La paralisi politico-istituzionale

31 03 2013

imageDunque siamo andati ai seggi elettorali per assistere alla nomina dei saggi.
Ciascuno di noi ha espresso il suo voto per poi vedere garantita la permanenza (detta ‘prorogatio’ dai carnefici della democrazia e del parlamentarismo) d’un governo capeggiato da quel Mario Monti uscito minoritario e unico, vero sconfitto in questa tornata elettorale.
La non democrazia impazza e non si contano più i favori resi a chi ha il solo ed unico interesse al protrarsi della paralisi, al fine di garantirsi un consenso figlio del nulla e del vuoto elettorale.
Tutti pronti e proni ad osannare il Presidente, fattosi sovrano, che interpreta la Costituzione vigente con rara fantasia, come se nulla, nel frattempo, fosse capitato?
Tutti disposti ad accettare un governo, non sfiduciato dal Parlamento nella precedente legislatura, come se gli assetti politici e della rappresentanza fossero rimasti immutati?
Tutti taciti e disposti ad avallare l’imposizione d’un governo mantenuto in carica per ‘decreto’ presidenziale?
Tutti, sempre silenti, davanti all’ipotesi che sia costituzionalmente accettabile lo sconfinamento dalla gestione degli affari correnti?
Tutti chiamati a rinunciare al proprio ruolo d’elettorato attivo, alla sovranità popolare cui sempre ci si appella, negando poi il responso delle urne?
Non poteva esserci miglior vantaggio offerto ai neo presunti rivoluzionari, unanimemente (laddove l’unanimità è rappresentata dagli atti d’imperio di uno, massimo due personcine) concordi nel sostenere questa proroga e questi ‘saggi’, per poterli poi definire e catalogare come un volgare tavolo di bari a cui non si parteciperà, in nome d’una purezza esclusivamente propensa all’immobilismo.
Esiste ancora, in quest’Italia fuori rotta, qualcuno che, in nome della democrazia reale e non di quella immaginata, ha qualche legittima obiezione da sollevare e contrapporre?
Non lo so, ma lo spero.
Appare altrettanto più che chiaro e certo che Grillo, gli automi cantori della voce sola che lo amplificano passivamente, e il mitico professor Becchi (quello che si informa e documenta sul “veb”) si sono dimostrati finte vergini, vestali della conservazione.
Tutti figli legittimi di quel Casaleggio, dimentico delle sue trascorse affinità elettive col cavaliere, oggi rinnovate con vigore rivoluzionario.
D’altra parte la velleitaria metafora del 100% dei consensi è speculare al desiderio del’ex premier che si è sempre dogliato di non essere plenipotenziario.
E, checchè si dica o si voglia far credere, anche l’orda di questo movimento di plastica è stata enfatizzata, quotidianamente, dai media tradizionali come il predecessore partito di plastica.
Dopodichè si può continuare a credere che l’uomo medio dei nuovi media sia frutto esclusivo di una ‘rete’ rappresentata come massa di irretiti, legati al pensiero unico, piuttosto che alla libertà, allo spirito critico e autonomo.
Il miracolo italiano di Grillo, evidentemente, in questo periodo storico, consisteva e consiste nella resurrezione del governo precedente al voto.
In conclusione: Grillo è complice e funzionale dei poteri morti che, di riflesso, gli garantiscono sopravvivenza.
Senza neppure sporcarsi le mani con un voto di fiducia,





Superare la non democrazia

2 03 2013

Shhh please be quiet democracy is sleeping.jpg216849804Ho già detto e scritto altre volte che non vivo grazie alla politica.
Nutro temporanee passioni che mi spingono a ragionare sulle opportunità politiche, nell’interesse del paese in cui vivo, ancora e sempre prima di quello personale.
L’esito delle ultime elezioni mi vede far parte del corpo elettorale di quella coalizione di centrosinistra che, pur avendo ottenuto alla Camera un premio di maggioranza, di stretta misura, non ha superato al Senato lo scoglio dell’infame legge elettorale, tuttora vigente per colpevole inettitudine dell’intera classe politica, di destra, di centro e di sinistra.
