Carlo Maria Martini e il fine vita: i limiti della condizione umana mortale

31 08 2012

Carlo Maria Martini

Un ricordo.





L’égalité et la légalité.

22 07 2012

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La vicenda che, per necessità e sintesi, chiamerò “giallo Napolitano”, ripropone, nell’attualità politica italiana, l’ormai annoso tema dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge e del rapporto tra i diversi poteri dello Stato, ognuno riconosciuto nella propria autonomia ed indipendenza, ciascuno chiamato a garanzia della vita democratica e del suo equilibrio.
Le polemiche tra “corazzieri” e “guastatori”, emerse al’indomani del conflitto di attribuzione sollevato dal Quirinale contro la Procura di Palermo, hanno evidenziato il diverso approccio tra chi ha assunto una difesa d’ufficio della più alta carica istituzionale e chi, anche in virtù del fatto che non possono e non devono esistere due pesi e due misure nell’applicazione e nel rispetto delle leggi e dei principi, ha manifestato identico spirito critico dimostrato in altre, recenti vicende.
Impossibile non notare una certa contraddizione tra chi, a suo tempo, ha assunto, sulla questione intercettazioni o sul conflitto politica/magistratura, un atteggiamento “barricadero” e oggi, con assoluta noncuranza, dimostra sensibilità opposta e contraria, a difesa della “fortezza Quirinale”.
D’altro canto, inevitabile sottolineare il pericolo di favorire derive populiste e/o sfasciste da parte di chi, a testuggine, senza prendere atto che, piaccia o meno, il conflitto di attribuzione si fonda su un diritto riconosciuto, ha sferrato un deciso attacco all’unica istituzione sin qui rimasta super-partes e al di fuori dell’agone politico.
La situazione appare piuttosto delicata, soprattutto in questo frangente: esiste certamente la necessità di garantire il regolare svolgersi delle indagini in corso al fine di pervenire all’accertamento della verità e risalire alle responsabilità degli autori/attori della reale o presunta trattativa Stato/mafia; l’obbligo di ribadire l’uguaglianza, alla luce di eventuali atti illeciti, di tutti i cittadini sottoposti al rispetto della legge e delle regole, senza alcuna  eccezione; l’imperativo di salvaguardare le istituzioni (tutte!) e il loro ruolo costituzionalmente riconosciuto e tutelato.
Il conflitto di attribuzione rimanda il tutto ad altro e più alto organo dello Stato, chiamato a dirimere la questione.
Inutile gridare, preventivamente, allo scandalo o denunciare gravi interferenze. Così pure appare insensato sottolineare che la Consulta pulluli di membri compiacenti. Anche qui emergerebbe una stridente contraddizione da parte di chi, a suo tempo, ha irriso ad analoghe doglianze di matrice berlusconiana e oggi se ne fa indirettamente portavoce.
La sala “Travaglio” dell’incalzante anti-politica, tesa a distruggere più che a costruire, che sinora e per sua natura non ha rappresentato una solida e valida alternativa ad un sistema degenerato, ma potrebbe favorire derive d’altro genere, dovrebbe, pertanto, dimostrare maggior cautela.
Non può esistere un inossidabile punto di vista secondo cui la primazia spetta sempre e comunque alla Magistratura, nè può esistere un eterno stato di polizia permanente, per quanto il “regime” possa manifestarsi corrotto, inaffidabile e degenerato.
A degenerazione del sistema non si può rispondere con ulteriore alterazione che potrebbe portarci definitivamente al di fuori dall’alveo democratico e costituzionale.
In questa doverosa tutela e salvaguardia si deve, altresì, operare una netta distinzione tra persona (soggetta alla legge) e carica istituzionale. Senza cieche difese d’ufficio.
È certamente vero che va garantita l’integrità delle istituzioni. Di pari passo va stabilita quella delle persone chiamate a ricoprire ruoli istituzionali e rappresentarli con dignità e onore.
Resta un unico e inderogabile punto fermo: la necessità e il diritto di conoscere tutta la verità, nient’altro che la verità.





Spending review, accountability e auditing.

