Giorgio Gaber (con tutto il rispetto che merita) in risposta a Grillo

11 03 2013

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La rete degli irretiti?

9 03 2013

coppia-altoparlanti-3-vie-16-165-cm-caos-unlimited-premium-800.jpg-1256788404C’è un attor comico che continua a vaneggiare su un’entità da lui considerata omogenea, possibilmente conforme al suo modo di pensare/vedere tutto il circostante, virtuale e reale (ma esiste una vera differenza?), denominata “la rete”.
Questo novello re buffone, in campagna elettorale, ha proclamato a gran voce la necessità di un’assiduo e imprescindibile referendum, non puramente consultivo, ma con potere decisionale, per ridurre il gap tra rappresentati e rappresentanti.
All’indomani del responso elettorale abbiamo, invece, sinora visto un’idea di democrazia diretta particolarmente timorosa davanti all’eventualità di appellarsi alla volontà popolare, sia dell’ancora non chiara base (di un’organizzazione pur sempre piramidale), sia del corpo elettorale che ha dimostrato consenso e fiducia.
In poche parole: la democrazia è diretta, da Grillo e da un ristretto conclave di A$$ociati. Ovvero è democrazia in diretta via streaming, a circuito chiuso e impermeabile.
Il nuovo fenomeno padronale, col suo brand in chiave politica, si è così trasfigurato da populista (nel senso migliore del termine, tanto caro a Dario Fo) a demagogo, capace di attrarre quella nebulosa ora illusa d’essere parte d’una rivoluzione epocale, dopo aver ossequiato le sacre sponde di diversa provenienza.
Come mai il Grillo (s)parlante di democrazia diretta, proprio in questa delicatissima fase, in occasione d’una scelta fondamentale sul futuro del suo movimento divenuto rappresentanza istituzionale, non ha il coraggio di assoggettarsi alla volontà di chi lo ha scelto, in attesa di soluzioni partecipate e condivise?
Perchè lasciarsi sfuggire l’opportunità di dimostrare che i proclami e le teorie pre-elettorali corrispondono in pieno alla prassi adottata in questa fase post-elettorale? (Laddove il post non è quello quasi quotidiano che campeggia, a mo’ d’editto, sulla sede home-page del movimento).
Perchè correre il rischio di “shiftare” dal movimento al mo’ vi mento?
Non ho possibili risposte da dare al posto di chi è chiamato a spiegare questo scostamento e quest’evidente contraddizione tra teoria e prassi della tanto invocata democrazia diretta.
So soltanto che le aspettative di alcuni amici, che hanno votato M5S, provenienti dal fronte d’una sinistra che non riconosce più alcun diritto di rappresentanza a chi è oramai valutato come troppo compromesso e compromissorio, nutrono – nel profondo d’un cuore collocato ancora nell’area d’origine – una certa delusione.
Quest’invito alla riflessione collettiva, non deve, non può e non vuole costituire nessuna forzatura o indebita ingerenza su scelte e decisioni che spettano e competono, in via esclusiva, al Movimento 5 stelle.
Si tratta d’un semplice, banalissimo richiamo alla coerenza, semprechè si abbia intenzione di dimostrarla.
C’è un tempo per la giusta e ragionevole contestazione e ce n’è un altro nel quale occorre individuare possibili interlocutori.
C’è un tempo in cui si è chiamati a giocare a carte scoperte, lontani da una gestione pseudo massonica d’un movimento chiamato ad interpretare e tradurre, nel miglior modo possibile, questo rilevante flusso di consenso, aspettative e fiducia,
Altrimenti potrebbe esserci un futuribile rischio di un epilogo, che trasformerà lo tsunami in una marea nera, malgrado tutte le buone intenzioni. E tutto questo potrà essere annoverato come opera di un ottimo avanguardista, precursore di – neanche tanto – inaspettate derive, riposte in mani, ritenute più capaci, di menti più subdole, ora in trepidante attesa d’un auspicato e definitivo fallimento.
Non c’è terza via: il caos può essere generativo del nuovo o degenerativo del vecchio.
Ovviamente il coraggio di chi si dimostrerà disposto a condividere qualsiasi decisione attraverso la consultazione allargata, meriterà tutto il nostro rispetto, anche se l’esito potrà non trovare possibile condivisione.
Non ci si può sottrarre alle proprie responsabilità. Davanti al proprio elettorato e all’intero paese.
Fateci capire cosa volete fare, cosa avete da dire e da proporre ora che siete diventati grandetti ma, evidentemente, non ancora adulti.





