Superare la non democrazia

2 03 2013

Shhh please be quiet democracy is sleeping.jpg216849804Ho già detto e scritto altre volte che non vivo grazie alla politica.
Nutro temporanee passioni che mi spingono a ragionare sulle opportunità politiche, nell’interesse del paese in cui vivo, ancora e sempre prima di quello personale.
L’esito delle ultime elezioni mi vede far parte del corpo elettorale di quella coalizione di centrosinistra che, pur avendo ottenuto alla Camera un premio di maggioranza, di stretta misura, non ha superato al Senato lo scoglio dell’infame legge elettorale, tuttora vigente per colpevole inettitudine dell’intera classe politica, di destra, di centro e di sinistra.
Questa vittoria dimezzata non ha suscitato in me particolari sorprese, perchė attesa, benchė sostenitore dell’offerta politica che ritenevo meno distante dal mio modestissimo punto di vista, meno dannosa per l’Italia, e sperassi nella sua affermazione, al fine di garantire un possibile nuovo governo, all’insegna dell’alternanza e dell’alternativa democratica.
Basta andare a visionare i miei tweet postati prima della proclamazione finale.
Temevo che, oltre gli indubitabili limiti della leadership del centrosinistra, la cosiddetta accozzaglia rivoluzionaria potesse rappresentare l’anticamera di una futura restaurazione e dallo spoglio dei dati reali scaturisse un pareggio, a danno della coalizione data per vincente dai soliti soloni, organici all’uno o all’altro schieramento e si determinasse l’attuale stallo politico e istituzionale.
Nessuno dei membri della casta giornalistica, costituita da coloro che si dilettano nella reciproca celebrazione e ossequio, che amano pavoneggiarsi avvolti nei loro sproloqui, che si riuniscono amorevolmente nei loro salotti mediatici, ospiti o padroni di casa gli uni degli altri, ha avuto il minimo sentore di quel che sarebbe capitato.
Non un sondaggista, a stabile busta paga dei grandi gruppi editoriali e dei networks dell’informazione (in)dipendente, sempre pronti a sfornare dati su commissione, magari partoriti nottetempo o basati su campioni tanto consolidati da risultare scarsamente rappresentativi della realtà in continuo mutamento, ha avuto la lungimiranza di fornire un-dato-uno che avesse un minimo di attendibilità e aderenza con quel che poi si è concretizzato.
La mia analisi, in ordine sparso e forse un po’ confuso, cecherà di evidenziare quanto emerso dallo spoglio elettorale, senza particolari pretese e senza la presunzione di chi è sempre pronto ad emanare verdetti definitivi. Il futuro resta in continuo divenire.
La quasi scomparsa del centrismo e del moderatismo d’impronta montiana è frutto della radicalizzazione di uno scontro che ha caratterizzato anche questa campagna elettorale. È, altresì, la chiara condanna e il rifiuto delle politiche di austerity, che hanno sin qui tradotto e interpretato il sogno europeista in maniera tale da renderlo un incubo quotidiano, per un’Italia rimasta ferma al palo, in termini di economia reale, lavoro, potere d’acquisto e che, di fatto, ha mantenuto inalterato il rapporto di forza economica tra il nostro paese e la locomotiva di un’Europa a due velocità.
Sin dalle origini s’è parlato della nostra debolezza che, in sede di adesione e costituzione dell’Unione monetaria, ha fatto sì che l’Italia entrasse in quel consesso con estremo sforzo (forse non potendoselo permettere) e a costi sociali, politici ed economici troppo alti e gravosi.
Il mancato sviluppo economico e produttivo ha così favorito, nel corso degli anni successivi, l’ulteriore aggravarsi della situazione: la realtà ci vede, ancora oggi, inseriti in Europa con un ruolo di estrema debolezza e sudditanza ed è come se la moneta unica a noi “costasse” più di quanto possiamo permetterci, accompagnata dalle enormi difficoltà derivanti dagli obblighi assunti per poter mantenere fede agli impegni presi.
Nonostante i tassi di cambio fossero, in origine, stabiliti alla pari tra i diversi aderenti, il nostro paese ha poi pagato un costo sociale che, anche a causa dei mancati controlli e dell’enorme peso del nostro debito pubblico, ha scatenato un impazzimento generale dei prezzi ed una notevole perdita del potere d’acquisto.
È pertanto risultato evidente che, invocare ulteriori bagni di sangue e merda, dopo un decennio di grandi sacrifici, non poteva scatenare particolari consensi o adesioni, da parte di un corpo elettorale deluso e in insanabile contrasto con tutta quella nomenklatura, distante e aliena dalla realtà quotidiana di un popolo costretto a manifestarsi come suddito ragionevolmente incattivito.
Altro aspetto, sempre riferito al cosiddetto moderatismo, è che, in un sistema politico nettamente polarizzato, lo spazio per posizioni equilibriste si è definitivamente ristretto e quasi azzerato. Il che è un ottimo segnale per un paese ora libero di orizzontarsi verso il nuovo, fondato sull’evoluzione culturale e antropologica e non più costretto a mediare con l’eterno immobilismo cosiddetto centrista.