15 07 2012

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L’attuale crisi economica nel nostro paese, aggravata dall’opprimente portata del debito pubblico, sembra ancor oggi figlia di nessuno.
In Italia, dove da sempre non vige il principio di responsabilità, risulta del tutto ovvio e naturale che il mancato contenimento della spesa pubblica o la dissennata gestione delle risorse finanziarie non abbiano paternità.
In un paese nel quale non ha mai trovato applicazione il principio della cura e della tutela dell’interesse collettivo, in rapporto all’utilizzo del denaro pubblico, non c’è da stupirsi.
È, evidentemente, il portato di una cattiva gestione, della pressochè assoluta mancanza o inadeguatezza di adeguati controlli, sia a livello locale che centrale.
È la logica conseguenza di economie politiche (il primato spetta alla politica o all’economia?) tutte fondate sul debito.
È il risultato di generazioni di malgoverni, sovente caratterizzati da una buona dose di incompetenza, tecnica e politica, da tentazioni clientelari e da un mai domo senso per il malaffare orientato alla dissipazione o all’allegra spartizione del pubblico denaro.
È ovvio e naturale, quando lo stato dell’arte arriva a sancire un chiaro e netto “non ce n’è più per nessuno!”, correre ai ripari orientandosi verso una revisione della spesa basata su facili e perciò iniqui tagli lineari.
Sin qui arriva, suo malgrado, qualsiasi buon padre di famiglia, senza alcuna necessaria eccellenza di matrice bocconiana, senza particolari tecnicismi, senza mirabolanti conoscenze d’alcuna scuola di pensiero economico.
Si tratta di fare economia, pur non essendo un illustre economista.
Diabolica risulta essere la totale assenza di responsabilità dirette da parte di chi, ora nascosto dietro la tecnicalità delle odierne manovre, ha contribuito all’attuale degenerazione.
Diabolico tutto l’entourage del governo precedente che oggi, non più sazio della grande abbuffata di oscenità consumate nel recente passato, ha ancora la forza, il coraggio e la spudoratezza di ripresentarsi come possibile soluzione al male che ha (de)generato.
Le finzioni basate sulla bontà di un sistema elettorale piuttosto che un altro, di un sistema contabile anzichè un altro, da cui doveva discendere e derivare una miglior capacità di governo, hanno dimostrato tutta la loro fallacia.
Il problema è uno e soltanto uno: conoscere e saper attuare, oppure no, l’arte del buongoverno nell’interesse collettivo. Render conto dell’utilizzo e della gestione delle risorse finanziarie pubbliche e comuni a tutti e dei risultati ottenuti.
L’elezione diretta dei sindaci, per esempio, è scelta politica che non necesariamente determina la capacità gestionale nell’amministrazione locale. Soprattutto se e quando l’aspetto gestionale subisce una forte interferenza della politica utilizzata per veicolare consenso elettorale. Dicesi fare clientela.
Così pure l’ambiguo orientamento verso una contabilità per gli enti locali di tipo più privatistico, assoggettata a maggiori controlli rispondenti ai criteri di efficacia, efficienza ed economicità, risulta totalmente inutile, semplice esercizio di natura scolastica o mero adempimento burocratico e ragionieristico senza alcun costrutto, se non accompagnato da un adeguato controllo di gestione, se non soggetto ad opportuna revisione in corso d’opera, capace di individuare sistemi correttivi, se non monitorato in via preventiva.
Parliamoci chiaro, il sistema Italia, a partire dalle amministrazioni locali, pone un identico problema: chi controlla i controllori? Specie in quelle circostanze nelle quali il ruolo di chi dovrebbe controllare è scelta dettata da ragioni (?) di dipendenza e/o compiacenza politica.
Occorrerebbe, in questo senso, orientarsi su altri (ben più alti, autonomi e indipendenti e perciò efficaci) sistemi di controllo sul modello, per esempio, anglosassone. E qui torna il principio della maggior responsabilità di chi è chiamato a gestire ed amministrare, pro-tempore, i soldi avuti in dote dalla collettività. Responsabilità che, alla luce di una cattiva capacità gestionale, non contemplano l’inamovibilità.
Un sistema che passa necessariamente, attraverso un rafforzamento e una riforma del ruolo della Corte dei Conti.
Non sarebbe, per esempio, inopportuno pensare alla figura dei Revisori dei Conti come emanazione di quest’ultima. Non più come figura, anch’essa burocratica, che, frequentemente, demanda il suo ruolo e i suoi compiti agli uffici finanziari dell’ente e si limita a controfirmare relazioni o certificati al bilancio o inoltrare questionari (se, per esempio, ci riferiamo al sistema SIQUEL) redatti da altri. E va bene la fiducia!!!
Il punto di partenza dovrebbe diventare un altro: controllo puntuale della spesa e della sua congruità per favorire un circuito virtuoso nell’utilizzo di risorse finanziarie condivise che, per loro natura, non possono esser gestite in nessun altro modo se non in nome e per conto dell’interesse comune.
Ma in un paese nel quale persino il finanziamento pubblico ha subito spensierati e irresponsabili utilizzi per scopi e fini privati che speranze ci sono?
Se financo i partiti politici o alcuni loro settori hanno (quasi) assunto forma e veste di associazioni a delinquere siamo in grado di riformare noi stessi? Siamo capaci di intervenire tempestivamente e correggere tutte le storture e i vizi del sistema, a priori e non a posteriori, senza dover attendere i rilievi della Corte dei Conti o l’intervento della magistratura ordinaria?
Anche qui vale il principio della responsabilità personale e, mi sia consentito, della corresponsabilità.
Perchè, si chiamino oggi Lusi o Belsito (solo per citare gli ultimi due, tra i tanti, casi bipartisan), sorge spontanea una domanda: è ragionevole continuare a farsi, eventualmente, governare o dirigere da chi afferma di non aver avuto consapevolezza di quanto accadeva?
È opportuno concedere la propria delega a uno sprovveduto, un imbecille o un ignorante? (in senso stretto e in senso lato)
L’ignoranza porta con sè una buona dose di incompetenza.
E, perciò, non è mai ragionevole, nè opportuno continuare ad affidarsi a chi ignora o conosce male quel che per la sua arte o la sua professione dovrebbe sapere.





