L’Iva funesta e il futuro dell’unanimità

23 06 2013

Dopo mesi di assenza, trascorsa sotto sequestro sul posto di lavoro, eccomi di ritorno, per la gioia degli occasionali lettori o per la noia degli stessi.
La realtà dell’Italia è rimasta, più o meno, immobile, come in una fotografia che mantiene immutata la medesima espressione nel tempo che passa.
Ingialliti personaggi ed interpreti testimoniano identica vecchiezza, senza alcuna speranza di rinascita e cambiamento.
Il dibattito politico, avviluppato sui soliti temi economici, dopo averci ossessionato con l’Imu, si è spostato sull’Iva. L’eterno indecisonismo spinge, ancora una volta, verso un altro rinvio ad un autunno che si prospetta particolarmente caldo.
La visione, sempre parziale, ha sin qui trascurato l’imminente impatto mortale d’un altra mega gabella, altrettanto odiosa, di nome Tares: figlia dell’inganno consumatosi sulla raccolta differenziata, attraverso cui si prometteva il miraggio d’un alleggerimento dell’imposizione sui rifiuti, che invece comporterà maggiorazioni e aggravi destinati ad inferire l’ennesimo duro colpo a quel che resta della realtà produttiva di questo paese già reso e mantenuto esanime.
Nel frattempo… La riduzione dei costi della politica: priorità scomparsa. La riforma della legge elettorale: lettera morta. Il rilancio del lavoro e dell’economia reale: quotidiana dimenticanza.
La rappresentanza politica si è ormai ridotta a maggioranze espresse dalla minoranza del corpo elettorale.
Le maglie della rete si allargano e si restringono secondo necessità dell’uomo medio dei nuovi media.
Il partito azienda di Berlusconi, rilancia la sua battaglia sul versante tasse, consapevole di poter sedurre ed affascinare una buona quota di quel che resta dell’elettorato.
Il presunto Blair de noantri, s’appresta a superare le immancabili e insanabili divisioni interne dell’ibrido democratico. Quale futuro dunque, se di futuro si può parlare?
Il presunto movimento dell’uomo in rivolta ha vanificato qualsiasi possibilità in grado d’interpretate il desiderio di cambiamento, al di là del personale istinto alla distribuzione e all’auto-distruzione del suo apprendista stregone.
Il potenziale d’intelligenza collettiva e l’elogio dell’alterità sono stati mortificati dalla singolare idiozia di chi ha dato una versione personale della rete, chiamata alla stretta e rigorosa osservanza dei proclami di uno che vale tutti.
Il movimento 5 stelle, nella sua polverizzazione, si rivela per come è stato concepito e per quel che è: l’esatto contrario di quel che esigono il network e la partecipazione attiva. L’ennesima proiezione mediatica d’un promoter che, anzichè puntare sull’ossessiva onnipresenza adottata dal vecchio uomo medio dei media Berlusconi, ha fondato la raccolta del consenso sull’apparente assenza e sul rifiuto di tutto e di tutti, avendo particolare cura e attenzione ad imperversare sugli organi d’informazione tradizionali.
La banalizzazione del confronto che si consuma quotidianamente sul blog sede sociale del movimento, contempla un’unica possibilità di giudizio: mi piace, punto. Ancor meno social dei social networks.
I vizi, ancor prima delle virtù, dei nuovi signori nessuno, resi onorevoli o amministratori locali, da una sorta di nuovo ufficio di collocamento per gente in cerca di prima occupazione, imperversano; alla faccia d’una diversità rivelatasi inesistente e che non ha segnato alcuna distanza rispetto alla tanto odiata e vituperata casta dei già visti e noti parvenus.
Il né di destra, né di sinistra si sostanzia nel non essere. E, soprattutto, non essere valida alternativa.
L’altro fenomeno massmediatico, precursore del suo emulo digitalizzato, chiamato a rispondere in sede giudiziaria su vicende personali e pre-politiche, ora medita le future mosse per esercitare la sua Golden Share sul governo dei dormienti post montiani.
Quel che comincia ad apparire quasi chiara ed evidente è l’ipotesi secondo cui, visti gli interessi in gioco, la continuità e la stessa sopravvivenza del fenomeno Berlusconi, passeranno attraverso una prevedibile offensiva della sua Marina militante.
L’anomalia italiana, nella totale assenza di adeguato quadro normativo sui conflitti d’interesse, resta tema e terreno fertile per consentirne il protrarsi almeno per il prossimo ventennio.
Per ora questo è quanto offre questa terra desolata.