Questa vittoria dimezzata non ha suscitato in me particolari sorprese, perchė attesa, benchė sostenitore dell’offerta politica che ritenevo meno distante dal mio modestissimo punto di vista, meno dannosa per l’Italia, e sperassi nella sua affermazione, al fine di garantire un possibile nuovo governo, all’insegna dell’alternanza e dell’alternativa democratica.
Basta andare a visionare i miei tweet postati prima della proclamazione finale.
Temevo che, oltre gli indubitabili limiti della leadership del centrosinistra, la cosiddetta accozzaglia rivoluzionaria potesse rappresentare l’anticamera di una futura restaurazione e dallo spoglio dei dati reali scaturisse un pareggio, a danno della coalizione data per vincente dai soliti soloni, organici all’uno o all’altro schieramento e si determinasse l’attuale stallo politico e istituzionale.
Nessuno dei membri della casta giornalistica, costituita da coloro che si dilettano nella reciproca celebrazione e ossequio, che amano pavoneggiarsi avvolti nei loro sproloqui, che si riuniscono amorevolmente nei loro salotti mediatici, ospiti o padroni di casa gli uni degli altri, ha avuto il minimo sentore di quel che sarebbe capitato.
Non un sondaggista, a stabile busta paga dei grandi gruppi editoriali e dei networks dell’informazione (in)dipendente, sempre pronti a sfornare dati su commissione, magari partoriti nottetempo o basati su campioni tanto consolidati da risultare scarsamente rappresentativi della realtà in continuo mutamento, ha avuto la lungimiranza di fornire un-dato-uno che avesse un minimo di attendibilità e aderenza con quel che poi si è concretizzato.
La mia analisi, in ordine sparso e forse un po’ confuso, cecherà di evidenziare quanto emerso dallo spoglio elettorale, senza particolari pretese e senza la presunzione di chi è sempre pronto ad emanare verdetti definitivi. Il futuro resta in continuo divenire.
La quasi scomparsa del centrismo e del moderatismo d’impronta montiana è frutto della radicalizzazione di uno scontro che ha caratterizzato anche questa campagna elettorale. È, altresì, la chiara condanna e il rifiuto delle politiche di austerity, che hanno sin qui tradotto e interpretato il sogno europeista in maniera tale da renderlo un incubo quotidiano, per un’Italia rimasta ferma al palo, in termini di economia reale, lavoro, potere d’acquisto e che, di fatto, ha mantenuto inalterato il rapporto di forza economica tra il nostro paese e la locomotiva di un’Europa a due velocità.
Sin dalle origini s’è parlato della nostra debolezza che, in sede di adesione e costituzione dell’Unione monetaria, ha fatto sì che l’Italia entrasse in quel consesso con estremo sforzo (forse non potendoselo permettere) e a costi sociali, politici ed economici troppo alti e gravosi.
Il mancato sviluppo economico e produttivo ha così favorito, nel corso degli anni successivi, l’ulteriore aggravarsi della situazione: la realtà ci vede, ancora oggi, inseriti in Europa con un ruolo di estrema debolezza e sudditanza ed è come se la moneta unica a noi “costasse” più di quanto possiamo permetterci, accompagnata dalle enormi difficoltà derivanti dagli obblighi assunti per poter mantenere fede agli impegni presi.
Nonostante i tassi di cambio fossero, in origine, stabiliti alla pari tra i diversi aderenti, il nostro paese ha poi pagato un costo sociale che, anche a causa dei mancati controlli e dell’enorme peso del nostro debito pubblico, ha scatenato un impazzimento generale dei prezzi ed una notevole perdita del potere d’acquisto.
È pertanto risultato evidente che, invocare ulteriori bagni di sangue e merda, dopo un decennio di grandi sacrifici, non poteva scatenare particolari consensi o adesioni, da parte di un corpo elettorale deluso e in insanabile contrasto con tutta quella nomenklatura, distante e aliena dalla realtà quotidiana di un popolo costretto a manifestarsi come suddito ragionevolmente incattivito.