Lega: l’asino dove vuole il padrone

22 02 2011

La trasfigurazione della Lega, da movimento di lotta ad apparato ministeriale (con tentazioni occupatutto), sottoposto e obbediente al Supremo Gerarca, è sicuramente motivo di grande imbarazzo e disagio tra la base militante ed elettorale. Inutile nasconderlo o cercare di tacerlo.

Come si concilia la vocazione movimentista, il desiderio di riscatto, la dichiarata intransigenza contro l’Ancien Régime, con questo sodalizio che lega la Lega ad un “magnate”(?) multi-miliardario?

Probabilmente, il noto folklore del gruppo dirigente leghista, avrà fatto sì che il tutto fosse inerpretato con una sorta di motto romano: “accomodatevi e magnate!”.

Nulla di diverso dagli esordi e per non tradire una natura ed una propensione emersa, sin dalla nascita, con la tangente Montedison di 200 milioni di lire, ricevuta dall’allora tesoriere Alessandro Patelli.

Che dire, poi, della mutuata malsana abitudine di tradurre la politica quale ottima occasione per favorire il commensalismo familistico, degno della peggior partitocrazia?

E come può non provare imbarazzo quel movimento, paladino del necessario e inevitabile rinnovamento, in epoca di “mani pulite”, laddove oggi si trova coinvolto a restaurare o avallare l’impunità e il privilegio, attraverso la reintroduzione dell’immunità parlamentrare?

Quale possibile giustificazione potrebbero addurre i vertici leghisti davanti ad una base che ha, certamente, vivido il ricordo del provocatorio cappio sventolato da Luca Leoni Orsenigo in Parlamento, al grido di “Roma ladrona!”, nel cosiddetto “Parlamento dei corrotti”, ai tempi di Tangentopoli?

