L’esercito di Silvio, la guerra di Beppe e la pax di Matteo

4 09 2013

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La crisi avanza lenta, sul governo Letta, a colpi di ricatto e quotidiani penultimatum.
La destra eversiva, rispetto alle leggi uguali per gli altri e alla Costituzione, non può rinunciare alla strenua difesa del suo ideatore, del suo benevolo sdoganatore, del suo unico e sacro padre inviolabile: dopo di lui il diluvio!
Questa infaticabile ostinazione, nel voler tenere all’auge della gloria il titano tra i nani, è comprensibile, per sua origine e natura: tutti devono tutto al Silvio nazionale!
Eppure… immaginate quanti e quali ulteriori danni e quanta fascinazione potrebbe, invece, produrre e scatenare un Berlusconi eretto a vittima sacrificale, reso battitore libero, nonostante la temporanea estromissione dal Senato. Chi o cosa potrebbe impedire al leader della destra eversiva di rimanere tale? Niente e nessuno.
Un altro antisistema potrebbe giocare, in assoluta libertà, la sua ultima, definitiva battaglia.
L’esercito di Silvio dovrebbe prendere in seria considerazione una siffatta eventualità.
Immaginate, poi, l’immutata potenza di fuoco dell’impatto mediatico: casta giornalistica, stampata e non, sempre pro(n)ta a compiacere il potente di turno, garantirebbe la necessaria amplificazione all’atto di lesa maestà, perpetrato dai soliti коммунисты (kommunisty), passando per la via della setta grillina.
Questo clima da guerra civile simulata abbraccia e appartiene, a pieno titolo, all’altro uomo medio dei nuovi media che, sulle macerie di quest’Italia sull’orlo del baratro, vuole ricostruire la sua democrazia digitale (ovviamente le impronte sono solo le sue).
Quest’invasato del web, capace di concepire solo gli “i like it!”, ha dichiarato guerra a tutti, perfino ai disertori aperturisti che, forse disposti a sparigliare l’accoppiata delle larghe intese, vorrebbero offrire un’alternativa alla disfatta finale d’un’Italia ormai esausta davanti all’eterno referendum pro o contro Berlusconi.
Ma l’oltranzismo del Grillo in guerra e del suo team – si tratti di Casaleggio o di Messer Messora – non consentono aperture. À la guerre comme à la guerre non ci sono alternative.
È questo il limite cui siamo giunti a causa del proliferare dei partiti o dei sedicenti movimenti (statici) d’impronta personale: l’ortodossia col capo non contempla alcuna libertà di pensiero e d’azione. Si avanza, compatti, a testuggine!
Poco o nulla importa se, tentare di scompaginare l’attuale sistema ingessato, implicherebbe l’individuazione di possibili alleanze. Il sacro fuoco della rivoluzione non si alimenta con la trattativa, il confronto, il dibattito: le menti pensanti si accomodino fuori! Restino le (pesanti) teste di legno!
Anzi, c’è di più: per tacitare tutto questo fastidioso democratico fermento, preparatevi ad un nuovo V-day! Il palco è mio e lo gestisco io!
In questa guerra del tutti contro tutti, vissuta da ciascuno nella speranza di poter così trarre vantaggio (elettorale), scoppia – neanche tanto improvvisa – la pax nel Partito Democritico, pardon Democratico.
Tutti, quasi unanimemente, uniti attorno al Sindaco FiRenzi che, da rottamatore, ha aperto il mercato del riciclo.
Ostile alle correnti, viene da queste sostenuto con forza ed entusiasmo.
L’uomo del dolce stil novo politico, affascina, affabula, galvanizza il pubblico plaudente delle feste dem.
È giunta l’ora del nuovo che avanza nell’Italia che retrocede!
Chi tra i contendenti riceverà maggior audience?

