Il feticcio dell’onestà

21 03 2013

Via dell'OnestàEsiste un aspetto particolarmente insidioso, pernicioso ed intellettualmente disonesto in chi immagina e raffigura tutti coloro che non appartengono alla sua congrega come irrimediabilmente complici d’un sistema definitivamente corrotto, che cerca copertura e si nasconde dietro alcune anime belle.
Il culto dell’onestà e della buona politica, anzichè rappresentare una giusta causa da promuovere e condividere, si è trasformato in una sorta di feticcio usato come oggetto contundente da brandire contro gli avversari (sempre e inevitabilmente individuati come nemici da abbattere).
Ora è del tutto improbabile che esista un movimento degli onesti, guarda caso tutti insediati al suo interno, originato dalla concentrazione di un voto di varia ed eterogenea provenienza, che si contrappone ai partiti, per loro natura ricettacolo di disonesti.
La disonestà di un omuncolo in veste politica consiste in questo. Ed è speculare a quella di chi, anzichè perseguire penalmente o amministrativamente gli interpreti di episodi di malversazione e ladrocinio, ha sempre preferito adottare provvedimenti basati sull’assunto che la disonestà è diventata così sistemica e tanto invasiva da albergare dappertutto. Soprattutto in quell’altrove rispetto al proprio covo degli onesti per antonomasia.
Passa così inosservata, e sotto pressochè unanime silenzio, questa strisciante disonestà e l’assoluta malafede di chi, pur di affermare la propria presunta purezza, addita tutti gli altri come persone indegne.
Non esiste più alcun margine di trattativa, nessun confronto praticabile, con chi, nel suo immutabile desiderio distruttivo, annovera e cataloga qualsiasi interlocutore come membro o rappresentante della conservazione e del vecchio.
Non c’è più nessun genere di riconoscimento e di rispetto per l’altrui dignità. Non uno sguardo rivolto all’interesse collettivo, capace di spingersi oltre il proprio steccato e al di là del’insano settarismo, nutrito e alimentato dalla vana speranza di poter poi fiorire sulle macerie.
Così la ®ivoluzione di questo neo avvelenato – lo stesso che, guarda caso, aveva tentato invano di arrembare la leadership del Partito ora inviso ed odiato – tutta incentrata sul tentativo di screditare quotidianamente la parte che, a ragione, l’aveva trattato da ossesso reietto, risulta giorno dopo giorno sempre più utile e funzionale alla conservazione ed apripista d’una cupa restaurazione.
L’uomo medio dei nuovi media porta in sè numerose somiglianze con l’uomo medio dei media: anch’egli singolo divenuto simbolo, promotore d’una idiozia collettiva ben più dannosa di quella individuale, si presenta come unico detentore e promotore del cambiamento.
Assurto agli onori della politica, più per demerito altrui che per proprio merito, è il nemico numero uno di qualsiasi ipotesi di cambiamento, incapace di proporre e immaginare un nuovo orizzonte verso cui spingersi per uscire dalle sabbie mobili al cui interno lentamente sprofondiamo.
L’uomo medio dei nuovi media insegue il miraggio di maggiori consensi, arroccato nel suo fortino e attorniato da una massa di cortigiani, ebeti per loro natura o resi tali dall’affabulatore cultore dei monologhi, altrettanto convinti di poter sopravvivere grazie al reiterato rifiuto del confronto e del dialogo.
Sarà questa la loro fatale e ineluttabile rovina. Passeranno anche questi cialtroni, momentaneamente beneficiati dalla crisi politica, sociale ed economica che ha fatto sì che, nel diffuso disorientamento, dominasse la foga contestataria, il desiderio distruttivo e si perdesse di vista il primo bisogno e l’urgenza di soluzioni adeguate per superare questo drammatico frangente.
L’onestà che vogliamo, auspichiamo e di cui abbiamo necessità ed urgenza è quella di chi riesce a specchiarsi in quella degli altri e si dimostra capace di trovare appoggio e sponda per promuovere il cambiamento tanto atteso.
Non è quella di chi, fermo restando l’obbligo di ridimensionare i costi della politica, alimenta l’inganno secondo cui la soluzione di tutti i nostri mali e di tutti i nostri problemi passa attraverso questa sacrosanta iniziativa che, per quanto esemplare, rappresenta una goccia nell’oceano del debito e della drammatica crisi socio-economica che ci stringe in una morsa quotidiana.
Non è l’onestà di chi invoca il restringimento della rappresentanza parlamentare, senza curarsi dell’ulteriore rischio d’estromissione di intere categorie sociali, già non più rappresentate, tutelate e garantite da tempo.
Non è l’onestà d’un rancoroso oppositore a tutti i costi, incapace di concepire qualsiasi forma di dialogo, erede d’un immortale fascino autoritario che troverà in lui il solito, utile idiota (vero o presunto) e favorirà, con la sua complicità diretta, l’avvento del peggio.