La parabola della Lega non è dissimile da quella che ha visto, negli anni recenti, la “mutazione genetica” del Partito Sardo d’Azione che, per soddisfare la sua insaziabile “vocazione” assessoriale, ha spostato il suo asse politico dal centro-sinistra al centro-destra, allegramente e con assoluto disprezzo dei suoi padri (primo fra tutti Emilio Lussu) e della sua storia (che ha sempre conciliato la visione di uno Stato federalista col sentimento unitario, non come sviluppo diseguale e disarticolato dello Stato ma conunitario, non contrapposto al giusto riconoscimento del desiderio autonomista e rispettoso delle individualità per poter essere, di questo Stato, soggetti sovrani di diritto).

E come si concilia l’intransigenza leghista, ai limiti della xenofobia, davanti alle vicende che vedono coinvolto il Supremo Gerarca ultra-settantenne con una minore immigrata, di nazionalità marocchina (presunta egiziana e presunta nipote di Mubarak), per di più clandestina?

E come con gli amorosi sensi che “legano”, sempre il Supremo Gerarca, col suo consimile libico, la cui caduta in disgrazia è, in queste ore, imminente?

La realtà disvela un’unica certezza: il gruppo dirigente della Lega ha ceduto l’azionariato popolare ad un unico azionista di maggioranza: il già noto BerlusKaiser.

La coperta (ormai alquanto consunta) con cui cercano di coprire tutte queste evidenti contraddizioni è la conquista del “loro” federalismo.

Un federalismo ancora nebuloso, che, al di là dell’onirica visione di realtà immaginifiche (la Padania), basato su spropositati consensi, possiamo quantificare come nella tabella che segue:

Politiche 2008 Voti % Seggi
Camera dei Deputati 3.026.844 8,3 60
Senato della Repubblica 2.644.248 8,1 26

Il prossimo futuro sancirà, ben che vada, una tenuta, non certo una crescita di consensi da parte di chi ha portato il cervello all’ammasso e ha ceduto i propri valori al miglior offerente.

Questa consapevolezza comincia a serpeggiare in maniera palese, vista anche la forte cautela ora manifestata rispetto ad ipotesi di voto anticipato.

Chiudo con una citazione di Emilio Lussu che ben fotografa la perdita di identità di cui ho sin qui scritto: “Autonomia, cioè coscienza di sé stessi, consapevolezza della propria funzione, conquista e difesa delle proprie posizioni etiche, sociali e politiche che consenta il più ampio sviluppo delle proprie capacità, individuali e collettive, in ogni campo. (…) Noi crediamo che un’organizzazione federale dello Stato sia la più rispondente a che ogni forza autonoma abbia la sua più libera espressione e faccia di tutti i costruttori diretti della nuova civiltà“.

Per concludere: a noi pare che la Lega abbia rinunciato alla sua autonomia, per diventare forza politica, se non eteronoma, particolarmente affine al vecchio che avanza.

La distanza da Roma, allora, non era altro che un inutile e ingannevole slogan per poi ritrovarsi, in via permanente, di stanza a Roma.

Alla faccia del federalismo e non senza disprezzo del “popolo leghista” costretto a bere l’amaro calice… altro che salvifiche ampolle!





La morale cattolica e la legge dello Stato laico: rispettare i confini

18 11 2010

E’, di nuovo, bufera sulla questione riguardante il testamento biologico” o il principio delle “direttive anticipate.

C’è poco da girarci intorno: la possibilità di un dibattito non preconcetto resta fortemente condizionata dal settarismo di chi vorrebbe imporre il proprio credo, in nome di un ecumenismo valido per tutti.

Le recenti prese di posizione di Avvenire (che segue la sua ispirazione cattolica) confermano questo limite.

C’è di più: anche l’adozione, non casuale e a volte malevola, del termine eutanasia è la riprova di un ostracismo dettato dal desiderio di rispondere alla propria morale e, così, far intendere che, sull’altro versante, ci siano persone pronte e disposte ad imporre un universalismo di segno uguale e contrario.

Ma così non è, seppur vi pare.