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Il feticcio dell’onestà

21 03 2013

Via dell'OnestàEsiste un aspetto particolarmente insidioso, pernicioso ed intellettualmente disonesto in chi immagina e raffigura tutti coloro che non appartengono alla sua congrega come irrimediabilmente complici d’un sistema definitivamente corrotto, che cerca copertura e si nasconde dietro alcune anime belle.
Il culto dell’onestà e della buona politica, anzichè rappresentare una giusta causa da promuovere e condividere, si è trasformato in una sorta di feticcio usato come oggetto contundente da brandire contro gli avversari (sempre e inevitabilmente individuati come nemici da abbattere).
Ora è del tutto improbabile che esista un movimento degli onesti, guarda caso tutti insediati al suo interno, originato dalla concentrazione di un voto di varia ed eterogenea provenienza, che si contrappone ai partiti, per loro natura ricettacolo di disonesti.
La disonestà di un omuncolo in veste politica consiste in questo. Ed è speculare a quella di chi, anzichè perseguire penalmente o amministrativamente gli interpreti di episodi di malversazione e ladrocinio, ha sempre preferito adottare provvedimenti basati sull’assunto che la disonestà è diventata così sistemica e tanto invasiva da albergare dappertutto. Soprattutto in quell’altrove rispetto al proprio covo degli onesti per antonomasia.
Passa così inosservata, e sotto pressochè unanime silenzio, questa strisciante disonestà e l’assoluta malafede di chi, pur di affermare la propria presunta purezza, addita tutti gli altri come persone indegne.
Non esiste più alcun margine di trattativa, nessun confronto praticabile, con chi, nel suo immutabile desiderio distruttivo, annovera e cataloga qualsiasi interlocutore come membro o rappresentante della conservazione e del vecchio.
Non c’è più nessun genere di riconoscimento e di rispetto per l’altrui dignità. Non uno sguardo rivolto all’interesse collettivo, capace di spingersi oltre il proprio steccato e al di là del’insano settarismo, nutrito e alimentato dalla vana speranza di poter poi fiorire sulle macerie.
Così la ®ivoluzione di questo neo avvelenato – lo stesso che, guarda caso, aveva tentato invano di arrembare la leadership del Partito ora inviso ed odiato – tutta incentrata sul tentativo di screditare quotidianamente la parte che, a ragione, l’aveva trattato da ossesso reietto, risulta giorno dopo giorno sempre più utile e funzionale alla conservazione ed apripista d’una cupa restaurazione.
L’uomo medio dei nuovi media porta in sè numerose somiglianze con l’uomo medio dei media: anch’egli singolo divenuto simbolo, promotore d’una idiozia collettiva ben più dannosa di quella individuale, si presenta come unico detentore e promotore del cambiamento.
Assurto agli onori della politica, più per demerito altrui che per proprio merito, è il nemico numero uno di qualsiasi ipotesi di cambiamento, incapace di proporre e immaginare un nuovo orizzonte verso cui spingersi per uscire dalle sabbie mobili al cui interno lentamente sprofondiamo.
L’uomo medio dei nuovi media insegue il miraggio di maggiori consensi, arroccato nel suo fortino e attorniato da una massa di cortigiani, ebeti per loro natura o resi tali dall’affabulatore cultore dei monologhi, altrettanto convinti di poter sopravvivere grazie al reiterato rifiuto del confronto e del dialogo.
Sarà questa la loro fatale e ineluttabile rovina. Passeranno anche questi cialtroni, momentaneamente beneficiati dalla crisi politica, sociale ed economica che ha fatto sì che, nel diffuso disorientamento, dominasse la foga contestataria, il desiderio distruttivo e si perdesse di vista il primo bisogno e l’urgenza di soluzioni adeguate per superare questo drammatico frangente.
L’onestà che vogliamo, auspichiamo e di cui abbiamo necessità ed urgenza è quella di chi riesce a specchiarsi in quella degli altri e si dimostra capace di trovare appoggio e sponda per promuovere il cambiamento tanto atteso.
Non è quella di chi, fermo restando l’obbligo di ridimensionare i costi della politica, alimenta l’inganno secondo cui la soluzione di tutti i nostri mali e di tutti i nostri problemi passa attraverso questa sacrosanta iniziativa che, per quanto esemplare, rappresenta una goccia nell’oceano del debito e della drammatica crisi socio-economica che ci stringe in una morsa quotidiana.
Non è l’onestà di chi invoca il restringimento della rappresentanza parlamentare, senza curarsi dell’ulteriore rischio d’estromissione di intere categorie sociali, già non più rappresentate, tutelate e garantite da tempo.
Non è l’onestà d’un rancoroso oppositore a tutti i costi, incapace di concepire qualsiasi forma di dialogo, erede d’un immortale fascino autoritario che troverà in lui il solito, utile idiota (vero o presunto) e favorirà, con la sua complicità diretta, l’avvento del peggio.





