L’esercito di Silvio, la guerra di Beppe e la pax di Matteo

4 09 2013

image

La crisi avanza lenta, sul governo Letta, a colpi di ricatto e quotidiani penultimatum.
La destra eversiva, rispetto alle leggi uguali per gli altri e alla Costituzione, non può rinunciare alla strenua difesa del suo ideatore, del suo benevolo sdoganatore, del suo unico e sacro padre inviolabile: dopo di lui il diluvio!
Questa infaticabile ostinazione, nel voler tenere all’auge della gloria il titano tra i nani, è comprensibile, per sua origine e natura: tutti devono tutto al Silvio nazionale!
Eppure… immaginate quanti e quali ulteriori danni e quanta fascinazione potrebbe, invece, produrre e scatenare un Berlusconi eretto a vittima sacrificale, reso battitore libero, nonostante la temporanea estromissione dal Senato. Chi o cosa potrebbe impedire al leader della destra eversiva di rimanere tale? Niente e nessuno.
Un altro antisistema potrebbe giocare, in assoluta libertà, la sua ultima, definitiva battaglia.
L’esercito di Silvio dovrebbe prendere in seria considerazione una siffatta eventualità.
Immaginate, poi, l’immutata potenza di fuoco dell’impatto mediatico: casta giornalistica, stampata e non, sempre pro(n)ta a compiacere il potente di turno, garantirebbe la necessaria amplificazione all’atto di lesa maestà, perpetrato dai soliti коммунисты (kommunisty), passando per la via della setta grillina.
Questo clima da guerra civile simulata abbraccia e appartiene, a pieno titolo, all’altro uomo medio dei nuovi media che, sulle macerie di quest’Italia sull’orlo del baratro, vuole ricostruire la sua democrazia digitale (ovviamente le impronte sono solo le sue).
Quest’invasato del web, capace di concepire solo gli “i like it!”, ha dichiarato guerra a tutti, perfino ai disertori aperturisti che, forse disposti a sparigliare l’accoppiata delle larghe intese, vorrebbero offrire un’alternativa alla disfatta finale d’un’Italia ormai esausta davanti all’eterno referendum pro o contro Berlusconi.
Ma l’oltranzismo del Grillo in guerra e del suo team – si tratti di Casaleggio o di Messer Messora – non consentono aperture. À la guerre comme à la guerre non ci sono alternative.
È questo il limite cui siamo giunti a causa del proliferare dei partiti o dei sedicenti movimenti (statici) d’impronta personale: l’ortodossia col capo non contempla alcuna libertà di pensiero e d’azione. Si avanza, compatti, a testuggine!
Poco o nulla importa se, tentare di scompaginare l’attuale sistema ingessato, implicherebbe l’individuazione di possibili alleanze. Il sacro fuoco della rivoluzione non si alimenta con la trattativa, il confronto, il dibattito: le menti pensanti si accomodino fuori! Restino le (pesanti) teste di legno!
Anzi, c’è di più: per tacitare tutto questo fastidioso democratico fermento, preparatevi ad un nuovo V-day! Il palco è mio e lo gestisco io!
In questa guerra del tutti contro tutti, vissuta da ciascuno nella speranza di poter così trarre vantaggio (elettorale), scoppia – neanche tanto improvvisa – la pax nel Partito Democritico, pardon Democratico.
Tutti, quasi unanimemente, uniti attorno al Sindaco FiRenzi che, da rottamatore, ha aperto il mercato del riciclo.
Ostile alle correnti, viene da queste sostenuto con forza ed entusiasmo.
L’uomo del dolce stil novo politico, affascina, affabula, galvanizza il pubblico plaudente delle feste dem.
È giunta l’ora del nuovo che avanza nell’Italia che retrocede!
Chi tra i contendenti riceverà maggior audience?