Lettera, a(gl)i (e)lettori, in busta chiusa, con finestra aperta sul futuro

23 02 2013

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Io non vivo grazie alla politica.
Vivo del mio lavoro e, l’assenza di questi giorni, lo testimonia.
La politica vissuta come pura passione civile, diversa e distante da quella di chi si appella ad un senso civico (retribuito) tradottosi nella costituzione di liste tutte ben infarcite di soliti noti o solide retroguardie, nascoste dietro un apparente nuovismo, mi spinge a partecipare, nei limiti del possibile, ed esprimere qualche ultima considerazione alla vigilia del voto.
In tutti questi giorni ho intensamente dibattuto, in ambito privato, con amici di vario orientamento politico – di destra e di sinistra –  tutti indistintamente affascinati dall’onda rivoluzionar-reazionaria.
Tutto questo indistinguibile e confuso ribellismo è certamente figlio di quella mala politica, arroccata nei palazzi d’inverno e vissuta con l’incessante e sempre più famelica avidità di quel che oggi definiamo genericamente casta.
La posta in gioco riguarda ora il nostro comune futuro: tra democrazia, capace di rinnovarsi e così risorgere dalle ceneri (de)generate per mano di chi, dopo circa vent’anni interamente dedicati alla cura e alla tutela di privatissimi interessi personali e appena 14 mesi fa, aveva spinto e portato il resto del paese (e non sé stesso!) sull’orlo del baratro o ineluttabile involuzione e regresso, adesso favorito da più o meno (in)consapevoli apripista d’una deriva fatta di neo autoritarismo, che troverà sponda e giustificazione grazie al vuoto generato dal caos.
Siamo alla vigilia d’una scelta definitiva sull’idea di futuro che vogliamo offrire a noi stessi ed al nostro paese.
Il mio invito è quello di non sottrarsi alla partecipazione che segnerà il destino di ciascuno di noi.
Capisco il disgusto, la profonda disaffezione e il senso di estraneità che certo non hanno trovato alcun conforto in questa penosa campagna elettorale.
Capisco alcune delle ragioni espresse dall’ottima Michela Murgia.
Capisco l’irrefrenabile impulso a far sì che giunga la giusta condanna ad una pressoché intera classe politica e dirigente, che non merita attenuanti e nessun possibile appello.
Capisco il desiderio di chi non vuole rendersi più complice e ora esprime il suo deciso “not in my name”.
Capisco le ragioni di chi afferma che – forse – la buona politica è moribonda e nessuno merita consenso.
Ma non capisco e non posso accettare che queste ragioni non riescano e non possano trovare una residua speranza per far sì che non muoia definitivamente la democrazia.
Buon voto a tutti.