La sindrome di Scilipoti

5 03 2013

ParlamentoUn po’ di tempo fa avevo scritto qualche considerazione sulle ceneri della democrazia rappresentativa.
La temibilissima sindrome di Scilipoti, che ha preventivamente colpito Grillo, ha reso d’attualità la necessità di riforma dell’art. 67 ed il non eletto extra-parlamentare, dopo il non statuto, la non associazione, il non governo, la non democrazia, oggi teorizza la più conveniente non Costituzione.
Tempo fa sosteneva, con ferma convinzione, l’esatto contrario.
Poco male, si può cambiare idea. Anzi, in questo caso, l’uomo medio dei nuovi media fa simpatia, in nome dell’elogio dell’incoerenza.
Però un conto è contemplare una norma che impedisca il cambio di casacca, altro è irreggimentare un’intera rappresentanza parlamentare.
Comprensibile la confusione di chi oscilla continuamente tra il desiderio di democrazia diretta e l’atteggiamento direttoriale nei confronti dei suoi (non nostri!) impiegati.
Sin qui, il continuo appellarsi ad un astratto modello basato sull’assidua compartecipazione e condivisione su qualsiasi scelta, risulta altalenante tra l’idea di rete e l’irretire.
L’ossessione di Ca$al€ggio e il suo A$$ociato, sempre più preoccupati della salvaguardia del loro direttorio, si è manifestata anche in occasione delle prime riunioni, in streaming (e sti cazzi!) ma a circuito chiuso, dei futuri gruppi parlamentari.
Qualsiasi ipotesi difforme dal monolitismo grillista proviene, sempre e comunque, da qualche infiltrato che tenta di sovvertire il verbo unico.
È noto che i grillisti – figli di analoghi ismi che hanno già attraversato la nostra e altrui storia – hanno sottoscritto uno strettissimo vincolo di mandato col re buffone, che ama esprimersi con l’arma del ruggito e del rogito.
È ridicolo e preoccupante che, ora, si manifesti tanta paura delle regole ancora vigenti, in base al dettato costituzionale.
Ma così vanno le cose…
So sprach Grillo und Casaleggio, eine Bewegung für Alle und Keinen.
(Si ringrazia google traduttore)





