sincerità, può essere gratificante per il proprio ego o per gloriarsi di quanti la pensano e la vedono come te.
La democrazia, quella vera, e che ha rispetto della Costituzione vigente, è ben altro.
O credi davvero di poter dar vita ad un monocolore?
Ipotizzando, addirittura, Referendum sia abrogativi che propositivi senza quorum.
E, sempre a proposito di democrazia, sul versante web: è anche quella di chi qui dentro solleva perplessità e obiezioni nei tuoi confronti.
Anche questa è democrazia, caro mio, cui s’accompagna il pluralismo e l’eterogeneità.
Ecco, tutto questo – ed altro ancora che c’è da dire e che potrà venire in seguito – non è odio.
È pensiero autonomo dal tuo.
Non è il fideismo che, evidentemente, credevi di poter raccogliere.
E non è neppure, per concludere, e a mò d’esempio, il tuo sondaggio sul peggior Presidente della Repubblica dove ho potuto esprimere decine e decine e decine di voti su un nome che non era quello a te gradito. Così per gioco e per testare l’attendibilità della tua democrazia.
Questo è l’agone politico in cui ti sei buttato, questa è la democrazia partecipativa, questo è il confronto. E, diciamola tutta, questa è internet. Qualcosa che non è a tua immagine e somiglianza.
Non agitare spettri e cerca d’amare di più le semplici regole di convivenza civile.
Le stesse che vuoi ti siano riservate.
Capita, a volte, che la realtà sia assai diversa da come ce la raffiguriamo.
Spero, infine, che non ti sfugga di mano e dalla mente il confine tra ciò che è reale e quel che è virtuale.
Con la massima cordialità possibile e immaginabile.