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Movimento ©inque $telle™

16 03 2013

image Il Movimento ©inque $telle™ è un copyright, un marchio, un prodotto d’impronta personale, reso, sin qui, apparentemente corale.
Lo spot per il lancio sul mercato politico è stato efficace.
Sulla bontà del prodotto e sul suo contenuto, al di là del fascino del packaging design, si possono nutrire dubbi e riserve, in attesa di verifica?
A me ricorda, per dirla alla Gaber, tanto caro a Grillo (a frammenti!) “il salariato del piacere che propina storie colorate e grasse, un bel film con dentro tutti gli ingredienti che piacciono alle masse, che stanno lì inchiodate e si divoran tutto senza protestare, gli si potrebbe dare in premio un bel barattolo di merda per duemila lire e senza esitare un momento sarebbero pronti a scannarsi per quel divertimento! Son proprio deficienti gli uomini, ormai son proprio devastati, non riesci più a strapparli alla loro idiozia, ci sono incollati”.
Insomma, sin qui, una bella festa o sagra strapaesana.
La prima occasione di democrazia perduta – seppur vanno raccolti gli incoraggianti segnali di chi si è sottratto all’appiattimento del pensiero unico reso collettivo – è stata l’elezione dei Presidenti dei due rami del Parlamento, vissuta come l’ennesima lotta contro chissà quale maleficio, anzichè cogliere gli incoraggianti motivi che spingevano alla condivisione d’una scelta tutta costruita attorno a due altissime personalità, indipendenti e con una marcata discontinuità rispetto al passato.
E invece no. I ©inque $telle™, almeno nella loro rappresentazione dei pupazzetti del ventriloquo, hanno continuato nella loro stucchevole – e fuori luogo – dichiarazione di purezza, laddove non ricorreva alcun motivo di dissenso.
Lo slogan “nè con la destra, nè con la sinistra, ma in alto”, si è manifestata come politica di bassissimo profilo, un tantino più coricata sulla destra, incapace di decidere e volare alto nell’interesse delle Istituzioni.
Ciononostante oggi è una splendida giornata, all’insegna del cambiamento, della svolta possibile e praticabile.
Tutto il resto non conta.
Non contano le partigianerie e le piccinerie di chi, alla lunga, sarà chiamato a pagherà dazio per l’inconcludenza dell’opporsi a tutto e tutti, perdendo il lume della ragione e della ragionevolezza, non riuscendo mai a trovare interlocutori credibili, degni d’attenzione e considerazione.
E non ha ragionevoli spiegazioni, anzi fa inorridire (politicamente), la colleganza tra ©inque $telle™ e Popolo delle Libertà, che non hanno saputo cogliere le ragioni d’un consenso a chi ha sempre dimostrato e mantenuto alto senso dello Stato.
Non ha possibile giustificazione avere interpretato, ancora una volta, l’elezione di due cariche istituzionali, chiamate a rappresentare tutti, come se si trattasse d’una scelta di parte e tra parti contrapposte.
Vuoi vedere che la buona politica sarà in grado di sgonfiare l’antipolitica di chi, privo di qualsiasi proposta e progetto serio e concreto, si è fatto istituzione per incarnare tutti i vecchi vizi del nemico immaginario?





La rete degli irretiti?