Democrazia e gogna

17 11 2012

imageL’aria che tira profuma di oscurantismo, travestito da rivoluzione imminente.
Il trapasso della democrazia, a favore del sempre più incalzante desiderio di gogna, lo si avverte quotidianamente: nella terrifica visione di alcuni media tradizionali o leggendo tra le righe di certa rassegna(ta) stampa.
Quel clima da “guerra civile simulata”, che ha caratterizzato gli ultimi vent’anni e che speravamo oggi superato, continua a pervadere il non più democratico confronto, tradottosi in perenne scontro dai toni sempre più accesi e veementi, in un corpo-a-corpo a distanza, alimentato dal retroterra di accanite falangi, che soffiano sul fuoco e spingono in direzione della delegittimazione totale e dell’onta ignominiosa da gettare sulle Istituzioni e sulla tenuta democratica dell’Italia.
In questo senso non vi è alcuna differenza tra gli avvelenati e, a tratti, virulenti editti editoriali di Marco Genuflesso Travaglio, ormai in stabile pianta organica alla nuova Inquisizione a f(r)asi alterne, ed un Sallusti o un Feltri, già arruolati in altre militanze in veste sedicente giornalistica.
È l’appartenenza, diretta o indiretta, a quel comune desiderio di distruzione globale, nella speranza che poi qualcosa di nuovo (ri)nasca dalle ceneri del sacro fuoco purificatore.
Non a caso ci sono stati scambi di amorevoli sensi e reciproche solidarietà: Travaglio che solidarizza con Sallusti, in nome d’una libertà di stampa assai prossima e affine alla diffamazione (a prescindere e per difesa di Casta, considerato il suo “Non so cosa ci fosse scritto…”); Feltri che si è detto pronto e disposto a votare Grillo sulla base di solidi presupposti: “Provo un certo godimento, degli orgasmi, a vedere Grillo sfasciare tutto. Il nostro sistema politico è talmente marcio che spero che dal grande caos rinasca tutto. Oggi voterei per lui“. O, ancora, in un’oscillante ironia assai poco risibile, su Di Pietro: “Sarei contentissimo se andasse al Quirinale, non è che finora abbiamo avuto dei campioni al Colle. Io stimo moltissimo Di Pietro, personalmente non mi ha mai querelato, ha sempre portato in tribunale Il Giornale. Spesso ci vediamo a cena e abbiamo un ottimo rapporto“. D’altronde, a tavola “almeno non dice le barzellette e usiamo entrambi un linguaggio contadino. Sono più a mio agio e non vuole fare la primadonna come Silvio“. Altrettanto note sono state le convergenti bordate all’unisono sulla Presidenza della Repubblica da parte di questa destra, separata in casa, dall’acquisto di quello spazio politico, in illo tempore, da parte del miglior acquirente.
È il nuovo, mitico sol dell’avvenire, che sorgerà dall’invocata e attesa apoteosi finale.
Azzerare tutto l’esistente, senza distinzione alcuna, per promuovere e favorire il cambiamento (?)
Lo stretto confine, così sottile da risultare impercettibile, la comunanza nella visione devastatoria, in realtà, inducono a nutrire più spavento che speranza.
Non perchè si abbia qualcosa da perdere, piuttosto perchè in tutto questo non s’intravvede niente di buono all’orizzonte.
Il vomito collettivo, che si manifesta come perfetta unità d’intenti difformi, ma perfettamente coincidenti, spinge a domandarsi: a chi giova tutto questo?
Persino l’abominevole natura multiforme, di movimenti apocalittici e neo rivoluzionari che, nel loro corpo, accolgono tutto e tutti, purchè all’insegna della contestazione collettiva e d’un progressismo regressivo e reazionario, suscitano analoghe preoccupazioni.
Quest’incontro tra destra e furiosi “anti-castisti”, questo crogiuolo di razze politiche senza più riferimenti precisi, fanno leva, in maniera del tutto strumentale, sull’utile piede di porco per scardinare l’esistente ed aprire la strada ad un caos generatore di ulteriore caos. Oppure funzionale ad impedire l’alternanza di governo, il superamento dell’odierno sotto tutela tecnocratica e la soluzione della perdurante crisi economica, sociale e politica.
La convergenza dei sentimenti anti europeisti, dell’antiparlamentarismo che vuol rendersi parlamentarismo di altri cloni, democraticamente eletti, ma sotto egemonia di pochi, la delegittimazione intesa come ignominia da gettare sulle istituzioni, il superamento di qualsiasi requisito minimo di residua democrazia, dove potranno portarci e chi o cosa potranno favorire?