La richiesta del riconoscimento di un diritto soggettivo resta, infatti, circoscritta all’ambito strettamente intimo e personale.

Perciò anche il fervente sentimento religioso, che anima i sostenitori del “diritto alla vita”, non può rappresentare nulla di diverso da un orientamento, una propensione, una speranza, un credo altrettanto intimi e personali o, quantomeno, riguardanti coloro che condividono.

Sul versante contrapposto all’ardente fuoco cattolico non c’è, quindi, un’orda di persone desiderose di imporre le loro scelte individuali all’altrui sentire, né dispensatori di morte.

La chiesa ufficiale, i suoi sponsor e tutte le derivate dalla stessa matrice devono prendere atto di non poter imporre le loro personalissime (e)statiche visioni su sensibilità non comuni alle loro. Ancor meno possono continuare a porre la discussione su questi temi con la solita logica di chi processa ed esige “atti di abiura”.

Personalmente non ho mai avuto l’abitudine e la malacreanza di interferire sulla morale, l’indirizzo, la confessione e  i precetti che, liberamente, la chiesa ufficiale può e deve dispensare al suo gregge.

Rivendico, piuttosto,  il mio diritto d’appartenenza ad uno Stato laico: nella speranza che sulla mia libertà individuale, sulle mie scelte personali, sulla dignità della mia persona (nel corpo e nello spirito) non ci siano indebite interferenze.

La mia vicinanza e il mio interesse si accendono e si animano per l’opera di altri mondi cattolici: dei preti operai, della teologia della liberazione, dei padri comboniani di Nigrizia, del Cardinale Carlo Maria Martini. Per quella chiesa, meno distante dal cristianesimo delle origini, che non si è rifugiata nelle segrete stanze e sottratta al confronto.

Un cristianesimo dialogante, capace d’essere altro rispetto all’ingessato clericalismo, avviluppato in un’immutabile liturgia, sempre pronto a mandare al rogo l’atrui pensiero. Una chiesa che non semplifica e non riduce la complessità del confronto tra credenti e miscredenti.

Insomma, e per concludere: l’ufficialità d’un clero (e dei suoi seguaci) sempre più incapace di ragionamenti complessi, al pari della società nel cui contesto tutti viviamo, impedisce ancor oggi a quest’Italia di evolvere e ottenere l’estensione di diritti, non lesivi di quelli altrui e che nulla sottraggono ai preesistenti.

Si parli di famiglia o di vita e della dovuta dignità che andrebbe riconosciuta a tutti.

Ciascuno consapevole e perciò libero a proprio modo e nei propri confini.





Contro l’assolutismo de l’Ancien Régime

17 11 2010

La soluzione architettata dal Presidente della Repubblica (che si conferma autentico garante della Costituzione), assieme a quello del Senato e della Camera, rappresenta la miglior via d’uscita dalla crisi.

La concomitanza di tempi, tra i due rami del Parlamento, riporta il confronto e la decisione in ambito democratico e costituzionale. Terreno comune ad altri Stati e ad altre forme di Governo che, per atti e questioni di particolare rilevanza,  contemplano discussione e voto dell’intera rappresentanza parlamentare.

Questo precedente, oggi riferito al rapporto fiduciario tra Governo e Camere, dovrà, in futuro, trovare una più opportuna disciplina e magari comportare una piccola correzione della nostra Carta Costituzionale, tale da evitare ulteriori possibili conflitti. Occorrerà, insomma, individuare tutte quelle fattispecie da sottoporre al vaglio del Parlamento in seduta comune o contemporanea.

Sarà necessario, sempre a proposito della prevenzione di conflitti istituzionali, fornire adeguata interpretazione sulla possibilità di scioglimento di una sola Camera.

L’assolutismo dell’ancien régime è ancora arroccato su questa posizione che, seppur contemplata dall’articolo 88 della Costituzione (Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse), pone non pochi problemi.

L’ipotesi di sciogliere o meno una sola Camera dovrebbe derivare, secondo alcuni costituzionalisti, da fattori e criteri di scelta ben determinati. E’ però pur vero che l’orientamento, consolidato nel tempo e nella prassi, è quello che ha sancito una sorta di inammissibilità dopo la legge costituzionale n. 2 del 1963.

