Quant’è casta l’anti-Casta? (reloaded)

26 09 2012

In Italia viviamo tempi sempre più foschi.
Si fa più cupo il linguaggio della politica, che ormai si manifesta solo come incessante invettiva.
È l’era dei “moralisti d’accatto”, che fanno a gara per dimostrare l’ignominia altrui, senza curarsi della loro o quella di chi li circonda.
È tempo di sermoni e prediche, di nuovi e vecchi guru, di Cassandre o di Savonarola.
Nuovi roghi, che fanno di tutta un’erba un fascio (littorio?), rinnovate parole crociate (per il tono inquisitorio), da contrapporre agli avversari intesi come nemici da abbattere.
È anche l’epoca delle grandi ipocrisie, dell’anti-Casta, anch’essa Casta, che, a volte e nella migliore delle ipotesi, non puo’ dirsi più casta e pulita rispetto ai vizi e alle nefandezze altrui.
Sono tempi sempre più cupi.
Tempi di estrema confusione.
In questo osceno scenario si enfatizzano i toni di alcuni moralizzatori, che si presentano in veste politica o giornalistica.
Si tace su questioni che toccano, riguardano e rischiano d’inficiare, se indagati o resi noti, l’opera di questi presunti novelli Catone.
La cerchia degli “amici degli amici”, ovviamente, non si cura nè sogna di “far le pulci” a chi si erge a censore dell’altrui operato o condanna, senza possibile appello, il malvezzo di agire solo in nome e per conto di interessi privatissimi.
L’altra Casta, quella dei giornalisti, usi a obbedir tacendo, sempre compiacenti verso i vecchi o i nascenti poteri, se non caduti in disgrazia, nulla dicono sulla dichiarata purezza della rinascente Inquisizione.
Esistono, naturalmente, delle eccezioni.

— Omissis —

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La versione (o l’avversione) della destra eversiva

17 05 2011

Dunque il risultato del primo turno è inequivocabile: il centrosinistra ha vinto.

La destra eversiva (rispetto al dettato costituzionale e agli equilibri istituzionali), spalleggiata dalla nomenklatura leghista, ha perso.

Il gioco al massacro, la menzognera delegittimazione dell’avversario, sempre inteso come nemico, il tentativo di retrodatare il confronto elettorale, riportandolo ad un insensato e malsano clima d’odio, l’eterno referendum salvifico per il Premier, che tutto domina, manovra e (s)travolge, la vanagloria d’un consenso fondato su auto-incensanti sondaggi fai-da-te, si sono infranti contro un esito da cui emerge tutta l’indisponibilità a sostenere questa perenne guerriglia condotta a difesa degli interessi d’un uomo solo e sempre più solo.

Merito dei candidati del centrosinistra, che hanno saputo qualificarsi come forza tranquilla, orientata a farsi carico degli autentici problemi e delle specificità locali, senza farsi coinvolgere in uno scontro rabbioso e avvelenato, i cui unici interpreti sono stati i sedicenti (s)moderati, i sempreverdi lacchè e le tigri di carta del tycoon.

Colpa dell’inequivocabile furore di chi si atteggia a vittima e, al contrario, incarna il ruolo del carnefice, con l’aggravante dell’insolenza e dell’arroganza, tipica di un potere rivolto alla strenua difesa del privilegio e dell’impunità personale che, per eccesso di altrui zelo, cieca obbedienza e sottomissione, sconfinano in delirio e disfatta collettivi.

L’errore che ha funestato il risultato elettorale di questa destra antistorica, reazionaria, che vorrebbe imporre all’agenda politica temi e modelli retrivi, è stato quello di affidarsi alla mortifera mano di chi, pur di salvare sé stesso, ha dirottato il democratico confronto sui programmi, nella solita direzione giudiziaria, con ulteriore furia iconoclasta, al limite dell’oltraggio e della delegittimazione di un’altra istituzione democratica che amministra (Udite! Udite!) la giustizia in nome di quello stesso popolo che non dispensa nessuno dall’essere uguale agli altri davanti alla legge.

L’esito elettorale di questo primo turno dimostra quel che è, da tempo, noto: nessuno spera in una soluzione di natura giudiziaria al cosiddetto berlusconismo. Persino l’opinione pubblica, nella sua veste di elettorato attivo, ha ormai capito che le pendenze del Premier e la priorità data al tema giustizia erano, sono e restano squisitamente sue e solo sue.