Passaparola – Comunicato politico numero cinquantaquattro – Beppe Grillo

15 11 2012






Inchiostro di china pericolosa

13 11 2012

Non parlerò di primarie ma, in qualche misura, del primato della democrazia, della verità, della giustizia e dell’informazione.
Non so bene se sia una mia esclusiva impressione ma…
I volenterosi carnefici – quelli della condanna emessa senza appello alle prime luci d’un sospetto o sulla scia d’un minimo indizio, ancora prima di qualsiasi sentenza definitiva – si trovano alle prese col loro ingiustificabile doppiopesismo: colpevolisti coi nemici del popolo, innocentisti o giustificazionisti con gli amici (propri) e del popolo.
A seconda della personalità o del partito politico – che esprimono parole o manifestano comportamenti altre volte vivacemente censurati – tutto cambia.
E’ la pericolosa china lungo la quale è caduto il grande maestro in quest’arte: l’inquisitore Marco Genuflesso Travaglio.
Scriveva tempo fa il compianto e illustre giornalista d’inchiesta Giuseppe D’Avanzo, in polemica col Genuflesso: ‘Non è giornalismo d’informazione, come si autocertifica. E’, nella peggiore tradizione italiana, giornalismo d’opinione che mai si dichiara correttamente tale al lettore/ascoltatore. Nella radicalità dei conflitti politici, questo tipo di scaltra informazione veste i panni dell’asettico, neutrale watchdog – di “cane da guardia” dei poteri (“Io racconto solo fatti”) – per nascondere, senza mai svelarla al lettore, la sua partigianeria anche quando consapevolmente presenta come “fatti” ciò che “fatti”, nella loro ambiguità, non possono ragionevolmente essere considerati (a meno di non considerare “fatti” quel che potrebbero accusare più di d’un malcapitato)’.
Aggiungeva: ‘E’ un metodo di lavoro che non informa il lettore, lo manipola, lo confonde. E’ un sistema che indebolisce le istituzioni. Che attribuisce abitualmente all’avversario di turno (sono a destra come a sinistra, li si sceglie a mano libera) un’abusiva occupazione del potere e un’opacità morale. Che propone ai suoi innocenti ascoltatori di condividere impotenza, frustrazione, rancore. Lascia le cose come stanno perché non rimuove alcun problema e pregiudica ogni soluzione. Queste “agenzie del risentimento” lavorano a un cattivo giornalismo. Ne fanno una malattia della democrazia e non una risorsa. Si fanno pratica scandalistica e proficuamente commerciale alle spalle di una energica aspettativa sociale che chiede ai poteri di recuperare in élite integrity, in competenza, in decisione. Trasformano in qualunquismo antipolitico una sana, urgente, necessaria critica alla classe politico-istituzionale’.
Parole profetiche, cui si affianca oggi il maggiore valore aggiunto dalla richiesta d’archiviazione per il Presidente del Senato Renato Schifani, verso cui si teorizzava il concorso esterno in associazione mafiosa e nei cui confronti, a titolo d’indennizzo dell’indegnità politico-morale-istituzionale gettatagli addosso, basta un miserrimo articolo, non altrettanto enfatico quanto la potente portata delle bordate accusatorie.
Marco Genuflesso Travaglio ha trovato ora nuova sponda politica, a lui più consona, rivolgendo il suo sguardo, la sua penna e la sua oratoria, in direzione dei suoi amici Grillo e Di Pietro, che hanno dato identica impronta “vendicativa” a un movimento e un partito padronali.
L’assunto da cui si parte è che (quasi) tutto è merda, senza mai spiegare come si esce dalla stessa, al di là della biliosa contestazione. E, sempre fingendo che tutto quel che si è realizzato in quest’Italia sia frutto d’un ineluttabile e malvagio destino, senza alcuna partecipazione attiva, da parte della cosiddetta società civile, alla ‘presa del potere’ di chi non si è certo auto proclamato. Ma è chiaro che, a coloro che nutrono sentimenti di rivalsa e che attualmente cercano un consenso montante, fa più che comodo l’assoluta assenza d’una approfondita analisi socio politico antropologica: si continua a fingere l’esistenza d’una eterna innocenza come tratto genetico degli italiani ora tutti orientati (sarà da vedere in che misura) a favorire l’ascesa dei neo  rivoluzionari.