L’errore, in un’Italia senza memoria (nè breve, nè lunga), è stato quello di illudersi che un uomo chiamato a farsi figura istituzionale, assunta piena veste politica, potesse catalizzare attorno a sè chissà quali favori e riuscisse a fratturare quel versante di destra da cui proveniva o, più in generale, l’intero bipolarismo.
La non democrazia, su iniziativa del Presidente della Repubblica, in abiti semi-presidenziali e figlia di un parlamentarismo che, in avverse e già mutate condizioni socio-politiche ed economiche, ha ripiegato sul governo tecnico, ha contribuito a far sortire questo risultato. Mesi di decreti e voti di fiducia hanno sfiancato l’intero paese e penalizzato tutte le forze unite a sostegno di quell’esperienza, temporaneo ripiegamento, rispetto all’immediato ricorso alle urne, per paura, eccessiva cautela e, ancora una volta, assoluta ignavia. Anche qui si é dimostrato che al peggio, alla mancanza d’iniziativa e di coraggio, non c’è poi rimedio.
O, se vogliamo buttarla sul ridere e mutuare il linguaggio apocalittico del duo Casaleggio-Grillo, l’orrido complotto planetario del club Bilderberg e dei suoi accoliti, é stato sconfitto!
Dietro o davanti a questo miraggio di irresistibile vittoria, da parte dei sedicenti neo moderati e del centrosinistra, c’è stata l’ingenua, ennesima sottovalutazione di Berlusconi e della sua innegabile capacità a ricompattare attorno a sè la sua destra.
Il grande comunicatore, percepito il clima, ha puntato tutto sulla tenuta del suo fronte e sul prevedibile pareggio, seppure in presenza dell’emorragia di voti in libera uscita.
Il berlusconismo è qualcosa che va al di là della politica: è la destra che non può sopravvivere o esistere in assenza del suo ideatore, è il sodalizio tra Berlusconi e gran parte del suo elettorato che sconfina nell’adorazione e nell’innamoramento pressochè totali. È una dichiarazione di fede, di strettissima osservanza, che inquadra l’uomo, il suo carisma e le sue immaginifiche fascinazioni, prima di qualsiasi altro aspetto.
Tra i tanti paradossi di quest’esito elettorale ce ne sono di particolarmente interessanti, che testimoniano l’anomalia tutta italiana: da una parte un Berlusconi reso perdente di successo, sia da un Bersani, vincitore immaginario, sia da un astuto Grillo, profittatore dell’odierno caos e del ribellismo contrapposto ai vecchi schieramenti, ancor prima che favorevole ai suoi proclami populisti e più che ovvi.
L’uomo medio dei media ha potuto così trarne vantaggio e assicurarsi tenuta e centralità anche grazie all’uomo medio dei nuovi media.
Rientra nella realtà dei fatti che il tour elettorale di Grillo sia stato tutto giocato più contro il presunto vincitore che contro il sempre presunto perdente.
Si dice ora che il vero e unico vincitore, tra le macerie destinate ad accrescersi, sia questo (ex) teatrante che porta con sè un nuovo modello di non democrazia: una nutrita pattuglia di ex anonimi (in verità alcuni già noti per altre più modeste militanze) approda in Parlamento per amplificare la singola voce di un altro incandidabile perdipiù non eletto.
All’indomani di questo “facile” consenso, che certo merita rispetto e riconoscimento, non possiamo prescindere dalla sua natura, dalla sua origine e da quel che sarà in grado di rappresentare.
L’artista politico, nella sua indiscutibile poliedricità e nel suo folklore, è riuscito a concentrare attorno a sè tutto il malumore ed il risentimento, altrettanto multiforme, proveniente da più versanti.
Credo esista, in Grillo e in chi per lui, la piena consapevolezza della varietà umana e politica che il M5S è riuscito a conquistare.
Questo lo renderà altrettanto conscio del fatto che in tutte le prossime mosse maggiore è il rischio di perdere una parte dei favori raggiunti, piuttosto che guadagnarne. Semprechè nella restante parte della politica non domini l’immobilismo e il desiderio suicida.
Sarà interessante vederlo capeggiare un gruppo così eterogeneo, animato e unito da un identico sentimento contestatario ma, forse, portatore di istanze e desideri abbastanza diversi e distanti tra loro.
Grillo e Casaleggio sanno bene che le odierne sollecitazioni degli avvelenati e dei transfughi provenienti dal centrosinistra, che ora spingono al sostegno di un governo Bersani, se accolte, provocheranno una prevedibile perdita di consensi da parte degli avvelenati e delusi della destra in forza al suo elettorato.
È la democrazia, bellezza! E riuscire ad eterodirigere un’identità davvero postideologica non sarà per niente facile, al di là del terreno della protesta.
Una piccola parentesi meritano gli eletti di questo schieramento che, scelti in ambito condominiale, hanno timidamente cominciato a rendersi visibili: l’interrogativo più rilevante coinvolge la natura umana, i vizi e le virtù, che avremo modo di vedere e verificare in sede istituzionale.
Qualche primo, marginalissimo appunto, che mi ha subito colpito, riguarda il fatto che, in tutte le apparizioni sin qui viste e sentite, nessuno dei neo rivoluzionari ha disdegnato l’appellativo “onorevole”: non uno che si sia spinto a ricordare che il suo ruolo è quello di cittadino (come amavano predicare in campagna elettorale) chiamato alla rappresentanza di altri cittadini in sede istituzionale.