Altro aspetto, sempre riferito al cosiddetto moderatismo, è che, in un sistema politico nettamente polarizzato, lo spazio per posizioni equilibriste si è definitivamente ristretto e quasi azzerato. Il che è un ottimo segnale per un paese ora libero di orizzontarsi verso il nuovo, fondato sull’evoluzione culturale e antropologica e non più costretto a mediare con l’eterno immobilismo cosiddetto centrista.
L’errore, in un’Italia senza memoria (nè breve, nè lunga), è stato quello di illudersi che un uomo chiamato a farsi figura istituzionale, assunta piena veste politica, potesse catalizzare attorno a sè chissà quali favori e riuscisse a fratturare quel versante di destra da cui proveniva o, più in generale, l’intero bipolarismo.
La non democrazia, su iniziativa del Presidente della Repubblica, in abiti semi-presidenziali e figlia di un parlamentarismo che, in avverse e già mutate condizioni socio-politiche ed economiche, ha ripiegato sul governo tecnico, ha contribuito a far sortire questo risultato. Mesi di decreti e voti di fiducia hanno sfiancato l’intero paese e penalizzato tutte le forze unite a sostegno di quell’esperienza, temporaneo ripiegamento, rispetto all’immediato ricorso alle urne, per paura, eccessiva cautela e, ancora una volta, assoluta ignavia. Anche qui si é dimostrato che al peggio, alla mancanza d’iniziativa e di coraggio, non c’è poi rimedio.
O, se vogliamo buttarla sul ridere e mutuare il linguaggio apocalittico del duo Casaleggio-Grillo, l’orrido complotto planetario del club Bilderberg e dei suoi accoliti, é stato sconfitto!
Dietro o davanti a questo miraggio di irresistibile vittoria, da parte dei sedicenti neo moderati e del centrosinistra, c’è stata l’ingenua, ennesima sottovalutazione di Berlusconi e della sua innegabile capacità a ricompattare attorno a sè la sua destra.
Il grande comunicatore, percepito il clima, ha puntato tutto sulla tenuta del suo fronte e sul prevedibile pareggio, seppure in presenza dell’emorragia di voti in libera uscita.
Il berlusconismo è qualcosa che va al di là della politica: è la destra che non può sopravvivere o esistere in assenza del suo ideatore, è il sodalizio tra Berlusconi e gran parte del suo elettorato che sconfina nell’adorazione e nell’innamoramento pressochè totali. È una dichiarazione di fede, di strettissima osservanza, che inquadra l’uomo, il suo carisma e le sue immaginifiche fascinazioni, prima di qualsiasi altro aspetto.
Tra i tanti paradossi di quest’esito elettorale ce ne sono di particolarmente interessanti, che testimoniano l’anomalia tutta italiana: da una parte un Berlusconi reso perdente di successo, sia da un Bersani, vincitore immaginario, sia da un astuto Grillo, profittatore dell’odierno caos e del ribellismo contrapposto ai vecchi schieramenti, ancor prima che favorevole ai suoi proclami populisti e più che ovvi.
L’uomo medio dei media ha potuto così trarne vantaggio e assicurarsi tenuta e centralità anche grazie all’uomo medio dei nuovi media.
Rientra nella realtà dei fatti che il tour elettorale di Grillo sia stato tutto giocato più contro il presunto vincitore che contro il sempre presunto perdente.
Si dice ora che il vero e unico vincitore, tra le macerie destinate ad accrescersi, sia questo (ex) teatrante che porta con sè un nuovo modello di non democrazia: una nutrita pattuglia di ex anonimi (in verità alcuni già noti per altre più modeste militanze) approda in Parlamento per amplificare la singola voce di un altro incandidabile perdipiù non eletto.
All’indomani di questo “facile” consenso, che certo merita rispetto e riconoscimento, non possiamo prescindere dalla sua natura, dalla sua origine e da quel che sarà in grado di rappresentare.