Tutto ciò che riguarda gli amici trova, ovviamente, logica e comprensibile giustificazione. Qualsiasi interrogativo (non si parla di reati) va immediatamente catalogato come inutile e infondato sospetto, orrido complotto, ‘spiate dei servizi segreti al soldo di chi sappiamo, campagne calunniose orchestrate da chi sappiamo che l’hanno vivisezionato e passato mille volte ai raggi X’.
Le regole “carta straccia” del “non statuto”, le gestioni padronali e gli imperativi categorici, per esempio, inducono il Genuflesso a scrivere: ‘Ma benedetti ragazzi: perché vi siete iscritti a 5 Stelle o all’Idv, se non vi piacciono Grillo o Di Pietro? Grillo, da quando fa politica, ha sempre attaccato certi talk show, considerandoli i salotti dei partiti, rifiutando di esserne ospite e raccomandando ai suoi di non cascare in quella che considera una trappola. Ergo chi muore dalla voglia di accomodarsi su quelle poltrone non ha che da iscriversi a uno qualunque degli altri partiti o movimenti, che in tv bivaccano da mane a sera. Se invece si iscrive a 5Stelle e viene eletto, sicuramente in virtù del proprio poderoso consenso, ma forse anche un po’ grazie al faccione di Grillo sul simbolo, non ha che due strade: proporre regole diverse e sperare che vengano approvate; o dimettersi e fondare un nuovo movimento con le proprie regole. Idem per Di Pietro: è forse una novità, o un mistero, che l’ex pm abbia fondato un movimento personale, manifestato con Grillo, criticato gli inciuci del Pd, stigmatizzato le firme di Napolitano sulle leggi vergogna di B., contrastato tutti i provvedimenti di Monti& C.? Donadi queste cose dovrebbe averle almeno notate: era il capogruppo, non un passante. Poi ci sono i giornali di palazzo, ridotti a formicai impazziti mentre la terra trema e frana’.
Sull’Italia immobiliare di Propaganda Fide, che ha coinvolto diversi personaggi, da Scajola a seguire, mentre sui primi la mannaia moralizzatrice doveva impietosamente calare, sugli altri, il nostro Genuflesso ha avuto l’ardire di vergare quanto segue: ‘non c’è nulla di male ad affittare un alloggio dal clero (che controlla il 22.5% del patrimonio immobiliare)’.
Marco Genuflesso Travaglio, persona informata dei fatti, non ricorda probabilmente d’aver scritto in quello stesso articolo ‘Di Pietro, che vive in via Merulana…’, quella stessa dimora poi divenuta sede dell’Idv, in occasione d’una ristrutturazione di cui si è abbondantemente parlato.
Marco Genuflesso Travaglio, in difesa dell’acclarata onestà dell’amico, ha rigettato, nell’arco di ventiquattr’ore qualsiasi dubbio, interrogativo e rilievo presentati nell’inchiesta durata mesi e curata da Sabrina Giannini, affermando che ‘riciccia fuori sempre la solita minestra, già giudicata infondata e diffamatoria da fior di sentenze, vuol dire che di errori ne ha commessi, ma tutti emendabili, perché il saldo finale rimane positivo’.
Ecco perché siamo davanti all’inchiostro di china pericolosa e ad una sorta di mistero della fede che produce gli atti di indulgenza plenaria dispensati dall’oggi equanime Marco Genuflesso Travaglio.
Le inchieste e le analisi, come si è detto, sono ben altro, assai diverso dal settarismo.
Ha ben poco di cui lamentarsi Marco Genuflesso Travaglio laddove nota il malvezzo altrui, pressochè identico al suo, di utilizzare due pesi e due misure.
E, per concludere, nel decalogo di consigli non richiesti, bisognerebbe, per amor di verità e corretta informazione, includere la richiesta di fugare qualsiasi illusione d’un possibile Grillo Premier, perché come è noto l’Inquisizione, seppure alimentata a f(r)asi alterne, mai vorrebbe un primo ministro già condannato in via definitiva per quel che oggi si vorrebbe qualificare come omicidio stradale.
Se ragioniamo di motivi morali e non penali – sulla pericolosa china dei fiumi d’inchiostro consumati in altre occasioni – questi valgono e sono identici per tutti e non possono applicarsi in maniera attenuata solo per gli amici.