Non un commento alla notizia che, in quel contesto, sono risultati eletti una madre senatrice e un figlio deputato; episodio che la dice lunga, sebbene si tratti di un piccolo particolare, di un neo, sul totale mancato controllo circa l’opportunità politica di una concomitanza di candidature nel medesimo ambito familiare (il che non è proibito ma, certamente, non denota alterità per chi crede e spera di rappresentare il nuovo in via esclusiva).
Beppe Grillo, o chi per lui, conosce così bene quante e quali difficoltà di gestione potranno sorgere, tanto da mettere le mani avanti e addossare le responsabilità su  eventuali future defezioni (fors’anche memore di quanto già capitato) ad un presunto “mercato delle vacche” ad opera del Partito Democratico.
Il Partito Democratico si trova ora nelle condizioni di chi, piuttosto che inseguire questo moto ondoso, dovrà dare prova d’essere in grado di proporre un autentico cambiamento e rendersi promotore ed interprete delle necessarie riforme capaci di dare respiro all’economia reale, al lavoro, all’assetto istituzionale, al sogno europeo di diversa impronta, alla moralità nella politica e sanare la frattura con una società civile indignata e che non trova più alcuna degna rappresentanza.
È tempo di mantenere i nervi saldi, smetterla d’inseguire le quotidiane bordate e mettere sul tavolo le migliori idee e le energie davvero progressiste di cui si è capaci, superando i luoghi comuni e le parodie di un Bersani che continua a somigliare sempre di più al vecchio compagno interpretato da Ferrini in “Quelli della notte”.
Fuori tutto il coraggio, sin qui inespresso, per sfidare gli avversari politici e dimostrare d’essere adeguati a governare il rinnovamento.
Largo e meritato spazio, all’interno del partito, a chi, sconfitto con grande onore alle primarie, ha dimostrato tutta la sua immensa dignità e dato un forte segnale sull’inequivocabile necessità di voltare pagina.
Altro paradosso riguarda la Lega: nel momento di massima debolezza detiene il massimo potere in quella parte del paese che nutre il desiderio di farsi Stato nello Stato, se non addirittura Stato a sè stante, rispetto ad un’Italia che, se incapace di risollevarsi, è destinata ad implodere in un definitivo collasso.
È chiaro che il primo schieramento “tradizionale” che riuscirà a rimettersi in asse e riconquistarsi la meritata fiducia si riprenderà la quota protestataria in prestito a Grillo.
Va dato atto e merito a coloro che, in assoluta buona fede, hanno orientato il loro voto in quella direzione, d’avere sin qui evitato una deriva ed un irrimediabile tracollo.
Il nostro paese resta però ancora a rischio e il fascino esercitato da una presunta rivoluzione, se relegata e vocata all’opposizione contro tutti e tutto, è destinata a spegnersi inesorabilmente o favorire pericolosissime involuzioni.
Inutile fingere che la più grande incombenza spetti solo a chi ha il dovere di governare.
Le grandi responsabilità toccano e coinvolgono anche chi ha condotto egregiamente la sua campagna elettorale, spingendosi là dove gli altri non hanno avuto il coraggio e l’ardire di presentarsi, dimostrando ancora una volta la loro assoluta ignavia; chi, a differenza degli altri, ci ha messo la faccia, suscitando speranze anche in assenza di credibili soluzioni.
Se Atene piange, Sparta ha ben poco da ridere e di cui gloriarsi.
E certo non ci si può accontentare, nel medio e lungo periodo, dell’affermazione dell’ennesimo pluri-milionario, che ci invita tutti ad un futuro nel quale saremo “più poveri, ma più felici”.
È vero, la mole di consensi verso i 5 stelle, fa il suo bell’effetto. Personalmente, però, non mi faccio impressionare dal moto ondoso (lo tsunami) originato dalla rabbia, dalla delusione e dallo scarso rispetto che merita quest’orrenda classe politica.
La politica è ben altro: qualcosa di assai più degno di chi la incarna. E, superato il periodo “bellico” della campagna elettorale, ora c’è bisogno di risposte e soluzioni che siano all’altezza.
Nei prossimi mesi vedremo chi sarà capace di proporsi come vero e primo attore politico, meritevole di fiducia e consenso, che abbia tutto il senso dello Stato necessario a salvarci da una rovinosa discesa.
Intanto restiamo in attesa: senza troppo pessimismo, nè particolare ottimismo.
Aspettando che il centrosinistra faccia le sue mosse con la sua ipotesi di governo, che la destra continui ad osannare e servire le necessità e le urgenze del suo capopopolo col ricorso alla piazza, che la parte residua del leghismo suoni la grancassa della macro-regione nordica e che il nuovo uomo medio dei nuovi media scopra le sue carte, anche a rischio di procurare delusioni in una parte di chi ha aderito al moto rivoluzionario.
Siamo in piena rivoluzione.
Sarà un piacere viverne gli ulteriori, futuri sviluppi dopo questo mirabolante debutto.
Aspetto, con ansia, di conoscere tutto il campionario umano delle nuove rappresentanze parlamentari.