L’artista politico, nella sua indiscutibile poliedricità e nel suo folklore, è riuscito a concentrare attorno a sè tutto il malumore ed il risentimento, altrettanto multiforme, proveniente da più versanti.
Credo esista, in Grillo e in chi per lui, la piena consapevolezza della varietà umana e politica che il M5S è riuscito a conquistare.
Questo lo renderà altrettanto conscio del fatto che in tutte le prossime mosse maggiore è il rischio di perdere una parte dei favori raggiunti, piuttosto che guadagnarne. Semprechè nella restante parte della politica non domini l’immobilismo e il desiderio suicida.
Sarà interessante vederlo capeggiare un gruppo così eterogeneo, animato e unito da un identico sentimento contestatario ma, forse, portatore di istanze e desideri abbastanza diversi e distanti tra loro.
Grillo e Casaleggio sanno bene che le odierne sollecitazioni degli avvelenati e dei transfughi provenienti dal centrosinistra, che ora spingono al sostegno di un governo Bersani, se accolte, provocheranno una prevedibile perdita di consensi da parte degli avvelenati e delusi della destra in forza al suo elettorato.
È la democrazia, bellezza! E riuscire ad eterodirigere un’identità davvero postideologica non sarà per niente facile, al di là del terreno della protesta.
Una piccola parentesi meritano gli eletti di questo schieramento che, scelti in ambito condominiale, hanno timidamente cominciato a rendersi visibili: l’interrogativo più rilevante coinvolge la natura umana, i vizi e le virtù, che avremo modo di vedere e verificare in sede istituzionale.
Qualche primo, marginalissimo appunto, che mi ha subito colpito, riguarda il fatto che, in tutte le apparizioni sin qui viste e sentite, nessuno dei neo rivoluzionari ha disdegnato l’appellativo “onorevole”: non uno che si sia spinto a ricordare che il suo ruolo è quello di cittadino (come amavano predicare in campagna elettorale) chiamato alla rappresentanza di altri cittadini in sede istituzionale.
Non un commento alla notizia che, in quel contesto, sono risultati eletti una madre senatrice e un figlio deputato; episodio che la dice lunga, sebbene si tratti di un piccolo particolare, di un neo, sul totale mancato controllo circa l’opportunità politica di una concomitanza di candidature nel medesimo ambito familiare (il che non è proibito ma, certamente, non denota alterità per chi crede e spera di rappresentare il nuovo in via esclusiva).
Beppe Grillo, o chi per lui, conosce così bene quante e quali difficoltà di gestione potranno sorgere, tanto da mettere le mani avanti e addossare le responsabilità su  eventuali future defezioni (fors’anche memore di quanto già capitato) ad un presunto “mercato delle vacche” ad opera del Partito Democratico.
Il Partito Democratico si trova ora nelle condizioni di chi, piuttosto che inseguire questo moto ondoso, dovrà dare prova d’essere in grado di proporre un autentico cambiamento e rendersi promotore ed interprete delle necessarie riforme capaci di dare respiro all’economia reale, al lavoro, all’assetto istituzionale, al sogno europeo di diversa impronta, alla moralità nella politica e sanare la frattura con una società civile indignata e che non trova più alcuna degna rappresentanza.
È tempo di mantenere i nervi saldi, smetterla d’inseguire le quotidiane bordate e mettere sul tavolo le migliori idee e le energie davvero progressiste di cui si è capaci, superando i luoghi comuni e le parodie di un Bersani che continua a somigliare sempre di più al vecchio compagno interpretato da Ferrini in “Quelli della notte”.
Fuori tutto il coraggio, sin qui inespresso, per sfidare gli avversari politici e dimostrare d’essere adeguati a governare il rinnovamento.
Largo e meritato spazio, all’interno del partito, a chi, sconfitto con grande onore alle primarie, ha dimostrato tutta la sua immensa dignità e dato un forte segnale sull’inequivocabile necessità di voltare pagina.
Altro paradosso riguarda la Lega: nel momento di massima debolezza detiene il massimo potere in quella parte del paese che nutre il desiderio di farsi Stato nello Stato, se non addirittura Stato a sè stante, rispetto ad un’Italia che, se incapace di risollevarsi, è destinata ad implodere in un definitivo collasso.