¡Adelante Nichi!

2 11 2012

La vicenda giudiziaria che aveva coinvolto Nichi Vendola si è conclusa con l’auspicato verdetto favorevole perché il fatto non sussiste.

In quest’era di generica e cieca delegittimazione, utile a chi vorrebbe imporre quel ‘tutti colpevoli, nessun colpevole’, è una buona notizia che ci riporta verso quell’obbligo che dovremmo avere circa l’identificazione delle persone perbene che hanno da sempre vissuto la militanza politica come pura passione, impegno serio, onestà intellettuale, integrità morale e lealtà.

Tra le persone perbene, che non è requisito di per sé sufficiente, ma deve affiancarsi ad altre virtù, c’è Nichi Vendola.

Il concetto di  persona, ancor prima d’ogni altra etichetta, è quello che più si addice a quest’uomo amante della propria libertà e di quella altrui.

La presunta inconciliabilità che separa Vendola dal restante schieramento di centrosinistra, ora come ora, fa parte della normale dialettica che può pacificamente (co)esistere nei grandi raggruppamenti politici, autenticamente convinti del loro spirito e della loro natura maggioritaria, in qualsiasi democrazia funzionante.

Vi risulta, per esempio, che i Democratici statunitensi abbiano, al loro interno, posizioni uniformi?

Anche in Italia, se vogliamo davvero aderire in maniera seria all’ispirazione dei grandi schieramenti, chiamati a conciliare le diverse posizioni, nella loro sintesi laddove realizzabile e nel conseguente rispetto delle maggioranze e la tutela delle minoranze, i possibili punti d’incontro, se individuati, risulterebbero superiori alle distanze.

Si tratta ora di aprire un confronto tra le diverse parti, superando gli egoismi di chi nutre ancora l’illusione di poter dar vita ad un grande centro che non c’è e non ci sarà o di chi vuole continuare a vivere nella riserva indiana delle (dignitosissime) minoranze destinate a svolgere azione extra-parlamentare.

La realtà, se si è disposti a prenderne atto, è che non può esistere una sinistra che non trovi un equilibrio ed un’accettabile mediazione col centro e viceversa.

Il futuro centrosinistra in vista delle prossime, più o meno imminenti, elezioni politiche dovrà lavorare, con serietà e senza pregiudizi, in questa direzione.

L’offerta politica da proporre non dovrà più coltivare i motivi di divergenza anziché curare le convergenze su cui è possibile trovare un accordo.

Le maggioranze si costruiscono prima e per tempo, per dare vita ad un progetto serio, che nasca sulla scia d’un altrettanto serio confronto non pregiudiziale su tutto: lavoro, diritti civili, economia, riforme della politica e istituzionali. Occorre dare un senso alla propria azione politica, con la capacità di dimostrarsi al passo coi tempi e con la stessa maturità della società che vogliamo ricostruire e in cui vogliamo vivere.

Altrimenti prepariamoci alla polverizzazione del sistema politico, la cui principale conseguenza sarà quella di non riuscire ad esprimere nessun governo libero di muoversi in autonomia, pur nel contesto europeo, senza continui e pesanti condizionamenti.

L’esplosione di tutte le contraddizioni della cosiddetta Seconda Repubblica sta prendendo sempre più piede.