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L’uomo medio dei media e l’uomo medio dei nuovi media

9 12 2012

imagePrepariamoci al ritorno al passato o alla svolta definitiva.
La nuova discesa in campo dell’uomo medio dei media (per cacare allegramente sull’Italia) e le improvvisazioni, sedicenti democratiche, dell’uomo medio dei nuovi media, come ipotizzato, costituiscono il nuovo punto d’incontro di chi vuole ridurre la democrazia al trionfo della mediocrità, di un’Italia così destinata ad assumere un ruolo definitivamente marginale ed al di fuori del consesso democratico ed europeo.
Dopo i nominati, uno stuolo di ex anonimi, di rigida osservanza e tenuti sotto stretta tutela, si appresta a sbarcare nelle sedi parlamentari. Il porcellum diminuito ad merdam.
Questa campagna elettorale – la cui apertura ufficiale è ormai sancita dalle dimissioni irrevocabili di Monti – si giocherà tutta su tematiche rese equivoche dall’incontro di sponde apparentemente opposte.
Al peggiore Residente del Consiglio degli ultimi 150 anni, si accompagneranno ulteriori anomalie.
L’assurda convergenza si realizza oggi su questioni già emerse e perciò note:
– il desiderio di fuoriuscita dalla moneta unica;
– la contestazione della pressione fiscale (IMU, EQUITALIA);
– lo spirito antieuropeista;
– la leva esercitata sull’orgoglio ferito d’un nazionalismo, al limite dell’autarchia, contro l’orrido complotto, che fonde insieme i sempreverdi teorici del cospirazionismo o del complottismo (di diversa matrice e ispirazione: del morente berlusconismo e del nascente grillismo);
– l’arma della delegittimazione, a tratti affine al vilipendio, verso qualsiasi istituzione.
Questo è lo scenario che, se dovesse prevalere l’onda anomala che sta per travolgerci, ci attende.
Insomma… è la strada che ci farà sentire un po’ più vicini alla Grecia.
Sarà questo il merito di chi, consapevolmente o meno, consentirà il definitivo declino politico, morale e istituzionale di quest’Italia (democratica?) satura di anomalie.
Io contesto l’insano vizio della distruzione che nulla costruisce e nulla salva.
L’alternativa è che, prima del ricorso alle urne, il centrosinistra democratico, unito attorno alla figura di Bersani e indispensabilmente coadiuvato dall’ex outsider Renzi (Adesso! È rimasto fermamente convinto del bisogno di cambiamento e di rinnovamento, al di là dell’esito delle primarie?), trovi il possibile incontro e la sintesi con l’area delll’autentico popolarismo democratico (non lo chiamerei centrismo, nè moderatismo), che si è sempre e sin qui distinto dalla destra eversiva, facendo convergere attorno a sè tutti quegli altri ora pronti e disposti a compiere lo stesso “strappo” e la netta distinzione dal rinascente eco della voce del padrone.
La migliore risposta, per non cadere nell’ineluttabile declino e nel baratro, non può che essere quella di percorrere la via del ritorno alla politica.
La politica, in tutta la sua nobiltà, si faccia interprete della necessità di dar vita ad un governo, chiamato a tenere alti gli interessi dell’Italia e la sua (buona) sorte futura.
È tempo di dar corpo ad un governo per l’Italia, in chiave politica.
Se la politica vuole ancora mantenere una sua centralità e così riappropriarsi di quella dignità negata dai carnefici generatori del caos e dai seguaci del vuoto assoluto.
La vittoria della buona politica ed il trionfo della democrazia passano, ora, attraverso la definitiva sconfitta elettorale del berlusconismo e di qualsiasi fenomeno analogo, se non pressochè identico.





La vittoria della politica

3 12 2012

centrosinistraL’ovvietà è che, dal confronto di queste primarie, è uscito un vincitore il cui nome è Pier Luigi Bersani.
Da qui e ora comincia il lavoro da intraprendere per proiettare la stessa passione civile e politica, sin qui dimostrata da tutti i partecipanti, alle prossime elezioni.
La vittoria più grande riguarda l’ampia adesione che quest’occasione ha catalizzato su di sé.
Quest’importante patrimonio – tutto! – dovrà trovare adeguato ascolto e sponda da parte di chi è stato chiamato a guidare l’intero centrosinistra.
Pier Luigi Bersani dovrà farsi interprete di tutte le istanze, le aspirazioni, i desideri e le aspettative che si sono manifestate, al di là della temporanea collocazione di ciascuno su versanti diversi e contrapposti.
Ecco perché occorrerà tenere conto delle minoranze “sconfitte” e creare quell’opportunità di vittoria collettiva di cui il centrosinistra ha bisogno e non può fare a meno.
All’indomani del risultato scaturito dal ballottaggio, le divisioni – che hanno avuto una loro ragion d’essere – devono cedere il passo al giusto riconoscimento delle ragioni di chi ha vinto e (ac)cogliere tutta quella serie di nuove opportunità offerte da chi ha portato il suo importante contributo politico in queste primarie.
Il compito ed il ruolo d’un vero leader non è quello di governare da solo, ma è dato dalla capacità di presentarsi come rappresentante dell’intero schieramento, ora chiamato a superare le distinzioni, a cercare/trovare la comunanza d’idee e d’intenti e a fare squadra.
Ha prevalso una linea politica che non potrà dimostrarsi cieca e sorda rispetto alla necessità del cambiamento e del rinnovamento che, in maniera rilevante, sono emersi come irrinunciabili.
E’ un’occasione imperdibile per dare vita a quel centrosinistra a vocazione autenticamente maggioritaria e per far sì che prenda finalmente corpo, forma e sostanza, senza restare ancorato a quell’eterna aspirazione rimasta sinora e sempre irrealizzata, incompleta e incompiuta.
L’errore da non commettere è quello di far pesare le divisioni sempre e ineluttabilmente insupersabili.
Si apra – adesso! – l’era del confronto e del dialogo.
Pier Luigi Bersani dimostri d’essere il leader del nuovo centrosinistra maggioritario e plurale.
Bastano solo un paio di telefonate e poi un tavolo attorno al quale sedersi e discutere delle prospettive future.
Il patrimonio da raccogliere è ben più ampio di questa prima e parziale vittoria.
Il futuro si conquista e si vince uniti.