Nello specifico è decisamente folle immaginare il ricorso alle urne per la sola Camera dei Deputati. L’esito di una siffatta soluzione, improvvisata e avventurista, vedrebbe, di fatto, dilagare la crisi anche nella prossima legislatura.

L’eterna propensione a generare il caos non è, dunque, rimedio opportuno o ragionevole.

La diarchia Berlusconi/Bossi questo sostiene, pur di non arrendersi all’evidenza di una crisi conclamata. L’assolutismo dell’ancien régime afferma: governo io o nessun altro. L’andamento ondivago dell’accoppiata di ferro riconosce il parlamentarismo per risolvere la crisi nel suo opportuno contesto e lo nega per quanto riguarda la possibilità che un’altra maggioranza possa (e debba) dar vita ad un governo capace di farsi carico dell’interesse nazionale.

Vedremo quel che capiterà tra un mese.

In tutta questa baraonda si è, inoltre, prepotentemente riproposta la questione del conflitto di interessi che dovrà trovare definitiva disciplina e soluzione.

E’ assurdo il perdurare di questa evidente stortura.

Non si capisce perché, in un paese che in ambito privato contempla l’annullabilità degli atti, la responsabilità penale e l’obbligo di astensione imposto a qualsiasi rappresentante o amministratore in caso di conflitto d’interessi con il rappresentato o l’ente di cui è organo (si veda l’art. 1394 del codice civile), non si debba risolvere anche (e soprattutto) in ambito pubblico la medesima questione.

Inutile fingere che, ora, questa non sia tornata ad essere la massima priorità (dopo decenni di immobilismo) per il nostro Paese.

Il permanente conflitto (moltiplicatosi a dismisura) ha ormai dimostrato di calpestare lo Stato di diritto, provocare l’alterazione della democrazia rappresentativa, pesare e incidere sulla necessaria separazione tra interesse pubblico e privato, generare una insana commistione tra potere economico, politico e mediatico.

In poche parole ha fatto sì che dominasse l’interesse privato di chi ha stipulato un contratto con se stesso e che vorrebbe ancora confondere i ruoli di rappresentato e rappresentante.





L’altrove, al di là di Freedonia

16 11 2010

IL RAPPORTO FIDUCIARIO CON LE CAMERE.

AUSTRIA

Il Cancelliere e i Ministri sono responsabili dinanzi alla sola Camera bassa (art. 76, comma 1).

Se il Consiglio Nazionale nega la fiducia al Governo federale nel suo insieme o a singoli membri di esso con esplicita deliberazione, il Governo o il Ministro federale in questione deve essere sollevato dall’incarico (art. 74, comma 1).

Per la deliberazione sulla sfiducia è necessaria la presenza della metà dei membri del Consiglio Nazionale. Tuttavia, se un numero di deputati stabilito dal Regolamento lo richiede, la votazione può essere rinviata al secondo giorno lavorativo successivo (art. 74 Cost., commi 1 e 2).

Per la revoca del Cancelliere federale o dell’intero Governo non è richiesta alcuna proposta; la revoca di singoli Ministri ha luogo su proposta del Cancelliere federale (art. 70, comma 1).

Entrambe le Camere hanno il diritto di verificare la gestione del Governo, interrogare i Ministri sull’intero complesso dell’attività esecutiva e richiedere tutte le informazioni pertinenti, nonché esprimere le loro opinioni sull’esercizio dell’attività esecutiva mediante risoluzioni (art. 52, comma 1).

FRANCIA

Il Governo è responsabile davanti al Parlamento (art. 20 Cost.).

Il Primo ministro, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, impegna davanti all’Assemblea nazionale la responsabilità del Governo sul suo programma o eventualmente su una dichiarazione di politica generale. (art. 49 Cost., c. 1).

L’Assemblea nazionale può far valere la responsabilità del Governo attraverso il voto di una “mozione di censura” (art. 49 Cost., c. 2).