Superare la non democrazia

2 03 2013

Shhh please be quiet democracy is sleeping.jpg216849804Ho già detto e scritto altre volte che non vivo grazie alla politica.
Nutro temporanee passioni che mi spingono a ragionare sulle opportunità politiche, nell’interesse del paese in cui vivo, ancora e sempre prima di quello personale.
L’esito delle ultime elezioni mi vede far parte del corpo elettorale di quella coalizione di centrosinistra che, pur avendo ottenuto alla Camera un premio di maggioranza, di stretta misura, non ha superato al Senato lo scoglio dell’infame legge elettorale, tuttora vigente per colpevole inettitudine dell’intera classe politica, di destra, di centro e di sinistra.
Questa vittoria dimezzata non ha suscitato in me particolari sorprese, perchė attesa, benchė sostenitore dell’offerta politica che ritenevo meno distante dal mio modestissimo punto di vista, meno dannosa per l’Italia, e sperassi nella sua affermazione, al fine di garantire un possibile nuovo governo, all’insegna dell’alternanza e dell’alternativa democratica.
Basta andare a visionare i miei tweet postati prima della proclamazione finale.
Temevo che, oltre gli indubitabili limiti della leadership del centrosinistra, la cosiddetta accozzaglia rivoluzionaria potesse rappresentare l’anticamera di una futura restaurazione e dallo spoglio dei dati reali scaturisse un pareggio, a danno della coalizione data per vincente dai soliti soloni, organici all’uno o all’altro schieramento e si determinasse l’attuale stallo politico e istituzionale.
Nessuno dei membri della casta giornalistica, costituita da coloro che si dilettano nella reciproca celebrazione e ossequio, che amano pavoneggiarsi avvolti nei loro sproloqui, che si riuniscono amorevolmente nei loro salotti mediatici, ospiti o padroni di casa gli uni degli altri, ha avuto il minimo sentore di quel che sarebbe capitato.
Non un sondaggista, a stabile busta paga dei grandi gruppi editoriali e dei networks dell’informazione (in)dipendente, sempre pronti a sfornare dati su commissione, magari partoriti nottetempo o basati su campioni tanto consolidati da risultare scarsamente rappresentativi della realtà in continuo mutamento, ha avuto la lungimiranza di fornire un-dato-uno che avesse un minimo di attendibilità e aderenza con quel che poi si è concretizzato.
La mia analisi, in ordine sparso e forse un po’ confuso, cecherà di evidenziare quanto emerso dallo spoglio elettorale, senza particolari pretese e senza la presunzione di chi è sempre pronto ad emanare verdetti definitivi. Il futuro resta in continuo divenire.
La quasi scomparsa del centrismo e del moderatismo d’impronta montiana è frutto della radicalizzazione di uno scontro che ha caratterizzato anche questa campagna elettorale. È, altresì, la chiara condanna e il rifiuto delle politiche di austerity, che hanno sin qui tradotto e interpretato il sogno europeista in maniera tale da renderlo un incubo quotidiano, per un’Italia rimasta ferma al palo, in termini di economia reale, lavoro, potere d’acquisto e che, di fatto, ha mantenuto inalterato il rapporto di forza economica tra il nostro paese e la locomotiva di un’Europa a due velocità.
Sin dalle origini s’è parlato della nostra debolezza che, in sede di adesione e costituzione dell’Unione monetaria, ha fatto sì che l’Italia entrasse in quel consesso con estremo sforzo (forse non potendoselo permettere) e a costi sociali, politici ed economici troppo alti e gravosi.
Il mancato sviluppo economico e produttivo ha così favorito, nel corso degli anni successivi, l’ulteriore aggravarsi della situazione: la realtà ci vede, ancora oggi, inseriti in Europa con un ruolo di estrema debolezza e sudditanza ed è come se la moneta unica a noi “costasse” più di quanto possiamo permetterci, accompagnata dalle enormi difficoltà derivanti dagli obblighi assunti per poter mantenere fede agli impegni presi.
Nonostante i tassi di cambio fossero, in origine, stabiliti alla pari tra i diversi aderenti, il nostro paese ha poi pagato un costo sociale che, anche a causa dei mancati controlli e dell’enorme peso del nostro debito pubblico, ha scatenato un impazzimento generale dei prezzi ed una notevole perdita del potere d’acquisto.
È pertanto risultato evidente che, invocare ulteriori bagni di sangue e merda, dopo un decennio di grandi sacrifici, non poteva scatenare particolari consensi o adesioni, da parte di un corpo elettorale deluso e in insanabile contrasto con tutta quella nomenklatura, distante e aliena dalla realtà quotidiana di un popolo costretto a manifestarsi come suddito ragionevolmente incattivito.
Altro aspetto, sempre riferito al cosiddetto moderatismo, è che, in un sistema politico nettamente polarizzato, lo spazio per posizioni equilibriste si è definitivamente ristretto e quasi azzerato. Il che è un ottimo segnale per un paese ora libero di orizzontarsi verso il nuovo, fondato sull’evoluzione culturale e antropologica e non più costretto a mediare con l’eterno immobilismo cosiddetto centrista.