Il malcelato desiderio di rottura del rottamatore

30 11 2012

FirenziIl Sindaco (Fi)Renzi, nonostante tutto, continua a dichiararsi affine ad un partito rispetto al quale – si è da più parti evidenziato – ha adottato un frasario che ha sottolineato più le differenze anziché la comune visione.
In questa campagna per le primarie hanno campeggiato dichiarazioni abbastanza distanti dalla dichiarata vicinanza.
E tuttora i toni, di chi forse ha pronte le valigie, non sono dei migliori.
Ha imperversato il “noi” sempre contrapposto a “loro” e certo non ha rappresentato un particolare senso d’appartenenza ma, al contrario, testimoniato un incessante bisogno di sancire la distanza e la diversità.
Hanno proliferato gli “attacchi”, mutuati dall’armamentario del fronte politico avversario: “Come farete a governare il Paese con uno schieramento che accoglie Vendola e, magari, destinato ad allearsi con l’eterno, equivoco e ancora irrisolto equilibrismo centrista?”.
Si sono riesumate vecchie (seppur giuste) accuse sui deprecabili incidenti di quel percorso accidentato, risultato determinante nella sconfitta del centrosinistra per sua stessa mano e nell’ascesa d’una destra che ha potuto così fiorire grazie alle gravi responsabilità di chi ha adottato la suicida politica del fratricidio. Senza tener conto che quello è ormai un masochismo definitivamente accantonato.
Si sono sempre contestate e si contestano ancor oggi le regole, quasi a voler, sia preventivamente che a posteriori, inficiare la validità del confronto, la correttezza ed il suo esito finale.
Insomma all’uomo nuovo del (suo) futuro apparato sembra che nulla sia risultato gradito.
Il vittimismo di questo Signorino, la sua spocchia, l’illusione e la presunzione di rappresentare in via esclusiva il nuovo, non hanno certo contribuito a smorzare quell’innata antipatia che, personalmente e “a pelle”, nutro nei confronti di quest’arrivista non ancora arrivato.
La cattiva abitudine di pronunciare reprimende sul tema della “trasparenza” nei confronti altrui, senza aver dato sin qui conto, al di là dei piccoli finanziatori, dell’origine dei suoi (nella parte più consistente!); l’appellarsi a regole che vorrebbe cucite su misura e riportano ad analoghi modelli adottati dal gerontocrate di Arcore; la vaghezza di troppe improvvisate promesse, senza indicare le risorse e le fonti di finanziamento per poterle sostenere (per esempio i 100 euro netti al mese a tutti quelli che guadagnano meno di 2.000 €); l’ironia spicciola; l’inconcludenza di chi ha deciso di abbandonare il suo ruolo di Sindaco, ancor prima d’aver espletato il suo mandato; i rilievi della Corte dei Conti sulla gestione economico-finanziaria della sua città; la semplificazione e la riduzione del rinnovamento come aspetto esclusivamente generazionale; insomma…. Tutto un insieme di elementi me lo hanno reso ancora più estraneo, indigesto e ulteriormente antipatico.
La politica è anche questo: considerare un giovane rampante l’equivalente d’un vecchio, e per niente innovativo, rompicoglioni!
Valga perciò e per tutti coloro che parteciperanno al ballottaggio l’invito di Vendola: “Con la penna e con il cuore, votate Bersani”.
Perché c’è bisogno anche della sinistra dei diritti, del lavoro, dell’uguaglianza, della tutela dei non rappresentati e della salvaguardia dei  beni comuni.
Questa è l’idea che ho d’un centrosinistra ormai consapevole di quanto sia inopportuno e poco salutare farsi male da soli.
Un centrosinistra che rinnovi e rafforzi la stabilità delle maturate esperienze di governo locale anche in sede nazionale.
Un centrosinistra capace di cercare e trovare terreno d’intesa, laddove e sinchè possibile, con quell’area moderata meno ambigua ed oscillante, senza alcun baratto giocato su una politica al ribasso, senza rinunciare alla propria identità e senza cedere su questioni fondamentali, che appartengono al suo irrinnunciabile patrimonio e alla sua natura di garante dei diritti riconosciuti, tutelati ed estesi a tutti.
Nell’attesa del risultato di queste primarie e nella speranza di capire le reali intenzioni del rottamatore che, giorno dopo giorno, pare alimentare un (sin qui malcelato) desiderio di rottura, tanto è diventata alta e incontrastata la boria di chi crede (o spera) di poter vincere le prossime elezioni in solitaria e a dispetto (e disprezzo) di tutti.





¡Adelante Nichi!

2 11 2012

La vicenda giudiziaria che aveva coinvolto Nichi Vendola si è conclusa con l’auspicato verdetto favorevole perché il fatto non sussiste.

