Carlo Maria Martini e il fine vita: i limiti della condizione umana mortale

31 08 2012

Carlo Maria Martini

Un ricordo.





Spending review, accountability e auditing.

15 07 2012

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L’attuale crisi economica nel nostro paese, aggravata dall’opprimente portata del debito pubblico, sembra ancor oggi figlia di nessuno.
In Italia, dove da sempre non vige il principio di responsabilità, risulta del tutto ovvio e naturale che il mancato contenimento della spesa pubblica o la dissennata gestione delle risorse finanziarie non abbiano paternità.
In un paese nel quale non ha mai trovato applicazione il principio della cura e della tutela dell’interesse collettivo, in rapporto all’utilizzo del denaro pubblico, non c’è da stupirsi.
È, evidentemente, il portato di una cattiva gestione, della pressochè assoluta mancanza o inadeguatezza di adeguati controlli, sia a livello locale che centrale.
È la logica conseguenza di economie politiche (il primato spetta alla politica o all’economia?) tutte fondate sul debito.
È il risultato di generazioni di malgoverni, sovente caratterizzati da una buona dose di incompetenza, tecnica e politica, da tentazioni clientelari e da un mai domo senso per il malaffare orientato alla dissipazione o all’allegra spartizione del pubblico denaro.
È ovvio e naturale, quando lo stato dell’arte arriva a sancire un chiaro e netto “non ce n’è più per nessuno!”, correre ai ripari orientandosi verso una revisione della spesa basata su facili e perciò iniqui tagli lineari.
Sin qui arriva, suo malgrado, qualsiasi buon padre di famiglia, senza alcuna necessaria eccellenza di matrice bocconiana, senza particolari tecnicismi, senza mirabolanti conoscenze d’alcuna scuola di pensiero economico.
Si tratta di fare economia, pur non essendo un illustre economista.
Diabolica risulta essere la totale assenza di responsabilità dirette da parte di chi, ora nascosto dietro la tecnicalità delle odierne manovre, ha contribuito all’attuale degenerazione.
Diabolico tutto l’entourage del governo precedente che oggi, non più sazio della grande abbuffata di oscenità consumate nel recente passato, ha ancora la forza, il coraggio e la spudoratezza di ripresentarsi come possibile soluzione al male che ha (de)generato.
Le finzioni basate sulla bontà di un sistema elettorale piuttosto che un altro, di un sistema contabile anzichè un altro, da cui doveva discendere e derivare una miglior capacità di governo, hanno dimostrato tutta la loro fallacia.
Il problema è uno e soltanto uno: conoscere e saper attuare, oppure no, l’arte del buongoverno nell’interesse collettivo. Render conto dell’utilizzo e della gestione delle risorse finanziarie pubbliche e comuni a tutti e dei risultati ottenuti.
L’elezione diretta dei sindaci, per esempio, è scelta politica che non necesariamente determina la capacità gestionale nell’amministrazione locale. Soprattutto se e quando l’aspetto gestionale subisce una forte interferenza della politica utilizzata per veicolare consenso elettorale. Dicesi fare clientela.
Così pure l’ambiguo orientamento verso una contabilità per gli enti locali di tipo più privatistico, assoggettata a maggiori controlli rispondenti ai criteri di efficacia, efficienza ed economicità, risulta totalmente inutile, semplice esercizio di natura scolastica o mero adempimento burocratico e ragionieristico senza alcun costrutto, se non accompagnato da un adeguato controllo di gestione, se non soggetto ad opportuna revisione in corso d’opera, capace di individuare sistemi correttivi, se non monitorato in via preventiva.
Parliamoci chiaro, il sistema Italia, a partire dalle amministrazioni locali, pone un identico problema: chi controlla i controllori? Specie in quelle circostanze nelle quali il ruolo di chi dovrebbe controllare è scelta dettata da ragioni (?) di dipendenza e/o compiacenza politica.
Occorrerebbe, in questo senso, orientarsi su altri (ben più alti, autonomi e indipendenti e perciò efficaci) sistemi di controllo sul modello, per esempio, anglosassone. E qui torna il principio della maggior responsabilità di chi è chiamato a gestire ed amministrare, pro-tempore, i soldi avuti in dote dalla collettività. Responsabilità che, alla luce di una cattiva capacità gestionale, non contemplano l’inamovibilità.
Un sistema che passa necessariamente, attraverso un rafforzamento e una riforma del ruolo della Corte dei Conti.
Non sarebbe, per esempio, inopportuno pensare alla figura dei Revisori dei Conti come emanazione di quest’ultima. Non più come figura, anch’essa burocratica, che, frequentemente, demanda il suo ruolo e i suoi compiti agli uffici finanziari dell’ente e si limita a controfirmare relazioni o certificati al bilancio o inoltrare questionari (se, per esempio, ci riferiamo al sistema SIQUEL) redatti da altri. E va bene la fiducia!!!
Il punto di partenza dovrebbe diventare un altro: controllo puntuale della spesa e della sua congruità per favorire un circuito virtuoso nell’utilizzo di risorse finanziarie condivise che, per loro natura, non possono esser gestite in nessun altro modo se non in nome e per conto dell’interesse comune.
Ma in un paese nel quale persino il finanziamento pubblico ha subito spensierati e irresponsabili utilizzi per scopi e fini privati che speranze ci sono?
Se financo i partiti politici o alcuni loro settori hanno (quasi) assunto forma e veste di associazioni a delinquere siamo in grado di riformare noi stessi? Siamo capaci di intervenire tempestivamente e correggere tutte le storture e i vizi del sistema, a priori e non a posteriori, senza dover attendere i rilievi della Corte dei Conti o l’intervento della magistratura ordinaria?
Anche qui vale il principio della responsabilità personale e, mi sia consentito, della corresponsabilità.
Perchè, si chiamino oggi Lusi o Belsito (solo per citare gli ultimi due, tra i tanti, casi bipartisan), sorge spontanea una domanda: è ragionevole continuare a farsi, eventualmente, governare o dirigere da chi afferma di non aver avuto consapevolezza di quanto accadeva?
È opportuno concedere la propria delega a uno sprovveduto, un imbecille o un ignorante? (in senso stretto e in senso lato)
L’ignoranza porta con sè una buona dose di incompetenza.
E, perciò, non è mai ragionevole, nè opportuno continuare ad affidarsi a chi ignora o conosce male quel che per la sua arte o la sua professione dovrebbe sapere.