L’errore, in un’Italia senza memoria (nè breve, nè lunga), è stato quello di illudersi che un uomo chiamato a farsi figura istituzionale, assunta piena veste politica, potesse catalizzare attorno a sè chissà quali favori e riuscisse a fratturare quel versante di destra da cui proveniva o, più in generale, l’intero bipolarismo.
La non democrazia, su iniziativa del Presidente della Repubblica, in abiti semi-presidenziali e figlia di un parlamentarismo che, in avverse e già mutate condizioni socio-politiche ed economiche, ha ripiegato sul governo tecnico, ha contribuito a far sortire questo risultato. Mesi di decreti e voti di fiducia hanno sfiancato l’intero paese e penalizzato tutte le forze unite a sostegno di quell’esperienza, temporaneo ripiegamento, rispetto all’immediato ricorso alle urne, per paura, eccessiva cautela e, ancora una volta, assoluta ignavia. Anche qui si é dimostrato che al peggio, alla mancanza d’iniziativa e di coraggio, non c’è poi rimedio.
O, se vogliamo buttarla sul ridere e mutuare il linguaggio apocalittico del duo Casaleggio-Grillo, l’orrido complotto planetario del club Bilderberg e dei suoi accoliti, é stato sconfitto!
Dietro o davanti a questo miraggio di irresistibile vittoria, da parte dei sedicenti neo moderati e del centrosinistra, c’è stata l’ingenua, ennesima sottovalutazione di Berlusconi e della sua innegabile capacità a ricompattare attorno a sè la sua destra.
Il grande comunicatore, percepito il clima, ha puntato tutto sulla tenuta del suo fronte e sul prevedibile pareggio, seppure in presenza dell’emorragia di voti in libera uscita.
Il berlusconismo è qualcosa che va al di là della politica: è la destra che non può sopravvivere o esistere in assenza del suo ideatore, è il sodalizio tra Berlusconi e gran parte del suo elettorato che sconfina nell’adorazione e nell’innamoramento pressochè totali. È una dichiarazione di fede, di strettissima osservanza, che inquadra l’uomo, il suo carisma e le sue immaginifiche fascinazioni, prima di qualsiasi altro aspetto.
Tra i tanti paradossi di quest’esito elettorale ce ne sono di particolarmente interessanti, che testimoniano l’anomalia tutta italiana: da una parte un Berlusconi reso perdente di successo, sia da un Bersani, vincitore immaginario, sia da un astuto Grillo, profittatore dell’odierno caos e del ribellismo contrapposto ai vecchi schieramenti, ancor prima che favorevole ai suoi proclami populisti e più che ovvi.
L’uomo medio dei media ha potuto così trarne vantaggio e assicurarsi tenuta e centralità anche grazie all’uomo medio dei nuovi media.
Rientra nella realtà dei fatti che il tour elettorale di Grillo sia stato tutto giocato più contro il presunto vincitore che contro il sempre presunto perdente.
Si dice ora che il vero e unico vincitore, tra le macerie destinate ad accrescersi, sia questo (ex) teatrante che porta con sè un nuovo modello di non democrazia: una nutrita pattuglia di ex anonimi (in verità alcuni già noti per altre più modeste militanze) approda in Parlamento per amplificare la singola voce di un altro incandidabile perdipiù non eletto.
All’indomani di questo “facile” consenso, che certo merita rispetto e riconoscimento, non possiamo prescindere dalla sua natura, dalla sua origine e da quel che sarà in grado di rappresentare.
L’artista politico, nella sua indiscutibile poliedricità e nel suo folklore, è riuscito a concentrare attorno a sè tutto il malumore ed il risentimento, altrettanto multiforme, proveniente da più versanti.
Credo esista, in Grillo e in chi per lui, la piena consapevolezza della varietà umana e politica che il M5S è riuscito a conquistare.
Questo lo renderà altrettanto conscio del fatto che in tutte le prossime mosse maggiore è il rischio di perdere una parte dei favori raggiunti, piuttosto che guadagnarne. Semprechè nella restante parte della politica non domini l’immobilismo e il desiderio suicida.
Sarà interessante vederlo capeggiare un gruppo così eterogeneo, animato e unito da un identico sentimento contestatario ma, forse, portatore di istanze e desideri abbastanza diversi e distanti tra loro.
Grillo e Casaleggio sanno bene che le odierne sollecitazioni degli avvelenati e dei transfughi provenienti dal centrosinistra, che ora spingono al sostegno di un governo Bersani, se accolte, provocheranno una prevedibile perdita di consensi da parte degli avvelenati e delusi della destra in forza al suo elettorato.
È la democrazia, bellezza! E riuscire ad eterodirigere un’identità davvero postideologica non sarà per niente facile, al di là del terreno della protesta.
Una piccola parentesi meritano gli eletti di questo schieramento che, scelti in ambito condominiale, hanno timidamente cominciato a rendersi visibili: l’interrogativo più rilevante coinvolge la natura umana, i vizi e le virtù, che avremo modo di vedere e verificare in sede istituzionale.
Qualche primo, marginalissimo appunto, che mi ha subito colpito, riguarda il fatto che, in tutte le apparizioni sin qui viste e sentite, nessuno dei neo rivoluzionari ha disdegnato l’appellativo “onorevole”: non uno che si sia spinto a ricordare che il suo ruolo è quello di cittadino (come amavano predicare in campagna elettorale) chiamato alla rappresentanza di altri cittadini in sede istituzionale.