In quest’era di generica e cieca delegittimazione, utile a chi vorrebbe imporre quel ‘tutti colpevoli, nessun colpevole’, è una buona notizia che ci riporta verso quell’obbligo che dovremmo avere circa l’identificazione delle persone perbene che hanno da sempre vissuto la militanza politica come pura passione, impegno serio, onestà intellettuale, integrità morale e lealtà.

Tra le persone perbene, che non è requisito di per sé sufficiente, ma deve affiancarsi ad altre virtù, c’è Nichi Vendola.

Il concetto di  persona, ancor prima d’ogni altra etichetta, è quello che più si addice a quest’uomo amante della propria libertà e di quella altrui.

La presunta inconciliabilità che separa Vendola dal restante schieramento di centrosinistra, ora come ora, fa parte della normale dialettica che può pacificamente (co)esistere nei grandi raggruppamenti politici, autenticamente convinti del loro spirito e della loro natura maggioritaria, in qualsiasi democrazia funzionante.

Vi risulta, per esempio, che i Democratici statunitensi abbiano, al loro interno, posizioni uniformi?

Anche in Italia, se vogliamo davvero aderire in maniera seria all’ispirazione dei grandi schieramenti, chiamati a conciliare le diverse posizioni, nella loro sintesi laddove realizzabile e nel conseguente rispetto delle maggioranze e la tutela delle minoranze, i possibili punti d’incontro, se individuati, risulterebbero superiori alle distanze.

Si tratta ora di aprire un confronto tra le diverse parti, superando gli egoismi di chi nutre ancora l’illusione di poter dar vita ad un grande centro che non c’è e non ci sarà o di chi vuole continuare a vivere nella riserva indiana delle (dignitosissime) minoranze destinate a svolgere azione extra-parlamentare.

La realtà, se si è disposti a prenderne atto, è che non può esistere una sinistra che non trovi un equilibrio ed un’accettabile mediazione col centro e viceversa.

Il futuro centrosinistra in vista delle prossime, più o meno imminenti, elezioni politiche dovrà lavorare, con serietà e senza pregiudizi, in questa direzione.

L’offerta politica da proporre non dovrà più coltivare i motivi di divergenza anziché curare le convergenze su cui è possibile trovare un accordo.

Le maggioranze si costruiscono prima e per tempo, per dare vita ad un progetto serio, che nasca sulla scia d’un altrettanto serio confronto non pregiudiziale su tutto: lavoro, diritti civili, economia, riforme della politica e istituzionali. Occorre dare un senso alla propria azione politica, con la capacità di dimostrarsi al passo coi tempi e con la stessa maturità della società che vogliamo ricostruire e in cui vogliamo vivere.

Altrimenti prepariamoci alla polverizzazione del sistema politico, la cui principale conseguenza sarà quella di non riuscire ad esprimere nessun governo libero di muoversi in autonomia, pur nel contesto europeo, senza continui e pesanti condizionamenti.

L’esplosione di tutte le contraddizioni della cosiddetta Seconda Repubblica sta prendendo sempre più piede.

Vogliamo tentare di dare una svolta ed una seria proposta di governo dei problemi?

O dobbiamo rassegnarci ai vari, (ri)emergenti populismi?

E’ oramai quasi del tutto chiaro che la prossima competizione elettorale vedrà in campo uno schieramento antisistema d’ispirazione grillesca, coadiuvato in qualche forma dal dipietrismo, al quale si affiancherà un equivalente a destra, d’impronta berlusconiana.

Dall’inevitabile frammentazione dell’ex PDL nascerà, quasi sicuramente, salvo ripensamenti e ricuciture (poichè certa politica, che insegue il potere per il potere a stretto uso personale, è anche arte dell’impossibile), un nuovo rassemblement (amo l’Italia, W l’Italia o qualcosa di simile) ancora una volta a perfetta immagine e somiglianza del padrone/azionista, che farà leva sul dilagante sentimento antipolitico e affiancherà altri connotati, già preannunciati, quali una dose di nazionalismo, una sempreverde campagna no-tax, sentimenti anti-euro come origine e causa di tutti i mali, un modello presidenzialista (alla sudamericana) senza contrappesi, in funzione antiparlamentarista e teso a soverchiare qualsiasi altro inviso potere: Corte Costituzionale, Magistratura, Parlamento, Ministri “indisciplinati”… l’uomo medio dei media, nella conferenza stampa con dietro Damasco (sia come tessuto che come altro modello presidenziale), non ha escluso niente e nessuno!

Sul versante primarie, se dovesse prevalere la nuova (de)generazione del Sindaco della newtown itinerante (Fi)Renzi, si aprirebbe un inevitabile contrasto con la dirigenza PD, i cui equilibri rimarrebbero inalterati, ed anche  con SEL.

L’impresa aleatoria del Signorino Margherita, che nella sua immaginifica prodigiosità teorizza un PD al 40%, si ridurrebbe all’esatta metà (a voler essere ottimisti!), perché, al di là delle spontanee truppe cammellate che la macchina propagandistica è in grado di mobilitare, il consenso elettorale è tutt’altra cosa e non è detto che corrisponda a quelle apparenti oceaniche mobilitazioni.