È chiaro che il primo schieramento “tradizionale” che riuscirà a rimettersi in asse e riconquistarsi la meritata fiducia si riprenderà la quota protestataria in prestito a Grillo.
Va dato atto e merito a coloro che, in assoluta buona fede, hanno orientato il loro voto in quella direzione, d’avere sin qui evitato una deriva ed un irrimediabile tracollo.
Il nostro paese resta però ancora a rischio e il fascino esercitato da una presunta rivoluzione, se relegata e vocata all’opposizione contro tutti e tutto, è destinata a spegnersi inesorabilmente o favorire pericolosissime involuzioni.
Inutile fingere che la più grande incombenza spetti solo a chi ha il dovere di governare.
Le grandi responsabilità toccano e coinvolgono anche chi ha condotto egregiamente la sua campagna elettorale, spingendosi là dove gli altri non hanno avuto il coraggio e l’ardire di presentarsi, dimostrando ancora una volta la loro assoluta ignavia; chi, a differenza degli altri, ci ha messo la faccia, suscitando speranze anche in assenza di credibili soluzioni.
Se Atene piange, Sparta ha ben poco da ridere e di cui gloriarsi.
E certo non ci si può accontentare, nel medio e lungo periodo, dell’affermazione dell’ennesimo pluri-milionario, che ci invita tutti ad un futuro nel quale saremo “più poveri, ma più felici”.
È vero, la mole di consensi verso i 5 stelle, fa il suo bell’effetto. Personalmente, però, non mi faccio impressionare dal moto ondoso (lo tsunami) originato dalla rabbia, dalla delusione e dallo scarso rispetto che merita quest’orrenda classe politica.
La politica è ben altro: qualcosa di assai più degno di chi la incarna. E, superato il periodo “bellico” della campagna elettorale, ora c’è bisogno di risposte e soluzioni che siano all’altezza.
Nei prossimi mesi vedremo chi sarà capace di proporsi come vero e primo attore politico, meritevole di fiducia e consenso, che abbia tutto il senso dello Stato necessario a salvarci da una rovinosa discesa.
Intanto restiamo in attesa: senza troppo pessimismo, nè particolare ottimismo.
Aspettando che il centrosinistra faccia le sue mosse con la sua ipotesi di governo, che la destra continui ad osannare e servire le necessità e le urgenze del suo capopopolo col ricorso alla piazza, che la parte residua del leghismo suoni la grancassa della macro-regione nordica e che il nuovo uomo medio dei nuovi media scopra le sue carte, anche a rischio di procurare delusioni in una parte di chi ha aderito al moto rivoluzionario.
Siamo in piena rivoluzione.
Sarà un piacere viverne gli ulteriori, futuri sviluppi dopo questo mirabolante debutto.
Aspetto, con ansia, di conoscere tutto il campionario umano delle nuove rappresentanze parlamentari.





Quo vadis, Italia?

9 01 2013

Quo vadis, ItaliaTra (ri)discese ardite e (ri)salite in campo, l’offerta politica per le prossime elezioni vorrebbe mettere definitivamente in discussione l’illusionismo bipolarista che, in questi ultimi vent’anni, molti hanno visto, spacciato e creduto come definitivamente acquisito.
La provvisorietà del sistema italiano, reso forzatamente maggioritario da improbabili formule e alchimie elettorali, si è dimostrata tale in tutte le recenti esperienze di governo.
Nel nostro panorama politico hanno continuato a (soprav)vivere e proliferare le divisioni, la difesa delle singole corporazioni a danno dell’interesse comune e della stabilità che, come appare oramai acclarato ed evidente, se non accompagnata dalla solidità d’un assetto autenticamente e convintamente maggioritario, non può discendere da nessun sistema elettorale in grado di (pre)determinarla (se non per breve tempo).