Non un commento alla notizia che, in quel contesto, sono risultati eletti una madre senatrice e un figlio deputato; episodio che la dice lunga, sebbene si tratti di un piccolo particolare, di un neo, sul totale mancato controllo circa l’opportunità politica di una concomitanza di candidature nel medesimo ambito familiare (il che non è proibito ma, certamente, non denota alterità per chi crede e spera di rappresentare il nuovo in via esclusiva).
Beppe Grillo, o chi per lui, conosce così bene quante e quali difficoltà di gestione potranno sorgere, tanto da mettere le mani avanti e addossare le responsabilità su  eventuali future defezioni (fors’anche memore di quanto già capitato) ad un presunto “mercato delle vacche” ad opera del Partito Democratico.
Il Partito Democratico si trova ora nelle condizioni di chi, piuttosto che inseguire questo moto ondoso, dovrà dare prova d’essere in grado di proporre un autentico cambiamento e rendersi promotore ed interprete delle necessarie riforme capaci di dare respiro all’economia reale, al lavoro, all’assetto istituzionale, al sogno europeo di diversa impronta, alla moralità nella politica e sanare la frattura con una società civile indignata e che non trova più alcuna degna rappresentanza.
È tempo di mantenere i nervi saldi, smetterla d’inseguire le quotidiane bordate e mettere sul tavolo le migliori idee e le energie davvero progressiste di cui si è capaci, superando i luoghi comuni e le parodie di un Bersani che continua a somigliare sempre di più al vecchio compagno interpretato da Ferrini in “Quelli della notte”.
Fuori tutto il coraggio, sin qui inespresso, per sfidare gli avversari politici e dimostrare d’essere adeguati a governare il rinnovamento.
Largo e meritato spazio, all’interno del partito, a chi, sconfitto con grande onore alle primarie, ha dimostrato tutta la sua immensa dignità e dato un forte segnale sull’inequivocabile necessità di voltare pagina.
Altro paradosso riguarda la Lega: nel momento di massima debolezza detiene il massimo potere in quella parte del paese che nutre il desiderio di farsi Stato nello Stato, se non addirittura Stato a sè stante, rispetto ad un’Italia che, se incapace di risollevarsi, è destinata ad implodere in un definitivo collasso.
È chiaro che il primo schieramento “tradizionale” che riuscirà a rimettersi in asse e riconquistarsi la meritata fiducia si riprenderà la quota protestataria in prestito a Grillo.
Va dato atto e merito a coloro che, in assoluta buona fede, hanno orientato il loro voto in quella direzione, d’avere sin qui evitato una deriva ed un irrimediabile tracollo.
Il nostro paese resta però ancora a rischio e il fascino esercitato da una presunta rivoluzione, se relegata e vocata all’opposizione contro tutti e tutto, è destinata a spegnersi inesorabilmente o favorire pericolosissime involuzioni.
Inutile fingere che la più grande incombenza spetti solo a chi ha il dovere di governare.
Le grandi responsabilità toccano e coinvolgono anche chi ha condotto egregiamente la sua campagna elettorale, spingendosi là dove gli altri non hanno avuto il coraggio e l’ardire di presentarsi, dimostrando ancora una volta la loro assoluta ignavia; chi, a differenza degli altri, ci ha messo la faccia, suscitando speranze anche in assenza di credibili soluzioni.
Se Atene piange, Sparta ha ben poco da ridere e di cui gloriarsi.
E certo non ci si può accontentare, nel medio e lungo periodo, dell’affermazione dell’ennesimo pluri-milionario, che ci invita tutti ad un futuro nel quale saremo “più poveri, ma più felici”.
È vero, la mole di consensi verso i 5 stelle, fa il suo bell’effetto. Personalmente, però, non mi faccio impressionare dal moto ondoso (lo tsunami) originato dalla rabbia, dalla delusione e dallo scarso rispetto che merita quest’orrenda classe politica.
La politica è ben altro: qualcosa di assai più degno di chi la incarna. E, superato il periodo “bellico” della campagna elettorale, ora c’è bisogno di risposte e soluzioni che siano all’altezza.
Nei prossimi mesi vedremo chi sarà capace di proporsi come vero e primo attore politico, meritevole di fiducia e consenso, che abbia tutto il senso dello Stato necessario a salvarci da una rovinosa discesa.
Intanto restiamo in attesa: senza troppo pessimismo, nè particolare ottimismo.
Aspettando che il centrosinistra faccia le sue mosse con la sua ipotesi di governo, che la destra continui ad osannare e servire le necessità e le urgenze del suo capopopolo col ricorso alla piazza, che la parte residua del leghismo suoni la grancassa della macro-regione nordica e che il nuovo uomo medio dei nuovi media scopra le sue carte, anche a rischio di procurare delusioni in una parte di chi ha aderito al moto rivoluzionario.
Siamo in piena rivoluzione.
Sarà un piacere viverne gli ulteriori, futuri sviluppi dopo questo mirabolante debutto.
Aspetto, con ansia, di conoscere tutto il campionario umano delle nuove rappresentanze parlamentari.