La dipartita del partito democratico

20 04 2013

Le faide interne al Partito Democratico hanno determinato la prevedibile implosione d’un intero gruppo dirigente indegno, da troppo tempo, di rappresentare il cambiamento.
Nonostante il mio recente atteggiamento – sin troppo ingenuo – fosse quello di chi, in un estremo e disperato tentativo, riponesse le residue speranze in quest’ignobile sinistra, immobile e in perenne attesa del necessario rinnovamento, delle idee e delle persone, oggi prendo definitivamente atto della totale incapacità d’un partito troppo compromesso col gioco del potere condiviso e consociativo, sempre più distante dal suo popolo.
A una gran parte della sedicente sinistra poco importa se, oggi come ieri, tutto depone a favore d’una prossima, più o meno imminente, rivincita della destra belusconiana. L’importante è assicurarsi la tenuta di tutto quel sotto potere, da sempre allegramente spartito tra maggioranza e opposizione.
In questo paese il potere, in senso ampio, non è mai stato solo quello esercitato da chi, in maniera diretta ed in prima persona, assurge al ruolo di governo. C’è tutto un bel sottobosco dove si distribuiscono incarichi, premi di consolazione, poltrone e prebende che coinvolgono e interessano la cosiddetta opposizione, chiamata a svolgere il suo ruolo di sotto governo.
L’inciucio strisciante c’è sempre stato e continuerà ad esserci.
È un ruolo che non è fondato sul normale controllo o sulla garanzia riconosciuta all’opposizione: è – lo ripeto – allegra spartizione.
La maggior consapevolezza raggiunta mi spinge ad affermare l’esistenza d’un sentimento di sinistra estraneo alla sua rappresentanza.
Ecco perchè questo gruppo dirigente, che ha sempre curato questo tipo d’interessi, ha tentennato davanti all’ipotesi d’un autentico cambiamento d’una prassi consolidatasi nel tempo: eredità dell’era dell’ex P.C.I. oggi esercitata dall’attuale ibrido irrisolto denominato P.D.
Il potere consociativo, tra maggioranza e opposizione (immutato nell’alternanza di governo), è un insaziabile moloch che – purtroppo – ha imposto il sacrificio del cambiamento a tutela ed auto tutela della conservazione.
L’incapacità d’individuare, da subito, possibili interlocutori con cui tessere e costruire l’alternativa, non è riuscita ad abbattere il totem del potere condiviso e compromissorio, a garanzia del quale è stato riconfermato Napolitano, da sempre organico alla ferrea legge dell’oligarchia al potere.
Questa sinistra, inadatta a costruire in sede istituzionale l’alternativa, che andava coltivata da subito, si traduce ora e per il futuro in un’occasione definitivamente persa.
L’amara sensazione che resta, dopo tutto, è quella di chi ha visto allargarsi il distacco tra l’essere di sinistra e la sua inqualificabile rappresentanza.





La paralisi politico-istituzionale

31 03 2013

imageDunque siamo andati ai seggi elettorali per assistere alla nomina dei saggi.
Ciascuno di noi ha espresso il suo voto per poi vedere garantita la permanenza (detta ‘prorogatio’ dai carnefici della democrazia e del parlamentarismo) d’un governo capeggiato da quel Mario Monti uscito minoritario e unico, vero sconfitto in questa tornata elettorale.
La non democrazia impazza e non si contano più i favori resi a chi ha il solo ed unico interesse al protrarsi della paralisi, al fine di garantirsi un consenso figlio del nulla e del vuoto elettorale.
Tutti pronti e proni ad osannare il Presidente, fattosi sovrano, che interpreta la Costituzione vigente con rara fantasia, come se nulla, nel frattempo, fosse capitato?
Tutti disposti ad accettare un governo, non sfiduciato dal Parlamento nella precedente legislatura, come se gli assetti politici e della rappresentanza fossero rimasti immutati?
Tutti taciti e disposti ad avallare l’imposizione d’un governo mantenuto in carica per ‘decreto’ presidenziale?
Tutti, sempre silenti, davanti all’ipotesi che sia costituzionalmente accettabile lo sconfinamento dalla gestione degli affari correnti?
Tutti chiamati a rinunciare al proprio ruolo d’elettorato attivo, alla sovranità popolare cui sempre ci si appella, negando poi il responso delle urne?
Non poteva esserci miglior vantaggio offerto ai neo presunti rivoluzionari, unanimemente (laddove l’unanimità è rappresentata dagli atti d’imperio di uno, massimo due personcine) concordi nel sostenere questa proroga e questi ‘saggi’, per poterli poi definire e catalogare come un volgare tavolo di bari a cui non si parteciperà, in nome d’una purezza esclusivamente propensa all’immobilismo.
Esiste ancora, in quest’Italia fuori rotta, qualcuno che, in nome della democrazia reale e non di quella immaginata, ha qualche legittima obiezione da sollevare e contrapporre?
Non lo so, ma lo spero.
Appare altrettanto più che chiaro e certo che Grillo, gli automi cantori della voce sola che lo amplificano passivamente, e il mitico professor Becchi (quello che si informa e documenta sul “veb”) si sono dimostrati finte vergini, vestali della conservazione.
Tutti figli legittimi di quel Casaleggio, dimentico delle sue trascorse affinità elettive col cavaliere, oggi rinnovate con vigore rivoluzionario.
D’altra parte la velleitaria metafora del 100% dei consensi è speculare al desiderio del’ex premier che si è sempre dogliato di non essere plenipotenziario.
E, checchè si dica o si voglia far credere, anche l’orda di questo movimento di plastica è stata enfatizzata, quotidianamente, dai media tradizionali come il predecessore partito di plastica.
Dopodichè si può continuare a credere che l’uomo medio dei nuovi media sia frutto esclusivo di una ‘rete’ rappresentata come massa di irretiti, legati al pensiero unico, piuttosto che alla libertà, allo spirito critico e autonomo.
Il miracolo italiano di Grillo, evidentemente, in questo periodo storico, consisteva e consiste nella resurrezione del governo precedente al voto.
In conclusione: Grillo è complice e funzionale dei poteri morti che, di riflesso, gli garantiscono sopravvivenza.
Senza neppure sporcarsi le mani con un voto di fiducia,