Vogliamo tentare di dare una svolta ed una seria proposta di governo dei problemi?

O dobbiamo rassegnarci ai vari, (ri)emergenti populismi?

E’ oramai quasi del tutto chiaro che la prossima competizione elettorale vedrà in campo uno schieramento antisistema d’ispirazione grillesca, coadiuvato in qualche forma dal dipietrismo, al quale si affiancherà un equivalente a destra, d’impronta berlusconiana.

Dall’inevitabile frammentazione dell’ex PDL nascerà, quasi sicuramente, salvo ripensamenti e ricuciture (poichè certa politica, che insegue il potere per il potere a stretto uso personale, è anche arte dell’impossibile), un nuovo rassemblement (amo l’Italia, W l’Italia o qualcosa di simile) ancora una volta a perfetta immagine e somiglianza del padrone/azionista, che farà leva sul dilagante sentimento antipolitico e affiancherà altri connotati, già preannunciati, quali una dose di nazionalismo, una sempreverde campagna no-tax, sentimenti anti-euro come origine e causa di tutti i mali, un modello presidenzialista (alla sudamericana) senza contrappesi, in funzione antiparlamentarista e teso a soverchiare qualsiasi altro inviso potere: Corte Costituzionale, Magistratura, Parlamento, Ministri “indisciplinati”… l’uomo medio dei media, nella conferenza stampa con dietro Damasco (sia come tessuto che come altro modello presidenziale), non ha escluso niente e nessuno!

Sul versante primarie, se dovesse prevalere la nuova (de)generazione del Sindaco della newtown itinerante (Fi)Renzi, si aprirebbe un inevitabile contrasto con la dirigenza PD, i cui equilibri rimarrebbero inalterati, ed anche  con SEL.

L’impresa aleatoria del Signorino Margherita, che nella sua immaginifica prodigiosità teorizza un PD al 40%, si ridurrebbe all’esatta metà (a voler essere ottimisti!), perché, al di là delle spontanee truppe cammellate che la macchina propagandistica è in grado di mobilitare, il consenso elettorale è tutt’altra cosa e non è detto che corrisponda a quelle apparenti oceaniche mobilitazioni.

Quest’idea di un Partito Democratico, bastante a sè stesso, è tutta da dimostrare. Qualsiasi odierno riferimento a quel 38% ottenuto alle ultime politiche, tutte polarizzate sull’uno o sull’atro fronte, è un irrealistico punto di partenza (c’è da ricordare che allora c’era l’accordo con l’Idv, poi tradito da quel Di Pietro bramoso delle sue quote di gruppi parlamentari, con annessi e connessi).

Sulle future alleanze di governo (Fi)Renzi non è per nulla chiaro: segue un suo format e un suo logo. Speriamo di poter capire di più in seguito o nell’epilogo di queste primarie.

E’  invece giunto il tempo, per coloro che vogliono costruire il nuovo centrosinistra, di darsi e fornire maggiore chiarezza: si apra un serio confronto, si tenti di superare le divisioni, coltivando l’incontro sulle urgenze da affrontare e si individui quel terreno comune su cui far crescere le priorità e le prospettive future.

P.s: se per le primarie si fosse adottato il sistema a turno unico con doppia scelta (suggerito a suo tempo da Ichino) la mia seconda sarebbe ricaduta su Vendola.

Posposto: nell’anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini, senza imputare colpe a chi, spesso, non ha idea dell’idiozia dei propri seguaci e sostenitori, mi è sembrato politicamente più che scorretto e, ovviamente, totalmente stupido quel che riporto di seguito:

Mi limito a dire che se queste sono le motivazioni politiche di un giovane emergente… siamo messi bene!

Per dovere di cronaca sono arrivate le scuse. Resta il fatto che la frase non aveva assolutamente niente di spiritoso e, per tornare da capo e via, ancora una volta e sempre, ci troviamo davanti al pregiudizio che offusca qualsiasi capacità di giudizio e di reciproco, rispettoso confronto.