La vendetta di Gommaflex

11 12 2012

silvio-gommaflexIn un negozio di fiori tra la quinta e la sesta strada di New York… un misterioso cablogramma… forse…
Il padrone della destra eversiva (rispetto alla Costituzione) è tornato in gran pompa magna! (qualsiasi riferimento a particolari attitudini nella sfera sessuale è puramente casuale)
Il servitorume, dopo essersi esibito nell’inutile e vano tentativo di emancipazione, senza alcun convinto desiderio di ammutinamento, si è subito manifestato plaudente, pronto e prono a soddisfare i nuovi capricci del noto benefattore.
Consapevoli dell’inconsistenza politica – ma ancor prima economica – d’un corpo reso acefalo dalla temporanea assenza del suo ideatore/ispiratore, in molti si sono subito esibiti nella loro immortale arte (con tanto di manuale alla mano, più per vezzo che per necessità, avendo da tempo metabolizzato la lezione sull’obbligo alla leziosaggine ed alla piaggeria).
Poco importano le magre figure dei minuscoli figuri cui è stato consentito, pro tempore, di godere delle luci della ribalta, in attesa del nuovo avvento dell’intramontabile gerontocrate.
D’altra parte la medesima faccia di gomma del creativo della destra eversiva, plasmata a sua immagine e somiglianza, avvezza ad elogiare il trasformismo di chi oggi afferma qualcosa che non ha durata e validità per il giorno successivo (talvolta per i cinque minuti successivi), è connotato che accomuna gran parte dei beneficiati.
Dalle viragini del celodurismo in versione clitoridea, quelle che, con sprezzo del pericolo, urlano, sbraitano e si esibiscono in tutta la loro scompostezza, a dispetto del silicone o del botox che le ha rese maschere grottesche, apparentemente immutabili nella loro eterna smorfia (con tutto il rispetto per le donne, ad eccezione delle supine ubbidienti); ai decadenti colonnelli sempre pron(t)i ad evocare “il grande passato nel nostro futuro” (o il suo contrario) di monicelliana memoria; passando per gli ascari dei reparti indigeni nelle colonie padane; per giungere a tutti gli odierni risanatori, già micro ministri  presunti esperti in macro economia, che oggi si propongono di curare tutto il male che hanno favorito e prodotto, pur avendo quotidianamente negato il periglioso incalzare della crisi quando erano in tutt’altre faccende (giudiziarie) affacendati.
Tutti chiamati a serrare le fila, a dimostrare ossequio, a difendere – ancora! – col capo chinato i privatissimi interessi del capo, si tratti di questioni societarie o di pendenze giudiziarie.
E’ trascorso solo un anno: l’abile mossa è quella di chi confida nella labile memoria del popolo degli eterni innocenti che, spesso, tutto ingoia e dimentica.
L’insana ritrovata passione è nutrita dal solito desiderio di poter così consumare vendetta, nell’atteso e agognato giorno del redde rationem: in un incessante rigurgito di rabbia, populismo e, magari, autoritarismo.
Oggi, il maestro della farsa in veste politica, crede di poter interpretare, con la consumata faccia da impunito, il ruolo di oppositore ad un sistema, governato in prima persona, che, per sua innegabile e diretta responsabilità, ha chiamato ciascuno di noi a fronteggiare l’emergenza ancora non superata e tuttora attuale in quest’annus horribilis figlio legittimo dei governi di decade malefica (cfr. Finistére – C.S.I.).
Vedremo se l’Italia si dimostrerà ancora disposta a (s)qualificarsi come il paese di nuovo preda dell’uomo medio (dei media), della scorribanda di predoni che hanno fatto delle Istituzioni la loro dependance e dell’illusionismo di plastica.