Elettorato attivo versus suddito radioattivo

8 06 2011

La destra eversiva (rispetto alla vigente Costituzione), che incorpora in se Pdl e Lega (uniti dall’azionista unico), ha così tanto rispetto e considerazione della volontà e della sovranità popolare che, in perfetto stile da Prima Repubblica, invita all’astensione.

L’articolo 48 della Costituzione che, tra l’altro, recita: “…Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico”, viene così relegato, in previsione di sconfitta, a inutile perdita di tempo.

Il dovere civico sopra riportato, invece, richiama ciascuno di noi ad esercitare al meglio quest’opportunità che ci è riconosciuta.

Soprattutto sui temi e le questioni che riguardano il nostro futuro, le prospettive legate allo sviluppo energetico del nostro Paese e per testimoniare il nostro senso dello Stato rispetto a problematiche di interesse collettivo, senza lasciare nelle mani di una piccola, “illuminata” (fulminata, più che altro!) elite di farneticanti geronti, le scelte che riguardano il nostro avvenire.

E’ in gioco e in discussione l’importanza che diamo al nostro essere comunità chiamata a garanzia del comune interesse.

Per ovvie ragioni, la destra eversiva, che predilige questioni e interessi privati a scapito di quelli diffusi, si manifesta né più né meno di quel che è e che rappresenta.

Ecco perché tutti coloro che nutrono amore verso una politica che ha il dovere (anch’esso civico) di tutelare beni e valori di interesse collettivo devono andare al voto ed esprimere il loro importantissimo punto di vista sugli argomenti oggetto di referendum il 12 e 13 giugno, che ci riguardano da vicino e non possono vederci estranei o non coinvolti.

SI al referendum contro il nucleare: per essere corpo elettorale attivo che si sottrae al destino di ritrovarsi costretti come sudditi radioattivi per scelte dissennate di una vecchia classe dirigente che ha già costruito il suo futuro e se ne frega di quello altrui.