Il semplice e comune cittadino ha dimostrato d’avere tutt’altre preoccupazioni e ben altri problemi da affrontare quotidianamente. Tutti quei nodi sin qui irrisolti, misconosciuti e trascurati.

La chimera del miracolo italiano che, oggi, costringe la destra e la lega al nanismo politico, che ben rappresentano la loro autentica natura e portata, non esercita più quell’attrazione da parte di chi, in assoluta buona fede, aveva riposto aspettative e speranze in quella direzione.

Oggi c’è un altro orizzonte verso cui si rivolge lo sguardo di molti.

E’ la normale e democratica alternanza che si appresta a prendere forma e sostanza e che si assume il compito di farsi carico dell’interesse collettivo, non già e non più della singola identità o del detestabile vizio del privilegio personale.

Si apre un nuovo scenario, nel quale l’Italia Libera, Libera l’Italia tenuta sotto sequestro.

E’ il superamento, per via politica, d’una assurda anomalia, ormai ridotta sempre più di frequente a pensare al proprio futuro e alla propria sopravvivenza nei (minimi) termini d’una successione dinastica.

E’ la buona politica che torna a farsi strada attraverso la partecipazione e la consapevolezza diffusa.

Si sta per chiudere un’epoca con la giusta ed equa soluzione politica.

Viva la sovranità popolare che, da sempre, impone limiti e freni a chi è chiamato a svolgere funzioni pubbliche nell’interesse di tutti.

Inutile aggiungere che al ballottaggio permane l’assoluto divieto di svolta a destra.





L’era della consapevolezza.

28 09 2010

Adesso basta! Non possiamo e non vogliamo più soggiacere all’arroganza.

Occorre un atto di coraggio, accompagnato dalla rivendicazione dell’onestà e della dignità, per salvaguardare la politica, la democrazia e l’interesse nazionale.

Questa inspiegabile acquiescenza, questo apparente silenzio, imposto per creare un illusorio assenso, questo vizio corrotto di tacitare il dissenso e il malessere, questa rassegnazione che pare significare “non c’è limite al peggio”, ha bisogno di ritrovati eroi moderni che sappiano – insieme – dare vita ad una nuova era della consapevolezza.

Il (pre)potere, che si manifesta come prevaricatore, non può continuare incontrastato a vilipendere le Istituzioni, l’integrità e la coesione sociale, la democrazia, il senso dello Stato e, con esso, la nostra appartenenza.

Tutte le forze politiche, autentiche amanti della legalità e del rispetto delle regole di civile convivenza, devono farsi carico di questa difesa: esprimere l’Italia nella sua parte migliore.

Infondete in noi una nuova speranza.

Esiste un’Italia meno indegna, meno squallida rispetto alla sua attuale rappresentazione.

Altrimenti diteci che dobbiamo rinunciare alla dignità e all’onore d’essere cittadini di questo Paese.

Senza confronto democratico, senza pluralismo, senza libera informazione non deve più – ora – esistere divario tra destra e sinistra. Deve prender corpo il reciproco e univoco desiderio di ripristinare la norma.

Non vogliamo che l’Italia sia ridotta ad un cumulo di macerie. Non vogliamo sia fatta carta straccia della nostra Legge Fondamentale.

Cercate di garantirci l’oggi, per un domani migliore.

Ma oggi non continuate a dividervi inutilmente. Non perseverate nella sterile tutela di piccoli interessi di bottega. Volate alto e fateci immaginare quella nuova, possibile primavera di un’Italia che rinasce.

Ponete limite e freno alla superbia di chi pensa d’essere superiore agli altri e ha continuo disprezzo della legalità.

Garantiteci l’esistenza d’un futuro nel quale riporre le nostre ormai esili speranze.

Prima che l’Italia diventi terra di nessuno: non abbiate paura.

Gli Italiani, che nutrono amore sentito e vero per il loro Paese, sapranno e vorranno seguirvi e darvi ragione.

Domani, poi, ci sarà tempo per il confronto, anche da versanti opposti, in quell’Italia che, grazie al vostro coraggio e alla vostra fedeltà, continuerà ad essere la nostra casa comune.

Viva la democrazia!





Nell’era dei piazzisti.

10 09 2010

Eccoci, dunque, alla piazza.

Il gerontocrate di Arcore e il suo proconsole leghista, famelico di grana padana, contemplano di convocare una manifestazione i primi di ottobre.