Una delle verità è che il nostro paese ha mantenuto ancora aperto e vivo quell’elemento fortemente  proporzionale, favorevole alla continua nascita di micro fazioni, sempre pronte a contrapporsi alle tendenze egemoniche, interne ai due poli, sin qui rappresentati dal PDL e dal PD.
Senza farla particolarmente lunga e in estrema sintesi: il Popolo delle Libertà, a suo tempo, è nato da un atto di imperio ed ha convogliato su sè, volente o nolente, il peggio di tutta l’eredità pentapartitica (più la sesta gamba post-fascista); il Partito Democratico è stato crocevia tra post-comunisti e sinistra democristiana, figlio del consociativismo e di un sodalizio da cui è scaturito un ibrido, sedicente progressista, non privo di contraddizioni, sovente costretto ad un’estenuante mediazione tra le parti ed al compromissorio immobilismo.
L’illusoria promessa di rivoluzione liberale, da un lato, e il riformismo di impronta progressista, dall’altro, sono perciò rimasti lettera morta, entrambi imbrigliati nel mai morto conservatorismo di determinati e determinanti settori, dell’una e dell’altra parte, dal potere di veto e dalle resistenze da questi ultimi esercitato a più riprese.
Ecco perché oggi le contraddizioni d’un equilibrio precario trovano la loro fatale e, forse, necessaria esplosione.
Il vuoto politico e la confusione istituzionale, sconfinati in un semi-presidenzialismo al di fuori del dettato costituzionale, hanno poi dato origine all’adozione di un governo tecnico, tutto fondato su una rappresentanza extra-parlamentare (seppur assoggettato al voto di fiducia delle due Camere).
Ora, nella totale incapacità manifestata da tutte le forze politiche, di darsi nuove regole elettorali e istituzionali, il ricorso alle urne rappresenta una possibile via d’uscita dall’attuale stallo e dalla durevole crisi che, per quel che ci riguarda, non è solo di natura economica.
Da quest’importante appuntamento potrà scaturire la definitiva destrutturazione del nostro sistema, con una fase Costituente e con un governo di coalizione (post-elettorale), capace di dare nuova configurazione all’Italia, nell’ambito europeo che dovremo contestualmente immaginare e costruire.
A poco più d’un mese dalla prossima consultazione elettorale lo scenario resta particolarmente confuso ed ancora sin troppo equivoco.
Viviamo, per ora, immersi nell’era del “tutti contro tutti”. Il che rende poco chiare – se non addirittura incerte – le prospettive future.
Ecco, in sintesi e in ordine sparso, gli attori (e i comprimari) politici, scesi o saliti in campo:
– l’apparentemente immarcescibile uomo medio dei media Berlusconi Silvio, che, in un rinnovato e ritrovato spirito revanscista, ripropone i soliti e logori stereotipi contro l’universo mondo che – a suo dire – ha ordito orridi complotti contro la sua venerabile persona.
Il programma politico, nella sua narrazione autodiegetica, ferma e incompiuta dal 1994, è tutto basato sulla sua carezzevole mano,  pronta a difendere e tutelare il portafogli (suo) e del popolo italico; oggi teorizza la fuoriuscita dall’euro, senza meglio specificare quali diventerebbero i rapporti di forza economica e di cambio monetario tra il nostro paese e il resto della comunità internazionale.
Massimo esponente della destra eversiva (rispetto alla Costituzione vigente), che ha già dato prova di quanti e quali danni è capace di generare come forza di (mal)governo, si presenta con la solita coalizione raffazzonata di mai domi maggiordomi, fatta di residuo leghismo domestico, ridottosi a magro (ma famelico) macro-regionalismo nordico stanziale a Roma, grande sud (per Dell’Utri) e vecchi fratelli colonnelli in finto ammutinamento, sempre pronti e proni ad ubbidire al loro benefattore.
– l’omologo, in apparente chiave rivoluzionaria, uomo medio dei nuovi media Grillo Giuseppe Piero, in arte Beppe.
Detentore unico, indiscusso e indiscutibile di un nuovo brand, attraverso cui veicola la sempreverde concezione personalistica della democrazia diretta da pochi (ben organizzati) su molti (disorganizzati).