SI ai due referendum per sancire l’intangibilità dell’acqua come bene comune: perché il mito della privatizzazione, da parte di una classe dirigente che ha sempre manifestato disprezzo e scarsa cura verso la cosa pubblica (sempre gestita senza un minimo di responsabilità, incurante delle sperpero di danaro pubblico, sempre propensa all’occupazione clientelare, familistica e lotizzatoria, mai chiamata a rispondere delle nefandezze commesse a danno della collettività), non risulta credibile. Una classe politica incapace di buona amministrazione non può presentarci come valida l’alternativa di un intervento privato che magari privatizza i profitti e socializza le perdite. E può farlo ancor meno nel momento in cui ha più e più volte dimostrato incapacità di gestione.

Se esistesse il richiamo alla responsabilità ed eventualmente la giusta persecuzione civile e amministrativa di chi arreca danno a tutto quel che riguarda la pubblica utilità, forse il pubblico funzionerebbe in maniera uguale, se non migliore, al privato. Se chi è chiamato a gestire l’interesse pubblico avesse la mentalità di chi opera in ambito privato e portasse con se lo stesso spirito di salvaguardia di quell’interesse come proprio, allora non ci sarebbe bisogno di nessun ausilio salvifico da parte di nuovi “padroni del vapore” pronti a fagocitare i gioielli e il patrimonio di uno Stato bancarottiero per incapacità di gestione della classe politica sprovvista di questo doveroso (obbligatorio) senso dello Stato.

SI al referendum contro il legittimo impedimento: perché di legittimo esiste il solo e unico principio che proclama la legge uguale per tutti. Ancor di più nei confronti di chi è chiamato a dare l’esempio quale Primus inter pares e non può, in alcun modo, sottrarsi alla legalità se vuol essere degno di rappresentare un’istituzione rispettosa del dettato Costituzionale su cui ha giurato (e non spergiurato).





La via d’uscita politica dall’anomalia italiana

31 05 2011

La vittoria del centrosinistra o la sconfitta della destra segnano l’inizio della fine di questa “Brutte Époque” che ha caratterizzato l’Italia.

E’ il ritorno sulla scena della politica. Una sorta di riscatto di quella sovranità popolare, mai disposta a concedere deleghe in bianco o permettere la manipolazione del democratico consenso ad uso e consumo personale.

La temuta “via giudiziaria”, su cui si è incaponito il Premier, cede così il passo ad una fuoriuscita, squisitamente politica, dalla perdurante anomalia italiana.

Il centrosinistra, nonostante le accuse di presunto estremismo, trova una sua nuova forma che, ora, deve definitivamente costituire l’alternativa allo stallo politico, economico, sociale ed istituzionale del nostro Paese.

Il modello, tutto basato sulle supposte verità, d’una destra diventata sempre più estrema ed eversiva (rispetto alla vigente Costituzione), stavolta non ha fatto breccia sull’elettorato.

L’ottimismo e il desiderio di cambiamento – perché di questo si tratta – hanno dominato qualsiasi spettro e qualsiasi paura.

Le fobie della destra, dai tratti e dagli accenti xenofobi, omofobi, islamofobici, antistatali e anti-istituzionali, la fonte di una politica degenerata nell’irrazionale, la caccia alle streghe e questo rinnovato indegno tribalismo sociale, non hanno trovato adesione o sponda.

La multiforme società italiana si è dimostrata assai più seria e matura, distante e distinta dall’immagine di chi voleva costringerla e ridurla a questo tipo di deriva, incapace e anch’essa indegna di rappresentare la civile convivenza.

Gli inganni, le mirabolanti imprese troppo spesso annunciate e mai realizzate, il federalismo fondato su logiche spartitorie, su miserrimi egoismi, su una visione disgregante dell’unità nazionale, sugli interessi privati, sull’arroganza e la veemenza d’un potere arroccato nel Palazzo, hanno allontanato tutti coloro che non accettano questo clima di guerra permamente.

Il miglior antiberlusconista è stato Berlusconi, ancor oggi, ostinato a voler recitare la farsa dell’uno contro tutti.

Assieme a lui il gregario Bossi e tutti i regionalisti del Nord, che hanno dato fiato e sfogo a tutto l’armamentario di una Lega di lotta, sempre meno credibile perché costretta a combattere contro l’incombente immagine della Lega uniformata al Governo, al potere e al sottopotere.