All’ordine del giorno una prova di forza, un gesto intimidatorio, al di fuori delle regole democratiche e degli equilibri istituzionali.L’intento dichiarato è quello di “parlare al popolo”, saltare a piè pari il parlamentarismo, enucleare le mirabolanti imprese del governo presieduto dall’uomo medio dei media e fortissimamente sostenuto dal legaiolo, oramai adeguatamente catechizzato, reso mansueto e organico al potere meneghino in salsa romana.

Naturalmente, in un paese democratico, si ha pieno diritto ad organizzare manifestazioni di parte e di partito.

L’anomalia è data dal populismo di chi, dietro la celebrazione delle sue “magnifiche sorti e progressive”, nasconde il desiderio di sovvertire il normale ordine democratico e la consolidata prassi costituzionale.

Crediamo sia alquanto straordinario, in una democrazia normale, un atto di questa natura. E’ certamente più consono ai regimi autoritari: modello nordcoreano.

Ma il piazzista, sostenuto dai suoi commessi (commossi) viaggiatori del Nord, evidentemente predilige i bagni di folla (opportunamente organizzati in ogni dettaglio), per dar vita ad un nuovo atto del “partito dell’amore” livido di rabbia.

Aspettiamo di vedere e sentire la “lectio magistralis” che sarà pronunciata al cospetto del Popolo dei Livorosi.

Intanto tutto questo si consuma non già per questioni di natura squisitamente politica, rispetto alle quali emerge l’immutabile disaffezione al confronto e al dibattito del matusa che, lemme lemme, puntualmente si sottrae, piuttosto per le solite ragioni di natura giudiziaria (per fatti e reati pre-politici), sempre incombenti e che ora impongono il necessario passaggio dalla democrazia alla demagogia.

In tutti questi anni – e ancora una volta – i problemi, le priorità e le emergenze di uno vengono proiettati su (quasi) tutti, in una disperata impresa salvifica, consacrata dal consenso popolare organizzato in apposito lavacro.

La persecuzione della politica verso la giustizia (non il suo contrario) continua a tenere banco e dettare l’agenda nella nostra Italia, tenuta sotto sequestro e sempre chiamata a soddisfare i desiderata del principe e dei suoi vassalli.

Di questo si tratta: i principi costituzionali piegati al volere/potere del principe e dei suoi serventi.

Sentiremo la solita litania: sinistra e destra che si fa sinistra (non per collocazione ma per avversità), toghe rosse, complotto.

L’originaria anomalia, divenuta ormai patologia endemica e sistemica, non può più prescindere dall’isolamento del germe patogeno.

Le forze, autenticamente democratiche, saranno chiamate, attraverso il voto o le opportune vie costituzionali e parlamentari a ridimensionare la portata del microbo, prima che tutto degeneri in un’insanabile epidemia.





S’ode a destra uno squillo di tromba, a sinistra risponde uno squillo?

31 08 2010

Qualche settimana fa “La Stampa” ha pubblicato l’analisi di Barbara Spinelli sull’attuale situazione politica.

La necessità, che il centro e la sinistra tengano il passo e riescano ad andare oltre il semplice “la maggioranza è morta” resta, ancor oggi, all’ordine del giorno. Non si tratta di dar corpo ad un rinnovato e più esteso antiberlusconismo privo di contenuti e ad una politica “contro”.

Piuttosto, occorre cogliere questa opportunità per dar vita ad un’ulteriore, seria analisi sulle possibili vie d’uscita dal caos odierno. Verificare l’esistenza di un’alternativa che possa trovare, nell’alveo della nostra democrazia parlamentare, una maggioranza disposta a farsi carico delle sorti del nostro paese.

La strada maestra non può che essere politica e parlamentare. Occorre coraggio ed è opportuno abbandonare reciproche diffidenze e retaggi del passato. Urge riportare la nostra democrazia al suo stato di grazia. Evitare il diluvio, il terremoto istituzionale, il massacro della democrazia ridotta a macerie.

Alcuni rimproverano alla svolta finiana l’incomprensibile ritardo, oltre a sottolineare l’estrema vicinanza, la piena adesione e complicità, riferite a tutti i provvedimenti legislativi, adottati per interesse privato e puntualmente avallati.

Non pensiamo sia tempo di divisioni.