Inchiostro di china pericolosa

13 11 2012

Non parlerò di primarie ma, in qualche misura, del primato della democrazia, della verità, della giustizia e dell’informazione.
Non so bene se sia una mia esclusiva impressione ma…
I volenterosi carnefici – quelli della condanna emessa senza appello alle prime luci d’un sospetto o sulla scia d’un minimo indizio, ancora prima di qualsiasi sentenza definitiva – si trovano alle prese col loro ingiustificabile doppiopesismo: colpevolisti coi nemici del popolo, innocentisti o giustificazionisti con gli amici (propri) e del popolo.
A seconda della personalità o del partito politico – che esprimono parole o manifestano comportamenti altre volte vivacemente censurati – tutto cambia.
E’ la pericolosa china lungo la quale è caduto il grande maestro in quest’arte: l’inquisitore Marco Genuflesso Travaglio.
Scriveva tempo fa il compianto e illustre giornalista d’inchiesta Giuseppe D’Avanzo, in polemica col Genuflesso: ‘Non è giornalismo d’informazione, come si autocertifica. E’, nella peggiore tradizione italiana, giornalismo d’opinione che mai si dichiara correttamente tale al lettore/ascoltatore. Nella radicalità dei conflitti politici, questo tipo di scaltra informazione veste i panni dell’asettico, neutrale watchdog – di “cane da guardia” dei poteri (“Io racconto solo fatti”) – per nascondere, senza mai svelarla al lettore, la sua partigianeria anche quando consapevolmente presenta come “fatti” ciò che “fatti”, nella loro ambiguità, non possono ragionevolmente essere considerati (a meno di non considerare “fatti” quel che potrebbero accusare più di d’un malcapitato)’.
Aggiungeva: ‘E’ un metodo di lavoro che non informa il lettore, lo manipola, lo confonde. E’ un sistema che indebolisce le istituzioni. Che attribuisce abitualmente all’avversario di turno (sono a destra come a sinistra, li si sceglie a mano libera) un’abusiva occupazione del potere e un’opacità morale. Che propone ai suoi innocenti ascoltatori di condividere impotenza, frustrazione, rancore. Lascia le cose come stanno perché non rimuove alcun problema e pregiudica ogni soluzione. Queste “agenzie del risentimento” lavorano a un cattivo giornalismo. Ne fanno una malattia della democrazia e non una risorsa. Si fanno pratica scandalistica e proficuamente commerciale alle spalle di una energica aspettativa sociale che chiede ai poteri di recuperare in élite integrity, in competenza, in decisione. Trasformano in qualunquismo antipolitico una sana, urgente, necessaria critica alla classe politico-istituzionale’.
Parole profetiche, cui si affianca oggi il maggiore valore aggiunto dalla richiesta d’archiviazione per il Presidente del Senato Renato Schifani, verso cui si teorizzava il concorso esterno in associazione mafiosa e nei cui confronti, a titolo d’indennizzo dell’indegnità politico-morale-istituzionale gettatagli addosso, basta un miserrimo articolo, non altrettanto enfatico quanto la potente portata delle bordate accusatorie.
Marco Genuflesso Travaglio ha trovato ora nuova sponda politica, a lui più consona, rivolgendo il suo sguardo, la sua penna e la sua oratoria, in direzione dei suoi amici Grillo e Di Pietro, che hanno dato identica impronta “vendicativa” a un movimento e un partito padronali.
L’assunto da cui si parte è che (quasi) tutto è merda, senza mai spiegare come si esce dalla stessa, al di là della biliosa contestazione. E, sempre fingendo che tutto quel che si è realizzato in quest’Italia sia frutto d’un ineluttabile e malvagio destino, senza alcuna partecipazione attiva, da parte della cosiddetta società civile, alla ‘presa del potere’ di chi non si è certo auto proclamato. Ma è chiaro che, a coloro che nutrono sentimenti di rivalsa e che attualmente cercano un consenso montante, fa più che comodo l’assoluta assenza d’una approfondita analisi socio politico antropologica: si continua a fingere l’esistenza d’una eterna innocenza come tratto genetico degli italiani ora tutti orientati (sarà da vedere in che misura) a favorire l’ascesa dei neo  rivoluzionari.