Altro che Premier zavorra da cui il perfetto sodale non si farà trascinare a fondo!!!

La democrazia italiana merita adesso nuove pagine, meno avvelenate, capaci di infondere speranza e ottimismo nel presente e nel futuro.





La versione (o l’avversione) della destra eversiva

17 05 2011

Dunque il risultato del primo turno è inequivocabile: il centrosinistra ha vinto.

La destra eversiva (rispetto al dettato costituzionale e agli equilibri istituzionali), spalleggiata dalla nomenklatura leghista, ha perso.

Il gioco al massacro, la menzognera delegittimazione dell’avversario, sempre inteso come nemico, il tentativo di retrodatare il confronto elettorale, riportandolo ad un insensato e malsano clima d’odio, l’eterno referendum salvifico per il Premier, che tutto domina, manovra e (s)travolge, la vanagloria d’un consenso fondato su auto-incensanti sondaggi fai-da-te, si sono infranti contro un esito da cui emerge tutta l’indisponibilità a sostenere questa perenne guerriglia condotta a difesa degli interessi d’un uomo solo e sempre più solo.

Merito dei candidati del centrosinistra, che hanno saputo qualificarsi come forza tranquilla, orientata a farsi carico degli autentici problemi e delle specificità locali, senza farsi coinvolgere in uno scontro rabbioso e avvelenato, i cui unici interpreti sono stati i sedicenti (s)moderati, i sempreverdi lacchè e le tigri di carta del tycoon.

Colpa dell’inequivocabile furore di chi si atteggia a vittima e, al contrario, incarna il ruolo del carnefice, con l’aggravante dell’insolenza e dell’arroganza, tipica di un potere rivolto alla strenua difesa del privilegio e dell’impunità personale che, per eccesso di altrui zelo, cieca obbedienza e sottomissione, sconfinano in delirio e disfatta collettivi.

L’errore che ha funestato il risultato elettorale di questa destra antistorica, reazionaria, che vorrebbe imporre all’agenda politica temi e modelli retrivi, è stato quello di affidarsi alla mortifera mano di chi, pur di salvare sé stesso, ha dirottato il democratico confronto sui programmi, nella solita direzione giudiziaria, con ulteriore furia iconoclasta, al limite dell’oltraggio e della delegittimazione di un’altra istituzione democratica che amministra (Udite! Udite!) la giustizia in nome di quello stesso popolo che non dispensa nessuno dall’essere uguale agli altri davanti alla legge.

L’esito elettorale di questo primo turno dimostra quel che è, da tempo, noto: nessuno spera in una soluzione di natura giudiziaria al cosiddetto berlusconismo. Persino l’opinione pubblica, nella sua veste di elettorato attivo, ha ormai capito che le pendenze del Premier e la priorità data al tema giustizia erano, sono e restano squisitamente sue e solo sue.

Il semplice e comune cittadino ha dimostrato d’avere tutt’altre preoccupazioni e ben altri problemi da affrontare quotidianamente. Tutti quei nodi sin qui irrisolti, misconosciuti e trascurati.

La chimera del miracolo italiano che, oggi, costringe la destra e la lega al nanismo politico, che ben rappresentano la loro autentica natura e portata, non esercita più quell’attrazione da parte di chi, in assoluta buona fede, aveva riposto aspettative e speranze in quella direzione.

Oggi c’è un altro orizzonte verso cui si rivolge lo sguardo di molti.

E’ la normale e democratica alternanza che si appresta a prendere forma e sostanza e che si assume il compito di farsi carico dell’interesse collettivo, non già e non più della singola identità o del detestabile vizio del privilegio personale.

Si apre un nuovo scenario, nel quale l’Italia Libera, Libera l’Italia tenuta sotto sequestro.

E’ il superamento, per via politica, d’una assurda anomalia, ormai ridotta sempre più di frequente a pensare al proprio futuro e alla propria sopravvivenza nei (minimi) termini d’una successione dinastica.

E’ la buona politica che torna a farsi strada attraverso la partecipazione e la consapevolezza diffusa.

Si sta per chiudere un’epoca con la giusta ed equa soluzione politica.

Viva la sovranità popolare che, da sempre, impone limiti e freni a chi è chiamato a svolgere funzioni pubbliche nell’interesse di tutti.