L’uomo medio dei media e l’uomo medio dei nuovi media

9 12 2012

imagePrepariamoci al ritorno al passato o alla svolta definitiva.
La nuova discesa in campo dell’uomo medio dei media (per cacare allegramente sull’Italia) e le improvvisazioni, sedicenti democratiche, dell’uomo medio dei nuovi media, come ipotizzato, costituiscono il nuovo punto d’incontro di chi vuole ridurre la democrazia al trionfo della mediocrità, di un’Italia così destinata ad assumere un ruolo definitivamente marginale ed al di fuori del consesso democratico ed europeo.
Dopo i nominati, uno stuolo di ex anonimi, di rigida osservanza e tenuti sotto stretta tutela, si appresta a sbarcare nelle sedi parlamentari. Il porcellum diminuito ad merdam.
Questa campagna elettorale – la cui apertura ufficiale è ormai sancita dalle dimissioni irrevocabili di Monti – si giocherà tutta su tematiche rese equivoche dall’incontro di sponde apparentemente opposte.
Al peggiore Residente del Consiglio degli ultimi 150 anni, si accompagneranno ulteriori anomalie.
L’assurda convergenza si realizza oggi su questioni già emerse e perciò note:
– il desiderio di fuoriuscita dalla moneta unica;
– la contestazione della pressione fiscale (IMU, EQUITALIA);
– lo spirito antieuropeista;
– la leva esercitata sull’orgoglio ferito d’un nazionalismo, al limite dell’autarchia, contro l’orrido complotto, che fonde insieme i sempreverdi teorici del cospirazionismo o del complottismo (di diversa matrice e ispirazione: del morente berlusconismo e del nascente grillismo);
– l’arma della delegittimazione, a tratti affine al vilipendio, verso qualsiasi istituzione.
Questo è lo scenario che, se dovesse prevalere l’onda anomala che sta per travolgerci, ci attende.
Insomma… è la strada che ci farà sentire un po’ più vicini alla Grecia.
Sarà questo il merito di chi, consapevolmente o meno, consentirà il definitivo declino politico, morale e istituzionale di quest’Italia (democratica?) satura di anomalie.
Io contesto l’insano vizio della distruzione che nulla costruisce e nulla salva.
L’alternativa è che, prima del ricorso alle urne, il centrosinistra democratico, unito attorno alla figura di Bersani e indispensabilmente coadiuvato dall’ex outsider Renzi (Adesso! È rimasto fermamente convinto del bisogno di cambiamento e di rinnovamento, al di là dell’esito delle primarie?), trovi il possibile incontro e la sintesi con l’area delll’autentico popolarismo democratico (non lo chiamerei centrismo, nè moderatismo), che si è sempre e sin qui distinto dalla destra eversiva, facendo convergere attorno a sè tutti quegli altri ora pronti e disposti a compiere lo stesso “strappo” e la netta distinzione dal rinascente eco della voce del padrone.
La migliore risposta, per non cadere nell’ineluttabile declino e nel baratro, non può che essere quella di percorrere la via del ritorno alla politica.
La politica, in tutta la sua nobiltà, si faccia interprete della necessità di dar vita ad un governo, chiamato a tenere alti gli interessi dell’Italia e la sua (buona) sorte futura.
È tempo di dar corpo ad un governo per l’Italia, in chiave politica.
Se la politica vuole ancora mantenere una sua centralità e così riappropriarsi di quella dignità negata dai carnefici generatori del caos e dai seguaci del vuoto assoluto.
La vittoria della buona politica ed il trionfo della democrazia passano, ora, attraverso la definitiva sconfitta elettorale del berlusconismo e di qualsiasi fenomeno analogo, se non pressochè identico.





La vittoria della politica

3 12 2012

centrosinistraL’ovvietà è che, dal confronto di queste primarie, è uscito un vincitore il cui nome è Pier Luigi Bersani.
Da qui e ora comincia il lavoro da intraprendere per proiettare la stessa passione civile e politica, sin qui dimostrata da tutti i partecipanti, alle prossime elezioni.
La vittoria più grande riguarda l’ampia adesione che quest’occasione ha catalizzato su di sé.
Quest’importante patrimonio – tutto! – dovrà trovare adeguato ascolto e sponda da parte di chi è stato chiamato a guidare l’intero centrosinistra.
Pier Luigi Bersani dovrà farsi interprete di tutte le istanze, le aspirazioni, i desideri e le aspettative che si sono manifestate, al di là della temporanea collocazione di ciascuno su versanti diversi e contrapposti.
Ecco perché occorrerà tenere conto delle minoranze “sconfitte” e creare quell’opportunità di vittoria collettiva di cui il centrosinistra ha bisogno e non può fare a meno.
All’indomani del risultato scaturito dal ballottaggio, le divisioni – che hanno avuto una loro ragion d’essere – devono cedere il passo al giusto riconoscimento delle ragioni di chi ha vinto e (ac)cogliere tutta quella serie di nuove opportunità offerte da chi ha portato il suo importante contributo politico in queste primarie.
Il compito ed il ruolo d’un vero leader non è quello di governare da solo, ma è dato dalla capacità di presentarsi come rappresentante dell’intero schieramento, ora chiamato a superare le distinzioni, a cercare/trovare la comunanza d’idee e d’intenti e a fare squadra.
Ha prevalso una linea politica che non potrà dimostrarsi cieca e sorda rispetto alla necessità del cambiamento e del rinnovamento che, in maniera rilevante, sono emersi come irrinunciabili.
E’ un’occasione imperdibile per dare vita a quel centrosinistra a vocazione autenticamente maggioritaria e per far sì che prenda finalmente corpo, forma e sostanza, senza restare ancorato a quell’eterna aspirazione rimasta sinora e sempre irrealizzata, incompleta e incompiuta.
L’errore da non commettere è quello di far pesare le divisioni sempre e ineluttabilmente insupersabili.
Si apra – adesso! – l’era del confronto e del dialogo.
Pier Luigi Bersani dimostri d’essere il leader del nuovo centrosinistra maggioritario e plurale.
Bastano solo un paio di telefonate e poi un tavolo attorno al quale sedersi e discutere delle prospettive future.
Il patrimonio da raccogliere è ben più ampio di questa prima e parziale vittoria.
Il futuro si conquista e si vince uniti.