Ancor meno utile privilegiare interessi di parte, nella speranza che, tra i due litiganti, i terzi possano trarne vantaggio. E’, inoltre, auspicabile, in questo delicato frangente, che non si alimenti la faida fratricida anche sulla rive gauche.

Non si può più fingere, alla luce di tutto l’emergente malaffare, che non esistano responsabilità politiche, nella scelta di alcuni personaggi, discussi e discutibili, nel sodalizio con affaristi, faccendieri, uomini di paglia e prestanome.

Il problema è anche di questa natura: chi non ha saputo scegliere i “suoi” uomini è, come minimo, sprovveduto e, ancor peggio, un incompetente (sotto il profilo politico). Per questo non c’è altra possibile via d’uscita, se non quella di sfiduciare chi ha dimostrato d’essere incapace a governare, se non tramite emergenze a copertura di un affarismo politico e continuando a legittimare e giustificare l’illecito.

In questo clima avvelenato e con questa legge elettorale non è mentalmente sano chi rivolge lo sguardo all’avventurismo populista, unico prevedibile risultato che in molti vorrebbero opporre alla montante indignazione e alla consapevolezza che sta risvegliando le coscienze d’una cittadinanza attiva non più narcotizzata.

Il livello democratico si è notevolmente ridotto. Le regole del gioco sono palesemente alterate.

La legge elettorale ha prodotto un Parlamento autoreferenziale, in forte contraddizione – se non in antitesi – con l’interesse collettivo, sempre chiamato e costretto, a colpi di fiducia, a soddisfare i desiderata e le impellenti necessità del Premier.

Ma possiamo continuare a sperare non esistano solo peones o silenti servitori.

La politica si è deformata a tal punto da divenire continua copertura (peloso garantismo), utilizzata come scappatoia alla via giudiziaria riconducibile sempre, si badi bene, a fatti, vicende e reati pre-politici.

L’anomalia originaria, di un conflitto d’interessi, che negli anni si è moltiplicato ed è volto al plurale, è divenuta sistema e sistematica mistificazione della realtà, estesa a fatti, vicende, commistioni, malaffare e malversazione, consumate in ambito politico (profittando del proprio ruolo per trarre vantaggio o tornaconto personale e familistico).

Ferma restando la presunzione d’innocenza, non si può pretendere che garantismo sia sinonimo di impunità o possa costituire salvacondotto, valido alibi o prerogativa di irresponsabilità.

Davanti a tanto disprezzo e tanta arroganza non possiamo più non indignarci o rivolgere lo sguardo altrove.

L’enfasi del consenso (che celebra il proprio e nega quello altrui), si è materializzata in questi anni, per mezzo della potenza di fuoco dei media a direzione unica (quelli che entrano in tutte le case e di cui gran parte dei cittadini si nutre; non quelli che si ha la libertà di comprare o meno) e a causa di una legge elettorale che produce un’alterazione dei numeri reali.

Tutto questo necessita di una correzione in senso democratico e pluralista.

Questo consenso elettorale – di cui ciascuno di noi è parte – non può essere interpretato a proprio piacimento. Né deve rappresentare una minaccia l’eventualità di tornare al voto, sempre paventata a eterno dispregio del dettato costituzionale.

Esistono, prima, altre possibilità: per l’ovvio motivo che, nonostante gli artifici e le mirabolanti alchimie verbali, non si è andati oltre la sola e semplice adozione di un sistema elettorale, fermi restando i ruoli istituzionali e la prassi costituzionale da seguire per la crisi di governo (e, a questo punto, istituzionale).

Ecco perché l’assunzione di responsabilità, in questi mesi, sarà determinante per il futuro dell’Italia.

Occorrono coraggio e determinazione. Quel coraggio, che è poi forza, dei grandi uomini di Stato, degli infaticabili e inossidabili servitori dello Stato, chiamati – nessuno escluso – da destra a sinistra e viceversa a dare una soluzione politica condivisa.

Prima che arrivi l’inferno: la sinistra risponda allo squillo!





Alla deriva: la politica dell’impolitico.

21 08 2010

L’attuale deriva della politica italiana e dell’Italia tutta, sempre più vittima di una continua involuzione e decadimento, sembra figlia legittima del processo di acculturazione di pasoliniana memoria.

Come risultato l’ulteriore distanza tra due mondi più che mai alieni: la politica (ormai piccola e meschina) e il vivere quotidiano delle persone comuni (quella che si definisce, non a caso, “società civile”, come se dall’altra parte regnasse e vigesse l’inciviltà).