Inutile aggiungere che al ballottaggio permane l’assoluto divieto di svolta a destra.





Lega: l’asino dove vuole il padrone

22 02 2011

La trasfigurazione della Lega, da movimento di lotta ad apparato ministeriale (con tentazioni occupatutto), sottoposto e obbediente al Supremo Gerarca, è sicuramente motivo di grande imbarazzo e disagio tra la base militante ed elettorale. Inutile nasconderlo o cercare di tacerlo.

Come si concilia la vocazione movimentista, il desiderio di riscatto, la dichiarata intransigenza contro l’Ancien Régime, con questo sodalizio che lega la Lega ad un “magnate”(?) multi-miliardario?

Probabilmente, il noto folklore del gruppo dirigente leghista, avrà fatto sì che il tutto fosse inerpretato con una sorta di motto romano: “accomodatevi e magnate!”.

Nulla di diverso dagli esordi e per non tradire una natura ed una propensione emersa, sin dalla nascita, con la tangente Montedison di 200 milioni di lire, ricevuta dall’allora tesoriere Alessandro Patelli.

Che dire, poi, della mutuata malsana abitudine di tradurre la politica quale ottima occasione per favorire il commensalismo familistico, degno della peggior partitocrazia?

E come può non provare imbarazzo quel movimento, paladino del necessario e inevitabile rinnovamento, in epoca di “mani pulite”, laddove oggi si trova coinvolto a restaurare o avallare l’impunità e il privilegio, attraverso la reintroduzione dell’immunità parlamentrare?

Quale possibile giustificazione potrebbero addurre i vertici leghisti davanti ad una base che ha, certamente, vivido il ricordo del provocatorio cappio sventolato da Luca Leoni Orsenigo in Parlamento, al grido di “Roma ladrona!”, nel cosiddetto “Parlamento dei corrotti”, ai tempi di Tangentopoli?

La parabola della Lega non è dissimile da quella che ha visto, negli anni recenti, la “mutazione genetica” del Partito Sardo d’Azione che, per soddisfare la sua insaziabile “vocazione” assessoriale, ha spostato il suo asse politico dal centro-sinistra al centro-destra, allegramente e con assoluto disprezzo dei suoi padri (primo fra tutti Emilio Lussu) e della sua storia (che ha sempre conciliato la visione di uno Stato federalista col sentimento unitario, non come sviluppo diseguale e disarticolato dello Stato ma conunitario, non contrapposto al giusto riconoscimento del desiderio autonomista e rispettoso delle individualità per poter essere, di questo Stato, soggetti sovrani di diritto).

E come si concilia l’intransigenza leghista, ai limiti della xenofobia, davanti alle vicende che vedono coinvolto il Supremo Gerarca ultra-settantenne con una minore immigrata, di nazionalità marocchina (presunta egiziana e presunta nipote di Mubarak), per di più clandestina?

E come con gli amorosi sensi che “legano”, sempre il Supremo Gerarca, col suo consimile libico, la cui caduta in disgrazia è, in queste ore, imminente?

La realtà disvela un’unica certezza: il gruppo dirigente della Lega ha ceduto l’azionariato popolare ad un unico azionista di maggioranza: il già noto BerlusKaiser.

La coperta (ormai alquanto consunta) con cui cercano di coprire tutte queste evidenti contraddizioni è la conquista del “loro” federalismo.

Un federalismo ancora nebuloso, che, al di là dell’onirica visione di realtà immaginifiche (la Padania), basato su spropositati consensi, possiamo quantificare come nella tabella che segue:

Politiche 2008 Voti % Seggi
Camera dei Deputati 3.026.844 8,3 60
Senato della Repubblica 2.644.248 8,1 26

Il prossimo futuro sancirà, ben che vada, una tenuta, non certo una crescita di consensi da parte di chi ha portato il cervello all’ammasso e ha ceduto i propri valori al miglior offerente.

Questa consapevolezza comincia a serpeggiare in maniera palese, vista anche la forte cautela ora manifestata rispetto ad ipotesi di voto anticipato.