Tutto ciò che riguarda gli amici trova, ovviamente, logica e comprensibile giustificazione. Qualsiasi interrogativo (non si parla di reati) va immediatamente catalogato come inutile e infondato sospetto, orrido complotto, ‘spiate dei servizi segreti al soldo di chi sappiamo, campagne calunniose orchestrate da chi sappiamo che l’hanno vivisezionato e passato mille volte ai raggi X’.
Le regole “carta straccia” del “non statuto”, le gestioni padronali e gli imperativi categorici, per esempio, inducono il Genuflesso a scrivere: ‘Ma benedetti ragazzi: perché vi siete iscritti a 5 Stelle o all’Idv, se non vi piacciono Grillo o Di Pietro? Grillo, da quando fa politica, ha sempre attaccato certi talk show, considerandoli i salotti dei partiti, rifiutando di esserne ospite e raccomandando ai suoi di non cascare in quella che considera una trappola. Ergo chi muore dalla voglia di accomodarsi su quelle poltrone non ha che da iscriversi a uno qualunque degli altri partiti o movimenti, che in tv bivaccano da mane a sera. Se invece si iscrive a 5Stelle e viene eletto, sicuramente in virtù del proprio poderoso consenso, ma forse anche un po’ grazie al faccione di Grillo sul simbolo, non ha che due strade: proporre regole diverse e sperare che vengano approvate; o dimettersi e fondare un nuovo movimento con le proprie regole. Idem per Di Pietro: è forse una novità, o un mistero, che l’ex pm abbia fondato un movimento personale, manifestato con Grillo, criticato gli inciuci del Pd, stigmatizzato le firme di Napolitano sulle leggi vergogna di B., contrastato tutti i provvedimenti di Monti& C.? Donadi queste cose dovrebbe averle almeno notate: era il capogruppo, non un passante. Poi ci sono i giornali di palazzo, ridotti a formicai impazziti mentre la terra trema e frana’.
Sull’Italia immobiliare di Propaganda Fide, che ha coinvolto diversi personaggi, da Scajola a seguire, mentre sui primi la mannaia moralizzatrice doveva impietosamente calare, sugli altri, il nostro Genuflesso ha avuto l’ardire di vergare quanto segue: ‘non c’è nulla di male ad affittare un alloggio dal clero (che controlla il 22.5% del patrimonio immobiliare)’.
Marco Genuflesso Travaglio, persona informata dei fatti, non ricorda probabilmente d’aver scritto in quello stesso articolo ‘Di Pietro, che vive in via Merulana…’, quella stessa dimora poi divenuta sede dell’Idv, in occasione d’una ristrutturazione di cui si è abbondantemente parlato.
Marco Genuflesso Travaglio, in difesa dell’acclarata onestà dell’amico, ha rigettato, nell’arco di ventiquattr’ore qualsiasi dubbio, interrogativo e rilievo presentati nell’inchiesta durata mesi e curata da Sabrina Giannini, affermando che ‘riciccia fuori sempre la solita minestra, già giudicata infondata e diffamatoria da fior di sentenze, vuol dire che di errori ne ha commessi, ma tutti emendabili, perché il saldo finale rimane positivo’.
Ecco perché siamo davanti all’inchiostro di china pericolosa e ad una sorta di mistero della fede che produce gli atti di indulgenza plenaria dispensati dall’oggi equanime Marco Genuflesso Travaglio.
Le inchieste e le analisi, come si è detto, sono ben altro, assai diverso dal settarismo.
Ha ben poco di cui lamentarsi Marco Genuflesso Travaglio laddove nota il malvezzo altrui, pressochè identico al suo, di utilizzare due pesi e due misure.
E, per concludere, nel decalogo di consigli non richiesti, bisognerebbe, per amor di verità e corretta informazione, includere la richiesta di fugare qualsiasi illusione d’un possibile Grillo Premier, perché come è noto l’Inquisizione, seppure alimentata a f(r)asi alterne, mai vorrebbe un primo ministro già condannato in via definitiva per quel che oggi si vorrebbe qualificare come omicidio stradale.
Se ragioniamo di motivi morali e non penali – sulla pericolosa china dei fiumi d’inchiostro consumati in altre occasioni – questi valgono e sono identici per tutti e non possono applicarsi in maniera attenuata solo per gli amici.