Il Primo ministro può, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, impegnare la responsabilità del Governo davanti all’Assemblea nazionale sul voto di un testo legislativo, ad alcune condizioni recentemente stabilite con la riforma del 2008. Con la legge costituzionale n. 2008-724 è stata infatti limitata alle leggi finanziarie e ad un testo per sessione, la possibilità di ricorso a tale procedura che consente al Governo di ottenere l’adozione di un provvedimento senza voto, ponendo la questione di fiducia dinanzi all’Assemblea Nazionale.

Se non viene presentata alcuna mozione di censura, il testo si considera automaticamente approvato.

Il Primo ministro ha altresì la facoltà di chiedere al Senato l’approvazione di una dichiarazione di politica generale. (art. 49 Cost., c. 4).

Quando l’Assemblea nazionale approva una mozione di censura o quando disapprova il programma o una dichiarazione di politica generale del Governo, il Primo ministro deve rassegnare al Presidente della Repubblica le dimissioni del Governo. (art. 50 Cost.)

Previa consultazione del Primo ministro e dei Presidenti delle Camere, il Presidente della Repubblica può sciogliere l’Assemblea nazionale. Si tratta di uno dei suoi poteri che non esigono controfirma ministeriale e quindi di una vera e propria sua prerogativa, che esercita con la massima libertà di decisione. (art. 12 Cost.)

GERMANIA

Il rapporto fiduciario intercorre con il solo Bundestag.

Dopo l’iniziale elezione del Cancelliere federale, il Bundestag può esprimergli la sfiducia solo eleggendo a maggioranza dei suoi membri un successore e chiedendo al Presidente federale di revocare il Cancelliere federale in carica. In tal caso, il Presidente federale deve aderire alla richiesta e nominare il nuovo eletto. (art. 67 Cost.).

La carica di Cancelliere federale o di ministro federale termina in ogni caso quando si riunisce un nuovo Bundestag; la carica di ministro federale termina inoltre tutte le volte che il Cancelliere federale cessa dal suo ufficio (art. 69 Cost.).

REGNO UNITO

Per convenzione costituzionale, la fiducia della Camera dei Comuni è presunta nei confronti del Primo Ministro designato dal Sovrano.

Alcuni commentatori individuano un momento di espressione formale della fiducia al Governo nell’approvazione parlamentare di un indirizzo di risposta (Address of Reply) al discorso della Corona con cui all’inizio di ogni sessione annuale si annunciano i contenuti salienti del programma legislativo del Governo per la sessione che si apre. In riferimento a tale ricostruzione, l’approvazione di un indirizzo di risposta nettamente contrario ai contenuti del discorso della Corona, così come la reiezione del bilancio, avrebbero valenza analoga all’espressione della sfiducia.

Questa può essere invece formalmente espressa mediante una mozione di censura, la cui approvazione induce per prassi il Governo alle dimissioni oppure a richiedere al Sovrano lo scioglimento della Camera dei Comuni.

La posizione della questione di fiducia non fa parte della tradizione della Camera dei Comuni. Qualora nelle votazioni parlamentari il Governo venga messo in minoranza, il Primo ministro resta libero di valutarne le conseguenze.

SPAGNA

Il rapporto fiduciario intercorre tra il Presidente del Governo e il solo Congresso dei Deputati:

  • · la fiducia deve essere votata a maggioranza assoluta. Ove tale maggioranza non venga raggiunta, si procede ad una nuova votazione a distanza di 48 ore, per la quale è sufficiente la maggioranza semplice. Se non si raggiunge tale risultato, bisogna ripetere il procedimento con un nuovo candidato. Se trascorsi due mesi, a partire dalla prima votazione, nessun candidato ha ottenuto la fiducia del Congresso, il Re scioglie entrambe le Camere e indice nuove elezioni;
  • · il Presidente del Governo, previa delibera del Consiglio dei Ministri, può porre la questione di fiducia sul suo programma o su una dichiarazione di politica generale al Congresso dei Deputati; la fiducia è accordata se vota a favore la maggioranza semplice dei deputati;
  • · il Congresso può impegnare la responsabilità politica del Governo attraverso l’approvazione a maggioranza assoluta della mozione di censura, che deve essere proposta da almeno un decimo dei deputati e deve indicare un nuovo candidato alla Presidenza del Governo. La mozione non può essere votata prima di cinque giorni dalla sua presentazione e, qualora sia respinta, i suoi firmatari non potranno presentarne un’altra nella medesima sessione. (artt. 99, 112,113 Cost.)