Quest’idea di un Partito Democratico, bastante a sè stesso, è tutta da dimostrare. Qualsiasi odierno riferimento a quel 38% ottenuto alle ultime politiche, tutte polarizzate sull’uno o sull’atro fronte, è un irrealistico punto di partenza (c’è da ricordare che allora c’era l’accordo con l’Idv, poi tradito da quel Di Pietro bramoso delle sue quote di gruppi parlamentari, con annessi e connessi).

Sulle future alleanze di governo (Fi)Renzi non è per nulla chiaro: segue un suo format e un suo logo. Speriamo di poter capire di più in seguito o nell’epilogo di queste primarie.

E’  invece giunto il tempo, per coloro che vogliono costruire il nuovo centrosinistra, di darsi e fornire maggiore chiarezza: si apra un serio confronto, si tenti di superare le divisioni, coltivando l’incontro sulle urgenze da affrontare e si individui quel terreno comune su cui far crescere le priorità e le prospettive future.

P.s: se per le primarie si fosse adottato il sistema a turno unico con doppia scelta (suggerito a suo tempo da Ichino) la mia seconda sarebbe ricaduta su Vendola.

Posposto: nell’anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini, senza imputare colpe a chi, spesso, non ha idea dell’idiozia dei propri seguaci e sostenitori, mi è sembrato politicamente più che scorretto e, ovviamente, totalmente stupido quel che riporto di seguito:

Mi limito a dire che se queste sono le motivazioni politiche di un giovane emergente… siamo messi bene!

Per dovere di cronaca sono arrivate le scuse. Resta il fatto che la frase non aveva assolutamente niente di spiritoso e, per tornare da capo e via, ancora una volta e sempre, ci troviamo davanti al pregiudizio che offusca qualsiasi capacità di giudizio e di reciproco, rispettoso confronto.





Non aprite quella porta

16 10 2012

Sembra che Antonio Di Pietro abbia intenzione di tornare a bussare alla porta del centrosinistra.
Questo rinnovato tentativo di rendere attuale la foto di Vasto pone diversi problemi, di natura strettamente politica, tutti imperniati sull’affidabilità del personaggio.
La non chiara collocazione del ‘vota Antonio’ nazionale, la discutibile qualità di parte della sua classe dirigente e delle sue rappresentanze locali e nazionali, spesso nominate per diretta volontà/imposizione del leader dell’ennesimo partitino padronale/familiare, le oscillazioni sui versanti di lotta e di governo – apparentemente umorali – legate alla tenuta d’un consenso elettorale in via d’estinzione, il trascorso ‘tradimento’ degli impegni assunti in occasione delle ultime elezioni politiche riguardanti la costituzione di un gruppo parlamentare unico, non sono piccoli e trascurabili particolari o sottigliezze.
Che grado di attendibilità possono continuare a pretendere e ricevere le sue promesse?
Si può avere fiducia verso chi, posseduto dalla vis polemica a tutti i costi, non ha risparmiato agli ex alleati o al Presidente della Repubblica, parole troppo pesanti e feroci per essere oggi dimenticate e fingere perciò che nulla sia, nel frattempo, accaduto e si sia consumato senza la sua personale e diretta responsabilità?
Troppo comodo ripresentarsi dimentichi della ferocia di ciò che si è pronunciato, delle azioni che si sono intraprese e dello strappo di cui si è stati autori e attori.
Deplorevole questo frenetico girovagare in cerca di possibile albergo: prima Grillo, poi l’idea di unire i cosiddetti non allineati, poi ancora il fronte con Ferrero e la Fiom su referendum forse destinati a non celebrarsi, infine il ritorno a Canossa.
Forse la misura è un tantino colma ed ecco perché oggi l’alleanza di centrosinistra non deve cedere al rinascente sentimentalismo stucchevole manifestato dal Signor Di Pietro.
La credibilità e la solidità dell’alternativa che si propone di guidare l’Italia come Bene Comune, non può più prescindere da alcuni fondamentali presupposti: tra questi, come si è detto in altre occasioni, la centralità della questione morale e l’irrinunciabile necessità di un forte patto di legislatura che garantisca stabilità per tutta la durata.
Per quanto riguarda il primo presupposto (la questione morale): non so se chi ha ripetutamente teorizzato il principio del ‘non poteva non sapere’, sempre valido verso gli altri, sia oggi in grado di soddisfare questo requisito. Poteva il Signor Di Pietro non sapere di Maruccio di cui è stato sponsor? Poteva, a suo tempo, non conoscere a fondo De Gregorio, poi Porfidia, Razzi e Scilipoti, valutare in maniera più oculata la loro provenienza e capire che erano esponenti di un’opportunista Italia dei (porta)valori? Si noti che, in due di questi casi, ci si riferisce ad almeno un lustro e un decennio di militanza comune, cheek to cheek. Non è un po’ tardivo l’urlo poi rivolto ai reietti?
Il Signor Di Pietro ha affermato, con assoluta serenità e come se niente fosse, d’aver sbagliato in buona fede: come Gesù con Giuda.
Il piccolo particolare è che un’indagine più approfondita a tutti i livelli (che ciascuno può realizzare anche risalendo ai numerosi commissariamenti delle rappresentanze locali dell’Idv) rivela un’assurda perseveranza nell’errore.
C’è poi il secondo presupposto che si potrebbe, per sintesi, definire della questione umorale: la stabilità della futura coalizione di governo può affidare il suo destino e le sue sorti a chi è apparso incapace di qualsiasi capacità di mediazione e ha dimostrato una naturale inclinazione più per l’opposizione che per il governo?
Da tutto questo un solo e unico invito: non aprite quella porta!