Si è perso (la classe dirigente ha totalmente smarrito) il senso e la percezione della realtà, la ragione di sé, del suo mandato e dei problemi reali dei cittadini.

Da troppo tempo si manifesta disattenzione, che a tratti sconfina nel disprezzo, verso tutto ciò che non origina da cooptazione, nepotismo e servilismo, affarismo e mercificazione, in un sistema sempre più oligarchico, impenetrabile, chiuso (e, pertanto, ostile rispetto al mondo circostante), sino a cancellare qualsiasi residuo di democrazia esterna e interna (che si traduce, alla fin fine, in negazione della democrazia tout-court).

Tante, troppe sarebbero le parole da “spendere”, forse inutilmente, in un interminabile j’accuse!

Chiamatelo pure qualunquismo. Chiamatela antipolitica. Chiamatela come volete e come vi pare e piace.

Ma proviamo a dare una risposta ad una sola domanda: “L’ostilità e il senso di distacco da chi o da cosa deriva, se non da questa distanza tra paese reale e politica aliena?”

Il crescente astensionismo è o non è segnale di questo divario e questa disaffezione che divengono incolmabili?

Sempre più spesso, il confronto politico si traduce in scontro aprioristico, che nega qualsiasi possibilità di dibattito serio, anche acceso e animato, per ridicolizzare-radicalizzare la disputa con l’avversario interno o esterno (vissuto come nemico da abbattere, sovente non prima d’averlo opportunamente dileggiato, se non vilipeso).

Lo spartiacque destra-sinistra (antistorico rispetto all’evoluzione sociale) è rimasto avvolto dal e nel furore ideologico, anziché concretarsi nella diversità di soluzioni proposte a fronte di questioni epocali (immigrazione, bioetica, diritti civili, assetto istituzionale, per citare solo alcuni possibili esempi); cioè su temi e problemi che, non da oggi, travalicano la discriminante ideologica e dovrebbero coinvolgerci tutti.

Chi esprime perplessità e posizioni non conformi è necessariamente collocato sul fronte opposto o viene tacciato di anti-italianità.

Destra e sinistra (o per usare altri termini ormai desueti, fascista/comunista) assumono la veste (logora) di epiteti e di aggettivazione dispregiativa, dell’una contro l’altra parte o nello stesso contesto politico d’appartenenza, per (s)qualificare i non-allineati (il libero pensiero, la criticità, il sano dubbio e la non omologazione).

Seguire tutti questi rinati istinti primordiali non giova a nessuno: non a questo Paese, non alla nobiltà della Destra e della Sinistra (storiche), non alla Politica, non alla Convivenza Civile e Democratica, ancor meno alla Cultura.

Alimentare, sempre e comunque, a ranghi serrati, il tribuno della plebe di turno o il leader sedicente carismatico (in un’era priva di carisma, in un’epoca di nani dove quello un tantino più alto figura ingigantito), è una forma di populismo deteriore, che mortifica e porta i cervelli all’ammasso.

Significa legare il proprio destino alle fortune e miserie di un singolo, che dietro sé – assai spesso – può lasciare solo macerie.

E’ tempo di entrare nell’era della post-mediocrità.

Verrà il tempo di andare “avanti”, dar vita ad una sorta di Kadima italiana, non necessariamente in forma elettorale, un trasversalismo e un’unità di nobili ragioni e intenti, sulle grandi questioni che coinvolgono l’Italia, di tutte le forze parlamentari, che sappiano interpretare il senso di malessere, di mancata appartenenza di molti all’uno e all’altro schieramento e tradurla in pensieri e azioni (pro)positive e di crescita per una società non più vittima dell’involuzione e dell’oscurantismo.

E’ sempre più urgente e necessario colmare questa anomala distanza tra politica e partecipazione. Se vogliamo che la politica e la democrazia (cor)rispondano alla partecipazione.

Certo è che, ora come ora, questo divario pare non interessare tutti coloro che riempiono il vuoto con l’alterazione del consenso. Poco importa se il corpo elettorale si restringe.

Cito, come esempio, l’affluenza alle urne alle ultime elezioni provinciali di Cagliari: al ballottaggio ha votato il 25% degli aventi diritto. Il candidato del centro-sinistra ha vinto col 52% dei voti. Traduzione: quel 52% equivale al 13% di consensi, se depurato dalle alterazioni a vocazione maggioritaria. Coi numeri e coi sondaggi si può, poi, giocare quanto si vuole, ma è questa la fotografia più realistica, denudata da qualsiasi enfatizzazione propagandistica.