Signorino Margherita…

22 09 2012

Signorino Margherita

Signorino Margherita… Permette alcune domande?
Come preannunciato si sta scatenando (non da oggi) lo stuolo dei ‘moralizzatori del moralizzatore’.
Stanno emergendo, non senza apparenti ragioni, dubbi e giusti rilievi che si possono e si devono sottoporre alla cortese attenzione dell’ “arrivista non ancora arrivato”.
Vista e considerata l’immagine che la politica sta fornendo di sè, in questa continua deriva degli affari (propri) e del malaffare, non sarebbe male sentir pronunciare alcune circostanziate risposte a queste contestazioni.
Su “Il Fatto Quotidiano” viene ripresa l’allegrezza del Renzi itinerante all’epoca della sua Presidenza della Provincia di Firenze.
A che pro, e cosa ha prodotto, tutta quell’attività ipercinetica degli incontri di rappresentanza istituzionale, tenutisi un giorno sì e l’altro no?
Qual è la giustificazione da contrapporre a chi l’accusa d’una – pare consueta – abitudine all’esternalizzazione di alcuni servizi, risultati anti-economici?
Ha agito seguendo gli stretti criteri e i principi di efficacia, efficienza ed economicità?
E cosa ha da dire a proposito del diffuso ricorso – sempre col beneficio del dubbio e sino a prova contraria – alle assunzioni per chiamata diretta?
C’è il sito Renzileaks che, da tempo, monitora il Signorino Margherita, oggi in corsa alle primarie. C’è, anche, il portaborse che ha postato diversi interrogativi sul suo operato.
Ha qualcosa da dire in merito?
Vuole avere la gentilezza di rispondere a chi pone normali domande su quest’iperattività e su questa smania che, dietro l’innegabile e ineguagliabile energia del supergiovane, pare nascondere un irrefrenabile desiderio di visibilità?
Sono le normali domande cui vengono sottoposti, nel sistema statunitense, i candidati alle Primarie.
Le piace o no quel modello? Mica può piacerle a frammenti o a piccole dosi!
Cosa fanno i candidati, democratici o repubblicani, in quei casi? Rispondono e si difendono dagli attacchi. Non reagiscono a colpi di minacce. Non brandiscono l’arma della querela contro tutti.
Anzi, sovente, come ben sappiamo, sono messi a nudo e radiografati in tutti i loro più piccoli aspetti e analizzando ogni minimo particolare.
Giusto per non avere poi amare sorprese e a garanzia della loro sicura affidabilità.
Nota finale, che non ha specifica attinenza con questo piccolo commento ma riguarda tutto l’osceno consumatosi nella Regione Lazio: d’ora in poi non sarebbe male conoscere le situazioni patrimoniali d’origine di chi si ‘butta’ in politica e quelle che maturano in corso d’opera.
Perché ogni volta sono “tutti ricchi di loro” e – guarda caso – “ladri del nostro”.