Endorsement pro Bersani: l’appello alla sobrietà come preambolo alla nuova questione morale

8 10 2012

Correva l’anno 1981, in una nota intervista concessa a “La Repubblica” Enrico Berlinguer sollevava, con largo anticipo rispetto al successivo precipitare degli eventi, il tema e la centralità della questione morale.
L’attualità di quelle frasi resta inalterata ed assume, oggi più che mai, un valore dirompente, soprattutto se si considera che quello stesso vizio ha, talvolta, contagiato coloro che potevano, sino a ieri, menar vanto, a ragione e a testa alta, della loro diversità e della loro distanza dal malaffare.
Ecco, anche per noi che non siamo mai stati figli e seguaci del comunismo, né di rigide ortodossie o fideismi, alcuni passaggi di quelle parole profetiche e sin qui inascoltate.

I Partiti, la società e il bene comune.
‘…I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”…’
“…hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali…”
“…Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti…”

Gli italiani, i referendum e il voto.
“…molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel ’74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell’81 per l’aborto, gli italiani hanno fornito l’immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane…”

Liberare lo Stato dall’occupazione partitocratica.
“…noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l’operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità…”

Combattere il privilegio, premiare professionalità e merito.
“…Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata…”

Lo sviluppo economico sostenibile: mercato ed equità.
“…Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell’economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l’iniziativa individuale sia insostituibile, che l’impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell’attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione…”

La questione morale è il centro del problema italiano: un tutt’uno con la concezione politica e di governo.
“…La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche…”

L’interesse per le sorti del paese e della democrazia.
“…Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude…”

I sacrifici e l’austerità.
“…Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l’operazione non può riuscire…”

Oggi, dopo l’Assemblea del Partito Democratico, l’invito alla sobrietà, pronunciato da Pierluigi Bersani, può e deve rappresentare il preambolo ad un rinnovato impegno teso a dare centralità alla questione morale, quale irrinunciabile presupposto d’una ritrovata buona politica.
In mezzo a tutto il parlar di regole e del loro rispetto è questo quel che più mi ha colpito e ha lasciato il segno. E da qui occorre ripartire.
La trasparenza e il dovere di rendere conto del proprio buon operato, sia a priori che a posteriori, devono diventare requisito fondante di qualsiasi nuova alleanza politica.
Su questo terreno il segretario del Partito Democratico può sbaragliare tutti e dare così un forte senso ed una chiara connotazione alla sua candidatura.
Il possibile riscatto della bella politica passa attraverso una inequivocabile dichiarazione, non solo d’intenti, che trovi riscontro nell’agire politico.
Qualsiasi futuro patto di governo o coalizione non dovranno, né potranno prescindere dal rispetto di questa condizione.
La sobrietà e il senso della misura costituiscono un doveroso richiamo, soprattutto nel momento in cui troppe ombre aleggiano sul rampantismo, per dirla senza troppi giri di parole, della campagna renziana.
Chi paga quell’impetuosa macchina da guerra propagandistica?
E – ancora – quell’arrogante ostentazione di un deteriore modello trionfalistico fa parte, a pieno titolo, del patrimonio politico, umano e culturale della sinistra italiana o è una sua trasfigurazione ed una mutazione antropologica? Non ricorda, seppur vagamente, i tempietti di Panseca del tronfio trionfo craxiano?
Pierluigi Bersani deve aggiungere poco o nulla al monito berlingueriano: si tratta di attuarlo, finalmente, nei fatti. Prima di subito!
La vera dicotomia non è quella, sin qui propagandata, di natura generazionale (ferma restando la necessità di svecchiare, prima delle donne e degli uomini democratici, alcune idee per renderle adeguate al nostro tempo).
L’odierno spartiacque è tra chi da una parte, ancorchè giovane veste abiti logori e dà fiato a parole abusate sottoforma di banalissimo slogan, si sottrae al confronto diretto sulle idee per il futuro, riduce tutto ad un divario anagrafico, senza mai tener conto della qualità delle donne e degli uomini; e chi, dall’altra, si dimostrerà capace di proporsi come seria e credibile guida disposta a spingersi verso un nuovo orizzonte politico, basato su irrinunciabili principi e in grado di interpretare il ‘noi’ ancor prima dell’io.
Non è più tempo d’inseguire chimere o di sterili affabulazioni.
E’ giunto il momento di dare concretezza alla buona politica, dare e fare spazio a tutti coloro che saranno capaci di portarla avanti, senza stupide e puerili distinzioni d’età.
Il cosiddetto vecchio assai spesso è misura, circospezione, ponderatezza. E’ sinonimo di quella cultura così qualificata da Bobbio.
Il nuovo, altrettanto frequentemente, può essere il nulla ben confezionato ed erede di pensieri riciclati.
Su questi presupposti, su questi irrinunciabili principi, non più solo enunciati ma realizzati, e su questo nuovo orizzonte politico il mio voto andrà a Pierluigi Bersani.
Ovviamente ad un’unica condizione: che si cancellino definitivamente retaggi del passato con tutti coloro che hanno fatto dell’affarismo la loro cifra politica.
Su questo versante voglio un Bersani autenticamente e saldamente berlingueriano.