Occorre far esplodere questo status-quo, ancor prima che imploda, perché troppo carico e denso di contraddizioni e di distanze incolmabili.

Distinguersi, definirsi da oggi “altro”, per non correre il rischio di risultare poi indistinguibili e per sottrarsi alla politica del caos.

L’aspetto paradossale, in questo Paese, resta quello di un tycoon della televisione, un antennaro, un mediocre parvenue, arrivato alla Presidenza del Consiglio, grazie all’enfasi mediatica e propagandistica ottimamente gestita da chi ricopre contemporaneamente ruoli inconciliabili, che in qualsiasi altra democrazia occidentale avrebbero mantenuto fermo il criterio di ineleggibilità.

Piaccia o non piaccia questa è anomalia tutta e solo italiana.

E’, altresì, opera dell’assurdo che un partito regionalista (altro che federalista!) abbia ricevuto consensi a causa del vuoto politico e di un malessere cavalcato in questi ultimi 16 anni.

Non si continui, pertanto, a invocare il rispetto per l’esito elettorale: ricordo, qualora ce ne fosse bisogno, che, ancora una volta, il primo a venir meno ad un simile ossequio è stato lo stesso Signor B (quando gridava ai brogli, chiedeva di ricontare i voti e non voleva “scollarsi” da Palazzo Chigi, preda – anche in quella circostanza – di un delirio e di un’ossessione incontrollati).

Parliamo della stessa persona che oggi inveisce, in maniera scomposta, davanti all’istanza della Bresso o grida al tradimento dei ribaltoni (quando è lui il ribaltabile) e ai complotti, dopo esser stato attore di analoghi tentativi verso l’ultimo governo Prodi. Anche in quella circostanza senza lesinare “bastonature” mediatiche ai senatori a vita.

Una ossessione continua che, tra le tante storture, ha generato anche l’impossibilità di un dibattito che risulti un minimo costruttivo.

Ormai è chiaro che la contesa travalica destra e sinistra.

L’ossessione non è più di una sinistra “malata” che vede, da sveglia o in sogno, Signor B dappertutto.

La contrapposizione è tra chi, sempre e comunque, amplifica “la voce del padrone” e chi vorrebbe tornare ad una normale dialettica politico-istituzionale, in un paese autenticamente democratico.

La sensazione è che sia giunta la fine di un’epoca, il tramonto di un’epopea, il crepuscolo di un’epica, tutta costruita su un (pre)potere che esalta sé stesso.

D’altro canto anche l’adesione ad un potere “monolitico” non è destinata a reggere in eterno, ancor meno se non più ispirato da valori liberali, democratici e pluralistici, ma solo dominato da vassallaggio, cooptazione, nepotismo e familismo (per non usare l’aggettivazione più appropriata: servilismo).

L’incapacità di gestione politica in tutti questi anni, eretta a sistema, persino nei grandi eventi e profittando delle disgrazie altrui, non può pretendere impunità.

Specie laddove traspare che si siano “mangiati” tutto l’”abbrancabile” e che il tentativo sia stato quello di legittimare l’illecito.

Oltre e al di là dell’illecito, che spetta a chi di dovere perseguire, non è pensabile che continui a vigere e sopravvivere un criterio di irresponsabilità politica nella scelta degli uomini sbagliati.

Il primus inter pares non può dichiararsi estraneo a responsabilità politiche che riguardano, sempre a titolo d’esempio, la nomina di ministri, sottosegretari e coordinatori di partito.

La contesa, dunque, è tra chi ha rispetto per le regole, la democrazia, gli equilibri istituzionali e chi, quotidianamente, gestisce l’impero con atti d’imperio legislativo (pro domo sua e i suoi famigli).

Arrivati a questo punto e dai segnali provenienti da diversi ambiti, pare sia il paese reale a non reggere più.

L’auspicio è quello di veder (ri)sorgere una destra e una sinistra laiche, repubblicane, pragmatiche, relativiste in tema di valori, politicamente e reciprocamente corrette. Se sarà questo lo spartiacque destinato a permanere.

Ecco qual è la speranza: vivere, finalmente, in un paese normale, normalizzato e pacificato.