9 03 2013

coppia-altoparlanti-3-vie-16-165-cm-caos-unlimited-premium-800.jpg-1256788404C’è un attor comico che continua a vaneggiare su un’entità da lui considerata omogenea, possibilmente conforme al suo modo di pensare/vedere tutto il circostante, virtuale e reale (ma esiste una vera differenza?), denominata “la rete”.
Questo novello re buffone, in campagna elettorale, ha proclamato a gran voce la necessità di un’assiduo e imprescindibile referendum, non puramente consultivo, ma con potere decisionale, per ridurre il gap tra rappresentati e rappresentanti.
All’indomani del responso elettorale abbiamo, invece, sinora visto un’idea di democrazia diretta particolarmente timorosa davanti all’eventualità di appellarsi alla volontà popolare, sia dell’ancora non chiara base (di un’organizzazione pur sempre piramidale), sia del corpo elettorale che ha dimostrato consenso e fiducia.
In poche parole: la democrazia è diretta, da Grillo e da un ristretto conclave di A$$ociati. Ovvero è democrazia in diretta via streaming, a circuito chiuso e impermeabile.
Il nuovo fenomeno padronale, col suo brand in chiave politica, si è così trasfigurato da populista (nel senso migliore del termine, tanto caro a Dario Fo) a demagogo, capace di attrarre quella nebulosa ora illusa d’essere parte d’una rivoluzione epocale, dopo aver ossequiato le sacre sponde di diversa provenienza.
Come mai il Grillo (s)parlante di democrazia diretta, proprio in questa delicatissima fase, in occasione d’una scelta fondamentale sul futuro del suo movimento divenuto rappresentanza istituzionale, non ha il coraggio di assoggettarsi alla volontà di chi lo ha scelto, in attesa di soluzioni partecipate e condivise?
Perchè lasciarsi sfuggire l’opportunità di dimostrare che i proclami e le teorie pre-elettorali corrispondono in pieno alla prassi adottata in questa fase post-elettorale? (Laddove il post non è quello quasi quotidiano che campeggia, a mo’ d’editto, sulla sede home-page del movimento).
Perchè correre il rischio di “shiftare” dal movimento al mo’ vi mento?
Non ho possibili risposte da dare al posto di chi è chiamato a spiegare questo scostamento e quest’evidente contraddizione tra teoria e prassi della tanto invocata democrazia diretta.
So soltanto che le aspettative di alcuni amici, che hanno votato M5S, provenienti dal fronte d’una sinistra che non riconosce più alcun diritto di rappresentanza a chi è oramai valutato come troppo compromesso e compromissorio, nutrono – nel profondo d’un cuore collocato ancora nell’area d’origine – una certa delusione.
Quest’invito alla riflessione collettiva, non deve, non può e non vuole costituire nessuna forzatura o indebita ingerenza su scelte e decisioni che spettano e competono, in via esclusiva, al Movimento 5 stelle.
Si tratta d’un semplice, banalissimo richiamo alla coerenza, semprechè si abbia intenzione di dimostrarla.
C’è un tempo per la giusta e ragionevole contestazione e ce n’è un altro nel quale occorre individuare possibili interlocutori.
C’è un tempo in cui si è chiamati a giocare a carte scoperte, lontani da una gestione pseudo massonica d’un movimento chiamato ad interpretare e tradurre, nel miglior modo possibile, questo rilevante flusso di consenso, aspettative e fiducia,
Altrimenti potrebbe esserci un futuribile rischio di un epilogo, che trasformerà lo tsunami in una marea nera, malgrado tutte le buone intenzioni. E tutto questo potrà essere annoverato come opera di un ottimo avanguardista, precursore di – neanche tanto – inaspettate derive, riposte in mani, ritenute più capaci, di menti più subdole, ora in trepidante attesa d’un auspicato e definitivo fallimento.
Non c’è terza via: il caos può essere generativo del nuovo o degenerativo del vecchio.
Ovviamente il coraggio di chi si dimostrerà disposto a condividere qualsiasi decisione attraverso la consultazione allargata, meriterà tutto il nostro rispetto, anche se l’esito potrà non trovare possibile condivisione.
Non ci si può sottrarre alle proprie responsabilità. Davanti al proprio elettorato e all’intero paese.
Fateci capire cosa volete fare, cosa avete da dire e da proporre ora che siete diventati grandetti ma, evidentemente, non ancora adulti.





La sindrome di Scilipoti

5 03 2013

ParlamentoUn po’ di tempo fa avevo scritto qualche considerazione sulle ceneri della democrazia rappresentativa.
La temibilissima sindrome di Scilipoti, che ha preventivamente colpito Grillo, ha reso d’attualità la necessità di riforma dell’art. 67 ed il non eletto extra-parlamentare, dopo il non statuto, la non associazione, il non governo, la non democrazia, oggi teorizza la più conveniente non Costituzione.
Tempo fa sosteneva, con ferma convinzione, l’esatto contrario.
Poco male, si può cambiare idea. Anzi, in questo caso, l’uomo medio dei nuovi media fa simpatia, in nome dell’elogio dell’incoerenza.
Però un conto è contemplare una norma che impedisca il cambio di casacca, altro è irreggimentare un’intera rappresentanza parlamentare.
Comprensibile la confusione di chi oscilla continuamente tra il desiderio di democrazia diretta e l’atteggiamento direttoriale nei confronti dei suoi (non nostri!) impiegati.
Sin qui, il continuo appellarsi ad un astratto modello basato sull’assidua compartecipazione e condivisione su qualsiasi scelta, risulta altalenante tra l’idea di rete e l’irretire.
L’ossessione di Ca$al€ggio e il suo A$$ociato, sempre più preoccupati della salvaguardia del loro direttorio, si è manifestata anche in occasione delle prime riunioni, in streaming (e sti cazzi!) ma a circuito chiuso, dei futuri gruppi parlamentari.
Qualsiasi ipotesi difforme dal monolitismo grillista proviene, sempre e comunque, da qualche infiltrato che tenta di sovvertire il verbo unico.
È noto che i grillisti – figli di analoghi ismi che hanno già attraversato la nostra e altrui storia – hanno sottoscritto uno strettissimo vincolo di mandato col re buffone, che ama esprimersi con l’arma del ruggito e del rogito.
È ridicolo e preoccupante che, ora, si manifesti tanta paura delle regole ancora vigenti, in base al dettato costituzionale.
Ma così vanno le cose…
So sprach Grillo und Casaleggio, eine Bewegung für Alle und Keinen.
(Si ringrazia google traduttore)