I capponi di Renzi e il bollito misto

20 09 2012

imageLa premessa è d’obbligo: non mi è simpatico (forse, non lo è oggettivamente), nonostante abbia un suo seguito.
Non gli riconosco adeguato carisma, capacità di leadership e, ancor meno, di futura premiership. Troppa manifesta arroganza.
Sembra più somigliante ad un piazzista di marketing multilevel anni ’90.
Matteo Demolition Man, a capo dei rottamatori, ha dichiarato di voler ereditare (in sede elettorale e, forse spera, neanche tanto tacitamente, grazie a primarie aperte) i voti della destra. Un bollito misto.
Diverso risulterebbe il discorso di chi, vincitore d’una competizione elettorale, si proponesse poi di rappresentare tutti gli italiani.
È la dichiarazione preventiva che suona strana e portatrice di forti contraddizioni.
Non è chiaro quale portata innovativa abbia questo piccolo prodigio, se non quella di un ‘assalto alla dirigenza’, attraverso generiche dichiarazioni d’intenti che raccolgono, assai spesso, l’ovvio espresso per slogan.
Gli 11 punti programmatici (e l’immancabile dodicesimo ‘il programma lo fate voi!’) sintetizzati sulla carta – alcuni condivisibili, oramai unanimemente, a parole o come lettera morta, riconosciuti come necessari – sono pari ad altre buone intenzioni lette altrove.
All’interno molti orientamenti che sembrano provenienti da un comitato di ‘quelli che una consulenza buona per tutti non si nega a nessuno’.
Scarsa la concretezza d’un cambiamento autenticamente radicale: per esempio la soppressione di tutti gli enti inutili, al di là delle province; il ridimensionamento di quelli sovra a favore dei sotto dimensionati; riforme capaci di intaccare sistemi distorti senza garantire continuità con l’assurdo: sulla scuola, per fare un altro esempio, s’intende riconfermare l’inutilità dei test INVALSI (ente che avrei personalmente abolito da tempo – di sicuro e a maggior ragione dopo la condanna della Corte dei Conti – e i cui fondi avrei utilizzato per finanziare ben altro).
Per ovvie ragioni non tutto può trovare approfondimento su un programma/manifesto, ma su alcune questioni sarebbe importante conoscere nel dettaglio l’opinione corrente del candidato. Quali risorse immagina di poter reperire per finanziare il welfare, favorire lo sviluppo, rimettere in moto l’economia reale, senza il vago ‘attraverso il taglio della spesa pubblica’?
Se mai dovesse raggiungere la meta governativa che tipo di indirizzi politici assumerà e con chi è disposto a coalizzarsi per metterli in atto?
Qual è oggi il punto di vista sui beni di interesse comune (ricordate la posizione di Renzi sui referendum?), sui “Fantozzi della pubblica amministrazione”, sulle rappresentanze sindacali, sul nucleare ieri a lui gradito e oggi declinato sulle fonti rinnovabili, sull’articolo 18 e sull’appoggio incondizionato a Marchionne, senza se e senza ma? Sulle dismissioni del patrimonio dello Stato come intende procedere? Sull’equità e il riequilibrio fiscale come intende differenziarsi da chi ha continuato a far gravare il peso dei sacrifici sui soliti? E la sua idea di democrazia dal basso che riflessi ha sulla questione TAV/NO TAV e sul necessario coinvolgimento degli interessati a tutte le scelte che ricadono sul loro territorio o su questioni di salute pubblica legate all’insediamento di termovalorizzatori? È una democrazia guardata dal basso verso l’alto o qualcosa di più, di nuovo e di diverso?
Su temi che, per parlare con chiarezza, hanno determinato la frattura e l’auto-rottamazione dei rottamatori.
L’intenzione dell’itinerante Renzi contro tutti, è quella fallimentare, già sperimentate da Veltroni, di correre da solo?
Questa contesa della leadership e/o della premiership rende di particolare rilevanza l’individuazione delle regole per queste primarie.
La presenza di candidature ‘esterne’ al PD modifica la natura di quel che rischiava d’apparire e limitarsi a una specie di congresso sotto forma di assemblea plenaria. Servono nuove regole condivise per queste primarie di coalizione.
Entro quale ‘recinto’ si deve e si vuol giocare questa partita?
Da evitare, ovviamente, il rischio di assistere ad un’o.p.a. occulta del centrodestra sul centrosinistra, le cui conseguenze, se dovesse prevalere – lasciatemelo dire – un arrivista a tutti i costi, magari circondato da nuovi consulenti ‘mille stagioni’ (quella inossidabile categoria di persone che ‘cambia tutto ma noi ci siamo sempre’), sarebbero quelle di una fatale implosione dei democratici e del suo corpo elettorale. Da rottamatore a demolitore.
Inutile negarlo, sinchè Renzi continuerà questa sua propensione che oscilla tra il cabarettistico e il banalizzante (ahimè il berlusconismo ha fatto scuola dappertutto), sino a quando dichiarerà di voler raccoglire tutto, da qualsiasi parte provenga, potrà pure riuscire ad attirare consensi nell’area del ‘questo o quello per me pari sono’, ma provocherà una lacerante emorragia di voti da parte di chi non si riconosce nella sua egolatria.
Il condensato, redatto in perfetto stile Bignami, non basta più.
Infine, vista la cattiva abitudine e la malacreanza di far le pulci agli altri, non va un po’ oltre il limite della decenza e provoca irritazione uno che è stato condannato dalla Corte dei Conti, congiuntamente ad altri, per un danno erariale inizialmente contestato per €.2.155.038,88 e poi ridotto a € 50.000 pari al depauperamento patrimoniale patito dalla Amministrazione Provinciale di Firenze in relazione a rapporti di lavoro a tempo determinato illegittimamente incardinati con diversi soggetti, estranei alla Amministrazione medesima?
Cos’ha da pontificare o da dare lezioni agli altri, se le prassi utilizzate non sembrano quelle del nuovo ma dell'(ab)usato sicuro?
E non basta, per consolarsi, affermare che la sentenza ha ridimensionato l’entità del danno originario. È ben poca cosa per uno che fa la morale agli altri e deve far in modo che non gli si contesti neppure un solo euro. E, di certo, non può chiuderla con la limitazione del danno. Aspettiamo di sapere se il ricorso è stato presentato. Perchè è d’obbligo far sì che si sancisca la propria totale estraneità a qualsiasi addebito e non ci siano neppure parziali responsabilità personali.
Ma soprattutto non è pericoloso questo gioco del moralizzatore che genera, fatalmente, altri moralizzatori del moralizzatore?
Ecco non vorrei che lo slogan più adeguato per Renzi diventasse un altro: “New yuppies do it better!?”