L’anomalia è così grande da esser diventata sin troppo evidente: quel che i francesi avevano intuito per tempo rispetto a Bernard Tapie, quel che avevano scongiurato gli statunitensi rispetto all’ascesa di Ross Perot, quel che gli spagnoli non hanno consentito a Jesus Gil, quel che in Italia, seppur con ritardo, non è stato perdonato a Craxi…. ho sentore (non certezza) che capiterà, ancora una volta con notevole ritardo, a questo Signor B.

Senza l’ausilio di ipotetici complotti.





Da “sinistra” a “destra” e viceversa: deberlusconizzare la politica.

20 08 2010

Cos’è l’antiberlusconismo odierno? (etimo – non a caso – di medesima origine berlusconiana, cioè proveniente dalla stessa casa di produzione).

E’ la condanna definitiva e senza appello – per l’entità del grave tradimento allo spirito liberale e la sua piena adesione ai retaggi del passato che non passa – a una politica, non solo delle leggi per questioni personali, ma del legiferare sotto “dettatura del potere”.

E’ l’accantonamento della personalizzazione nella politica, senza sostituirla con altri personalismi, che si è via via trasfigurata nell’impoliticità.

E’ il no al disprezzo per le intelligenze, per la cultura, per il pensiero distinto e distante dalla massificazione della società.

E’ la caduta della linea del confine forzista, pervaso da ideoligizzazione forzata, che ora si apre ad un’era post-ideologica, da cui potrebbe nascere un rinnovamento capace di mantenere nel tempo la sua modernità e la sua adeguatezza alle aspettative di una società (assetata e affamata) che questo invoca da tempo.

E’ la politica di chi si dissocia dal gusto dell’effimero e miserrimo propagandismo da crociata, dell’uomo medio e della medietà mediata ed amplificata dai media.

Sono gli occhi e la percezione, non più narcotizzati e resi ciechi, sordi ed afoni, che si spalancano davanti alla maschera, inceronata o meno, che si strappa e oramai disvela come “ab uno disce omnis” (da uno capisci come sono tutti).

E’ il distinguo del sé dagli altri, il rendersi totalmente estraneo alla piaggeria, a coloro sempre pron(t)i a obbedire, alla mortificazione dell’io che, in un’assoluta perdita d’identità e di dignità personale, si affida ad un mediocre.

E’ la presa di coscienza di un’Italia e di ciascun cittadino che rivendichi il diritto di cittadinanza e partecipazione attiva, che non merita tanta bassezza, quest’incessante decadimento sociale, economico, politico e culturale.

E’ la ribellione davanti all’”ovvio dei popoli” (sia esso di matrice berlusconiana o regional-leghista), agli slogans, all’illecito legalizzato, alla normalizzazione dell’anormalità.

E’ l’impeto di chi non è più disposto all’arrendevolezza, di chi non si rassegna al “tutti colpevoli, nessun colpevole”, di chi prova ribrezzo e schifo per il marciume dilagante, qualsiasi sia il colore o la collocazione.

E’ l’Italia, quell’altra parte (che s’allarga) e che risulta ostile a chi ha visione solo della gigantografia del suo ego (con o senza “ismo”).

E’ il diluvio che spazzerà via il becerume, la rozzezza, la mediocrità, l’improvvisazione clownesca.

E’ la richiesta di chi chiede serietà, competenza, affidabilità e capacità ad una politica, che si renda interprete dei desideri e delle necessità del paese reale.

E’ l’ultima chiamata (quasi una preghiera) alla responsabilità, al senso dello Stato, alla salvaguardia delle Istituzioni e dell’integrità morale e politica dell’Italia.

E’ l’autostima di chi non si assoggetta alla logica dell’esser famiglio di qualcuno, che si sottrae al clientelismo, al nepotismo, all’affarismo e alla mercificazione.

E’ la sfida a chi ha tirato troppo a lungo la corda.

E’ l’Italia normale che auspichiamo.

E’ la rivendicazione del pieno diritto ad indignarsi e immaginare possa esistere di meglio, rispetto all’impoliticità di un navigato politico e (im)prenditore, nei cui confronti deve esistere la libertà di opporsi e dissentire, in un paese ancora e sempre democratico.

E’ l’esistenza di un comune sentire – che poi si traduce in comune buonsenso – della cosiddetta “destra” e della cosiddetta “sinistra”: la politica come passione e impegno civile.

Viva l’Italia libera dagli interessi e dagli interessati.