“Enzo Jannacci – Vincenzina e la fabbrica”

30 03 2013





Il feticcio dell’onestà

21 03 2013

Via dell'OnestàEsiste un aspetto particolarmente insidioso, pernicioso ed intellettualmente disonesto in chi immagina e raffigura tutti coloro che non appartengono alla sua congrega come irrimediabilmente complici d’un sistema definitivamente corrotto, che cerca copertura e si nasconde dietro alcune anime belle.
Il culto dell’onestà e della buona politica, anzichè rappresentare una giusta causa da promuovere e condividere, si è trasformato in una sorta di feticcio usato come oggetto contundente da brandire contro gli avversari (sempre e inevitabilmente individuati come nemici da abbattere).
Ora è del tutto improbabile che esista un movimento degli onesti, guarda caso tutti insediati al suo interno, originato dalla concentrazione di un voto di varia ed eterogenea provenienza, che si contrappone ai partiti, per loro natura ricettacolo di disonesti.
La disonestà di un omuncolo in veste politica consiste in questo. Ed è speculare a quella di chi, anzichè perseguire penalmente o amministrativamente gli interpreti di episodi di malversazione e ladrocinio, ha sempre preferito adottare provvedimenti basati sull’assunto che la disonestà è diventata così sistemica e tanto invasiva da albergare dappertutto. Soprattutto in quell’altrove rispetto al proprio covo degli onesti per antonomasia.
Passa così inosservata, e sotto pressochè unanime silenzio, questa strisciante disonestà e l’assoluta malafede di chi, pur di affermare la propria presunta purezza, addita tutti gli altri come persone indegne.
Non esiste più alcun margine di trattativa, nessun confronto praticabile, con chi, nel suo immutabile desiderio distruttivo, annovera e cataloga qualsiasi interlocutore come membro o rappresentante della conservazione e del vecchio.
Non c’è più nessun genere di riconoscimento e di rispetto per l’altrui dignità. Non uno sguardo rivolto all’interesse collettivo, capace di spingersi oltre il proprio steccato e al di là del’insano settarismo, nutrito e alimentato dalla vana speranza di poter poi fiorire sulle macerie.
Così la ®ivoluzione di questo neo avvelenato – lo stesso che, guarda caso, aveva tentato invano di arrembare la leadership del Partito ora inviso ed odiato – tutta incentrata sul tentativo di screditare quotidianamente la parte che, a ragione, l’aveva trattato da ossesso reietto, risulta giorno dopo giorno sempre più utile e funzionale alla conservazione ed apripista d’una cupa restaurazione.
L’uomo medio dei nuovi media porta in sè numerose somiglianze con l’uomo medio dei media: anch’egli singolo divenuto simbolo, promotore d’una idiozia collettiva ben più dannosa di quella individuale, si presenta come unico detentore e promotore del cambiamento.
Assurto agli onori della politica, più per demerito altrui che per proprio merito, è il nemico numero uno di qualsiasi ipotesi di cambiamento, incapace di proporre e immaginare un nuovo orizzonte verso cui spingersi per uscire dalle sabbie mobili al cui interno lentamente sprofondiamo.
L’uomo medio dei nuovi media insegue il miraggio di maggiori consensi, arroccato nel suo fortino e attorniato da una massa di cortigiani, ebeti per loro natura o resi tali dall’affabulatore cultore dei monologhi, altrettanto convinti di poter sopravvivere grazie al reiterato rifiuto del confronto e del dialogo.
Sarà questa la loro fatale e ineluttabile rovina. Passeranno anche questi cialtroni, momentaneamente beneficiati dalla crisi politica, sociale ed economica che ha fatto sì che, nel diffuso disorientamento, dominasse la foga contestataria, il desiderio distruttivo e si perdesse di vista il primo bisogno e l’urgenza di soluzioni adeguate per superare questo drammatico frangente.
L’onestà che vogliamo, auspichiamo e di cui abbiamo necessità ed urgenza è quella di chi riesce a specchiarsi in quella degli altri e si dimostra capace di trovare appoggio e sponda per promuovere il cambiamento tanto atteso.
Non è quella di chi, fermo restando l’obbligo di ridimensionare i costi della politica, alimenta l’inganno secondo cui la soluzione di tutti i nostri mali e di tutti i nostri problemi passa attraverso questa sacrosanta iniziativa che, per quanto esemplare, rappresenta una goccia nell’oceano del debito e della drammatica crisi socio-economica che ci stringe in una morsa quotidiana.
Non è l’onestà di chi invoca il restringimento della rappresentanza parlamentare, senza curarsi dell’ulteriore rischio d’estromissione di intere categorie sociali, già non più rappresentate, tutelate e garantite da tempo.
Non è l’onestà d’un rancoroso oppositore a tutti i costi, incapace di concepire qualsiasi forma di dialogo, erede d’un immortale fascino autoritario che troverà in lui il solito, utile idiota (vero o presunto) e favorirà, con la sua complicità diretta, l’avvento del peggio.