I capponi di Renzi e il bollito misto (anteprima)

18 09 2012

image

Il rampante e spocchioso ‘supergiovane’  Matteo è sicuro della sua inarrestabile vittoria alle primarie.

…Lascio poi pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe, a capo all’in giù, nella mano d’un uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente. Ora stendeva il braccio per collera, ora l’alzava per disperazione, ora lo dibatteva in aria, come per minaccia, e, in tutti i modi, dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro teste spenzolate; le quali intanto s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura…

Coming soon… nel frattempo: dì qualcos’altro di sinistro!





La politica, l’ovvio dei popoli e il governo di irresponsabilità nazionale

9 11 2010

In piena crisi, che si consuma al buio, non smettono di fiorire le ulteriori idiozie, in questo eterno teatro dell’assurdo, di signori ex-nessuno, in veste di Ministro o Sottosegretario.

Così Sandro Bondi, in risposta al crollo della Domus dei Gladiatori di Pompei, declina qualsiasi responsabilità, fingendosi estraneo.

Come è noto, infatti, il decadente cantore del Premier, non occupa quel ruolo cui ricondurre inadempienze, mancati controlli e inesistente tutela dei beni culturali.

E’ il solito atteggiamento dell’attuale governo di irresponsabilità nazionale e dei suoi appartenenti.

Le responsabilità non possono mai essere ricondotte ai diretti interessati, grazie al solito, immutato vizio di scaricarle su altri, in un continuo rimando.

Tutto accade, sempre, a loro insaputa e loro malgrado.

E’, dunque, un governo di irresponsabili: per quel che farneticano e per quel che raccontano di aver fatto.

Alla seconda Conferenza nazionale sulla famiglia, che si celebra in questi giorni, dopo aver accuratamente evitato la presenza inopportuna di chi, da tempo, non è più titolato a recitare omelie su questo tema, il Sottosegretario Carlo Giovanardi (forse nella sua veste comica di Giò Van Hardy, erede di Oliver) ha sermoneggiato: “Scienza e biotecnologie possono togliere ai figli il diritto di nascere all’interno di una comunità d’amore, con una identità certa paterna e materna“, e – non contento – ha poi aggiunto: “La rottura della diga costituita dalla legge 40 aprirebbe la porta a inquietanti scenari, tornando a un vero e proprio Far West della provetta dove, fin dal primo momento, il concetto costituzionale di famiglia andrebbe irrimediabilmente perduto”.

Un linguaggio pervaso dall’imperante oscurantismo di chi si dimostra incurante d’una realtà sempre più distante dalla sua personalissima narrazione o ascetica visione. Il solito discorso ostile che diventa invettiva, lontana da scienza e coscienza, di un uomo sempre pronto a flagellarsi e, nel contempo, mortificare il corpo delle donne (sempre assenti o escluse da questioni che riguardano i loro corpi e la loro dignità) sull’altare sacrificale d’un credo assoluto e cieco.

L’altro sermoneta, Ministro Maurizio Sacconi, mette al rogo tutto quel che si discosta dalla famiglia “fondata sul matrimonio e orientata alla procreazione”. Poco importa se la casistica, moderna ed attuale, vede la crescente presenza di famiglie mono-genitoriali, famiglie con figli adottivi, famiglie che hanno procreato al di fuori del matrimonio (perché, caro Ministro, anche sposarsi costa quanto fare dei figli), famiglie allargate e via discorrendo.

E poco importa se non si fanno figli, anche per non dar loro la disgrazia e la miseria d’essere poi governati da eminentissimi esponenti oltranzisti del secolo scorso.