CANADA

Il Parlamento canadese è composto da due Camere, la Camera dei Comuni e il Senato, e dal Sovrano. La Camera dei Comuni, composta su base elettiva, è formata da un numero variabile di membri, perché i seggi sono ripartiti tra le Province sulla base della loro popolazione. Attualmente la House of Commons è composta da 307 membri. Essa resta in carica per un periodo massimo di 5 anni (art. 50 del Constitution Act), ma sono frequenti gli scioglimenti anticipati. Il rapporto fiduciario intercorre tra il Governo e la sola Camera dei Comuni, che può esprimersi su una mozione di fiducia o di sfiducia al Governo. In caso di sfiducia, per prassi il Primo ministro è costretto alle dimissioni oppure può richiedere al Governatore generale lo scioglimento della Camera dei Comuni.

Come nel Regno Unito, anche in Canada all’inizio della legislatura e dopo la formazione del Governo, si svolge il discorso della Corona (Speech from the Throne), tenuto dal Governatore generale, a cui segue di solito l’approvazione parlamentare di un indirizzo di risposta. Tale discorso, in cui si annunciano i contenuti salienti del programma legislativo del Governo, si tiene anche all’inizio di ogni sessione parlamentare.

ISRAELE

Il Governo israeliano è collettivamente responsabile davanti al Parlamento (art. 4).

Una volta che il Presidente ha conferito il mandato ad un membro della Knesset per formare un nuovo Esecutivo e che questo è stato formato, il Governo – come già evidenziato in precedenza -deve presentarsi di fronte al Parlamento per comunicare il suo programma, la lista dei ministri, con le loro competenze, e per ricevere  la fiducia della maggioranza parlamentare.

Il Governo è costituito solo dopo che la Knesset gli ha espresso la sua fiducia (art. 13. d).

La Legge Fondamentale del 2001 ha i introdotto, inoltre, nel sistema costituzionale l’istituto della “sfiducia costruttiva” .

La normativa prevede che la maggioranza dei membri della Knesset possa votare una mozione di sfiducia nel Governo (art. 28. a). Nello sfiduciare il Governo, la maggioranza assoluta del Parlamento deve richiedere al Presidente dello Stato di conferire un incarico per la formazione di un nuovo Governo ad un determinato membro della Knesset, previo il suo consenso scritto. (art. 28.b).

Entro 2 giorni dal voto della mozione di sfiducia, il Presidente è tenuto ad assegnare il nuovo incarico. (art. 28.c). Il Primo Ministro incaricato ha quindi 28 giorni, estendibili fino ad un massimo di 14, per formare il nuovo Esecutivo. (art. 28.d).

Se, trascorso questo tempo, il Governo non è stato formato, o se esso, presentatosi alla Knesset, non ha ottenuto la fiducia dell’Assemblea parlamentare, sono convocate le elezioni anticipate. (art. 28 . e; art. 28. f).

STATI UNITI

Coerentemente con i principi di separazione e di bilanciamento di poteri che caratterizzano la forma di governo statunitense, nessun potere può incidere sulla permanenza in carica dell’altro.

Ne discende che, nei suoi rapporti con il Congresso, il Presidente non è sottoposto a voto di fiducia parlamentare. Egli non ha il potere, d’altra parte, di determinare l’anticipata interruzione della legislatura.

Nell’ipotesi di gravi violazioni compiute nell’esercizio del suo mandato, il Presidente può essere sottoposto dal Congresso a procedimenti di messa in stato di accusa (impeachment), e, a seguito di condanna, essere destituito. In tale ipotesi il mandato presidenziale è assunto dal Vice-presidente e portato avanti fino alla scadenza prestabilita.

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