Chiudo con una citazione di Emilio Lussu che ben fotografa la perdita di identità di cui ho sin qui scritto: “Autonomia, cioè coscienza di sé stessi, consapevolezza della propria funzione, conquista e difesa delle proprie posizioni etiche, sociali e politiche che consenta il più ampio sviluppo delle proprie capacità, individuali e collettive, in ogni campo. (…) Noi crediamo che un’organizzazione federale dello Stato sia la più rispondente a che ogni forza autonoma abbia la sua più libera espressione e faccia di tutti i costruttori diretti della nuova civiltà“.

Per concludere: a noi pare che la Lega abbia rinunciato alla sua autonomia, per diventare forza politica, se non eteronoma, particolarmente affine al vecchio che avanza.

La distanza da Roma, allora, non era altro che un inutile e ingannevole slogan per poi ritrovarsi, in via permanente, di stanza a Roma.

Alla faccia del federalismo e non senza disprezzo del “popolo leghista” costretto a bere l’amaro calice… altro che salvifiche ampolle!





La morale cattolica e la legge dello Stato laico: rispettare i confini

18 11 2010

E’, di nuovo, bufera sulla questione riguardante il testamento biologico” o il principio delle “direttive anticipate.

C’è poco da girarci intorno: la possibilità di un dibattito non preconcetto resta fortemente condizionata dal settarismo di chi vorrebbe imporre il proprio credo, in nome di un ecumenismo valido per tutti.

Le recenti prese di posizione di Avvenire (che segue la sua ispirazione cattolica) confermano questo limite.

C’è di più: anche l’adozione, non casuale e a volte malevola, del termine eutanasia è la riprova di un ostracismo dettato dal desiderio di rispondere alla propria morale e, così, far intendere che, sull’altro versante, ci siano persone pronte e disposte ad imporre un universalismo di segno uguale e contrario.

Ma così non è, seppur vi pare.

La richiesta del riconoscimento di un diritto soggettivo resta, infatti, circoscritta all’ambito strettamente intimo e personale.

Perciò anche il fervente sentimento religioso, che anima i sostenitori del “diritto alla vita”, non può rappresentare nulla di diverso da un orientamento, una propensione, una speranza, un credo altrettanto intimi e personali o, quantomeno, riguardanti coloro che condividono.

Sul versante contrapposto all’ardente fuoco cattolico non c’è, quindi, un’orda di persone desiderose di imporre le loro scelte individuali all’altrui sentire, né dispensatori di morte.

La chiesa ufficiale, i suoi sponsor e tutte le derivate dalla stessa matrice devono prendere atto di non poter imporre le loro personalissime (e)statiche visioni su sensibilità non comuni alle loro. Ancor meno possono continuare a porre la discussione su questi temi con la solita logica di chi processa ed esige “atti di abiura”.

Personalmente non ho mai avuto l’abitudine e la malacreanza di interferire sulla morale, l’indirizzo, la confessione e  i precetti che, liberamente, la chiesa ufficiale può e deve dispensare al suo gregge.

Rivendico, piuttosto,  il mio diritto d’appartenenza ad uno Stato laico: nella speranza che sulla mia libertà individuale, sulle mie scelte personali, sulla dignità della mia persona (nel corpo e nello spirito) non ci siano indebite interferenze.

La mia vicinanza e il mio interesse si accendono e si animano per l’opera di altri mondi cattolici: dei preti operai, della teologia della liberazione, dei padri comboniani di Nigrizia, del Cardinale Carlo Maria Martini. Per quella chiesa, meno distante dal cristianesimo delle origini, che non si è rifugiata nelle segrete stanze e sottratta al confronto.

Un cristianesimo dialogante, capace d’essere altro rispetto all’ingessato clericalismo, avviluppato in un’immutabile liturgia, sempre pronto a mandare al rogo l’atrui pensiero. Una chiesa che non semplifica e non riduce la complessità del confronto tra credenti e miscredenti.

Insomma, e per concludere: l’ufficialità d’un clero (e dei suoi seguaci) sempre più incapace di ragionamenti complessi, al pari della società nel cui contesto tutti viviamo, impedisce ancor oggi a quest’Italia di evolvere e ottenere l’estensione di diritti, non lesivi di quelli altrui e che nulla sottraggono ai preesistenti.

Si parli di famiglia o di vita e della dovuta dignità che andrebbe riconosciuta a tutti.

Ciascuno consapevole e perciò libero a proprio modo e nei propri confini.