Particolarmente noto per le diverse epurazioni, si è reso identico a tutti gli altri partiti/movimenti d’impronta padronale che, arroccati nella tenace difesa del dominio personale, hanno fatto strame della democrazia interna e adottato gli stessi metodi per isolare i dissidenti, falcidiare le minoranze o gli avversari interni.
Seppur partendo da giusti e sacrosanti rilievi, mossi contro il malaffare, la malapolitica, la putrescenza di molti geronti inamovibili, ha totalmente perso di vista qualsiasi possibilità di confronto con quel che di buono e salvabile (forse poco) poteva cogliere, posseduto dallla furia iconoclasta e dalla presunzione di poter essere l’unico tutore di una “purezza” che, alla fin fine, si ridurrà ad una più o meno nutrita pattuglia di peones sotto stretta tutela destinati a sbarcare nelle sedi parlamentari.
– il tecnico ora premier pirotecnico Monti Mario che, preso dalla frenesia della propaganda, con lo strascico della destra “perbene”, fa a gara su chi le spara più grosse, distribuisce pagelle, giudizi e voti.
Folgorato da improvvisa resipiscenza, dopo aver messo in temporanea sicurezza (?) i conti, nella sua esclusiva visione macro-economica e finanziaria, dimostra ora maggiore, ancorchè tardiva, consapevolezza rispetto alla necessità di guardare all’economia reale come motore della futura e tanto attesa crescita.
Ha del clamoroso lo stupore di chi soltanto adesso, dopo averne coltivato, favorito e consentito l’ascesa, scopre che trattasi di tecnocrate con piglio, cipiglio e malpiglio di destra, orientato ad imporre soluzioni tendenzialmente affini alla reaganomics o al thatcherismo.
Antonio Ingroia, procuratore in veste di sostituto dell’Apparatčik: la sua rivoluzione civile sembra assumere il ruolo di porta di servizio da cui far (ri)entrare i vari leaders della sinistra costretta all’esilio extra-parlamentare, dell’Italia dei Valori e della Federazione dei Verdi.
Ferma restando la dignità della persona in questione, nei cui confronti si possono però sollevare obiezioni circa l’opportunità di quest’alternarsi del ruolo di (ex?) magistrato inquirente che cede il passo ad una forte caratterizzazione politica, la rottura col movimento “Cambiare si può”, per esempio, dimostra quante e quali contraddizioni si sono manifestate nel concepimento di questo progetto.
Le contestazioni, in particolare, hanno riguardato forme e modalità tutte fondate su vecchie logiche di vertice tra le segreterie dei partiti aderenti e le contraddizioni di chi ha spensieratamente “imbarcato”, assieme alla sinistra “radicale”, un ex ministro/magistrato, a suo tempo sostenitore del programma delle Grandi Opere, del Tav e convinto difensore delle forze dell’ordine che hanno consumato i massacri del G8 di Genova.
Pier Luigi Bersani, Nichi Vendola e il centrosinistra, sebbene non del tutto liberato da alcuni coriacei e resistenti esponenti della nomenklatura, con le Primarie per la Premiership e le candidature parlamentari, hanno rappresentato l’unico, vero esempio di democrazia partecipata (numericamente più che rilevante, non come le condominiali di Grillo, per intenderci), atto a superare i limiti imposti dal Porcellum e colmare la distanza tra rappresentanti e rappresentati.
Il Partito Democratico e Sinistra, Ecologia e Libertà, hanno dato nuova speranza a quel popolo che, anche se ripetutamente deluso, ha così potuto continuare a credere in un futuro fatto di maggiore equità e dove la politica riesca a ritrovare la sua dignità e sia interpretata nell’interesse comune.
Va reso onore e merito a Matteo Renzi, nel cui futuro c’è il destino di un grande protagonista e sicuro leader del centrosinistra, per aver dato un impagabile contributo in questa direzione che ha favorito il superamento del gap politico, generazionale e di genere.