Movimento ©inque $telle™

16 03 2013

image Il Movimento ©inque $telle™ è un copyright, un marchio, un prodotto d’impronta personale, reso, sin qui, apparentemente corale.
Lo spot per il lancio sul mercato politico è stato efficace.
Sulla bontà del prodotto e sul suo contenuto, al di là del fascino del packaging design, si possono nutrire dubbi e riserve, in attesa di verifica?
A me ricorda, per dirla alla Gaber, tanto caro a Grillo (a frammenti!) “il salariato del piacere che propina storie colorate e grasse, un bel film con dentro tutti gli ingredienti che piacciono alle masse, che stanno lì inchiodate e si divoran tutto senza protestare, gli si potrebbe dare in premio un bel barattolo di merda per duemila lire e senza esitare un momento sarebbero pronti a scannarsi per quel divertimento! Son proprio deficienti gli uomini, ormai son proprio devastati, non riesci più a strapparli alla loro idiozia, ci sono incollati”.
Insomma, sin qui, una bella festa o sagra strapaesana.
La prima occasione di democrazia perduta – seppur vanno raccolti gli incoraggianti segnali di chi si è sottratto all’appiattimento del pensiero unico reso collettivo – è stata l’elezione dei Presidenti dei due rami del Parlamento, vissuta come l’ennesima lotta contro chissà quale maleficio, anzichè cogliere gli incoraggianti motivi che spingevano alla condivisione d’una scelta tutta costruita attorno a due altissime personalità, indipendenti e con una marcata discontinuità rispetto al passato.
E invece no. I ©inque $telle™, almeno nella loro rappresentazione dei pupazzetti del ventriloquo, hanno continuato nella loro stucchevole – e fuori luogo – dichiarazione di purezza, laddove non ricorreva alcun motivo di dissenso.
Lo slogan “nè con la destra, nè con la sinistra, ma in alto”, si è manifestata come politica di bassissimo profilo, un tantino più coricata sulla destra, incapace di decidere e volare alto nell’interesse delle Istituzioni.
Ciononostante oggi è una splendida giornata, all’insegna del cambiamento, della svolta possibile e praticabile.
Tutto il resto non conta.
Non contano le partigianerie e le piccinerie di chi, alla lunga, sarà chiamato a pagherà dazio per l’inconcludenza dell’opporsi a tutto e tutti, perdendo il lume della ragione e della ragionevolezza, non riuscendo mai a trovare interlocutori credibili, degni d’attenzione e considerazione.
E non ha ragionevoli spiegazioni, anzi fa inorridire (politicamente), la colleganza tra ©inque $telle™ e Popolo delle Libertà, che non hanno saputo cogliere le ragioni d’un consenso a chi ha sempre dimostrato e mantenuto alto senso dello Stato.
Non ha possibile giustificazione avere interpretato, ancora una volta, l’elezione di due cariche istituzionali, chiamate a rappresentare tutti, come se si trattasse d’una scelta di parte e tra parti contrapposte.
Vuoi vedere che la buona politica sarà in grado di sgonfiare l’antipolitica di chi, privo di qualsiasi proposta e progetto serio e concreto, si è fatto istituzione per incarnare tutti i vecchi vizi del nemico immaginario?





Giorgio Gaber (con tutto il rispetto che merita) in risposta a Grillo

11 03 2013