Intanto il Presidente del Consiglio e il suo fedelissimo proconsole romano Umberto Bossi (leader maximo dell’ovvio dei popoli che vitupera lo Stato di cui, sino a prova del contrario, fa parte, seppur da comprimario) fanno visita alla “Provincia veneta”, per dispensare promesse e rassicurare le popolazioni (come in Abruzzo?) martoriate da un disastro che, ovviamente e (quasi) naturalmente, non troverà alcun responsabile per lo stato di incuria e per il trascurato riassetto territoriale e idro-geologico di un’Italia che frana, si allaga, crolla, sprofonda e va a pezzi.

E, in questa assoluta desolazione, c’è ancora chi temporeggia e stenta a credere e capire che, ormai, tutto questo culturame e queste macerie, rappresentano l’unica (in)degna sepoltura per tutti coloro che hanno contribuito a generarle, con le loro favolistiche parole, opere ed omissioni.





L’agone poetico del misogino.

14 10 2010

La chiusa dell’editoriale dell’infeltrito su Concita De Gregorio: “A proposito, siccome si dice che la mamma dei cretini è sempre incinta, aggiungeremmo che sarebbe ora che prendesse la pillola (e in certi casi estremi è ammesso persino l’aborto)”, ci spinge a ragionare, non tanto sulla frequente arte dell’insulto (davanti alla quale non ci scandalizziamo), quanto sulla scarsa considerazione, tornata dominante, nei confronti delle donne.

L’impronta è, frequentemente, d’ordine maschilista, contornata da tratti di ostentato “machismo” e caratterizzata da un linguaggio declinato in senso “muscolare”.

In poche parole e in generale, quando origina da matrice maschile, si potrebbero, per brevità e sintesi, definire: “ragionamenti a cazzo”.

C’è da dire che non sempre, però, l’origine e il tratto sono di segno maschile. Recentemente Angela Napoli di Futuro e Libertà ha così qualificato il “carrierismo” interno al PDL: “Candidate dopo essersi prostituite”.

La memoria ritorna alla poetica dedicata dall’infeltrito a Veronica Lario sulle colonne di “Libero”: “Lei stessa proviene dal mondo dello spettacolo, memorabili sono le sue esibizioni a torace nudo sul palcoscenico del teatro Manzoni” ed anche: “Nei panni della signora avrei agito diversamente, anche solo per evitare il rischio di un ricovero coatto in struttura psichiatrica”; al Filippo Facci che così argomentava: “Mara Rosaria Carfagna dovrebbe dimettersi perché tutto sommato è un danno per il governo cui appartiene … punto di non ritorno per un elettorato cui puoi propinare quasi tutto ma non tutto. Ha cominciato a fare politica nel 2006 e a metà del 2008 è diventata ministro: è troppo, punto”; al Massimo Donadi, capogruppo dell’Italia dei Valori che, a tal proposito, si chiedeva: “Se Bill Clinton avesse fatto Monica Lewinsky ministro la vicenda sarebbe diventata di rilevanza politica oppure no?“.

Il pensiero e il ragionamento misogini, che si tramandano, da secoli inalterati, in molti ambiti (Chiesa, Politica, Società), sembrano ancorati attorno alla questione inerente l’esistenza o meno dell’anima delle donne e nell’altrettanto immortale visione di corpi utili (al dilettevole), sprovvisti di sostanza e dignità.

Il ricordo, in stile bipartisan, così si sposta sulla raffigurazione di Giorgia Meloni come “Ministronza” per poi tornare sull’infeltrito che, in una disperata autodifesa, vaneggia: “La Marcegaglia parla ogni due minuti alla televisione e ci ha fatto venire il latte alle ginocchia. Anzi, se permettete, ci ha anche rotto i coglioni. Quando ero direttore non me ne fregava niente di intervistarla, e penso di interpretare il pensiero di Sallusti e cioè che anche a lui non interessa una sua intervista” e Sallusti(o) di rimando: “La Marcegaglia è un’isterica non do­vrebbe essere a capo di Confin­dustria”.

E come non citare le amenità del più noto tombeur de femmes (nella linguistica misogina: donnaiolo) degli ultimi 150 anni?

Lei è più bella che intelligente. Non mi interessa nulla di ciò che eccepisce” (rif).

Sapete perché Bresso è sempre di cattivo umore? Perché al mattino quando si alza e si guarda allo specchio per truccarsi, si vede. E così si è già rovinata la giornata” (rif)

Ora la parola alle donne: soprattutto per decidere sui loro corpi e sulle loro intelligenze.