Tra tutte le “offerte” politiche, a tratti dense di populismo e di demagogia, il centrosinistra ha mantenuto un profilo di maggiore coerenza e affidabilità.
Ecco perché il mio personalissimo consenso, per quel che può contare, è orientato verso la bella politica, le nuove speranze e le future conquiste che il centrosinistra sarà chiamato a realizzare, con tutto il senso di responsabilità di cui sarà capace, secondo un programma  di maggiore equità e giustizia sociale.
Le polemiche circa la distanza tra le diverse posizioni in seno al centrosinistra, provenienti in gran parte da chi si dice fermo e convinto sostenitore del bipolarismo e degli schieramenti a vocazione maggioritaria, appaiono abbastanza inconsistenti, almeno per due ragioni: la prima è che la sinistra, rappresentata da Vendola, dopo le funeste esperienze del passato e l’insano fratricidio originato dal “fuoco amico”, ha oggi acquisito quella necessaria consapevolezza dell’essere forza di governo e coltiva una maggior propensione alla ricerca della possibile mediazione e conciliazione, riducendo così il rischio di insanabili divisioni; la seconda è che, se davvero siamo convinti della stabilità derivante dal maggioritario e dal bipolarismo, basato sull’alternanza, presupposto e portato di tutto questo è il democratico confronto delle diverse espressioni politiche raccolte all’interno d’un unico, grande schieramento.
Sotto questo punto di vista il Partito Democratico è stato l’unico a saper interpretare e cogliere lo spirito del tempo che viviamo e presentarsi come valida alternativa maggioritaria per il futuro dell’Italia, dimostrandosi capace di rinnovarsi, favorire il virtuoso circuito democratico dell’appassionato  confronto interno e mettersi in gioco.
Come negli Stati Uniti laddove, sia nel Partito Repubblicano che nel Partito Democratico, convivono una varietà di opzioni politiche che vanno dal conservatorismo più estremo al progressismo più spinto.
Anche in Italia sarebbe tempo di stabilire in quale direzione vogliamo definitivamente spingerci: ecco perchè il voto al Partito Democratico è la strada maestra per il cambiamento e per il rinnovamento di cui l’Italia ha bisogno ed urgenza.





Banale 5

29 12 2012

imageC’è uno che ha sempre saputo e sa quanto sia (im)portante, ai fini del consenso, il potere della televisione: è l’uomo medio dei media.
Un vecchio mestierante – perché di questo si tratta – che reclama spazio e visibilità direttamente proporzionali al “consenso” elettorale maturato in un’era precedente.
In evidente, quotidiana contraddizione con sé stesso e dimentico del fatto che, se dovesse valere questa regola, l’uomo in questione, è in debito d’una infinità di spazio usurpato circa 19 anni fa e per l’occupazione militante realizzata durante tutti i suoi mandati.
C’è un comico di pari livello, accomunato dal pressochè identico programma elettorale e dal numero 5 che, convinto di veicolare consenso solo attraverso la forza del web, ha freneticamente cercato l’amplificazione di quello stesso mezzo attraverso cui, ancora oggi, la gran parte dell’opinione pubblica viene ‘istruita’ e condizionata: è l’uomo medio dei nuovi media.
C’è un terzo uomo, fuoriuscito dalla magistratura, dopo aver indagato su questa classe politica, che entra nell’agone.
Tutti hanno deciso di giocare la loro partita elettorale contro il PD e in contrapposizione al governo uscente che, (co)stretto nella necessità di risollevare le sorti economico-finanziarie dell’Italia, ha sin qui ed esclusivamente fatto pagare l’alto prezzo ai soliti noti.
C’è il PD, impegnato nelle Primarie (quasi di Capodanno) per i parlamentari, ancora incerto tra rinnovamento, cambiamento e conservazione, che – a suo modo – sta cercando di restringere il deficit di democrazia tra rappresentanza e rappresentati, seppur coi grandi limiti derivanti dalle immortali logiche correntizie e salvaguardando qualche baronia.
C’è un cattedratico, la cui ascesa è stata favorita dall’emergenza, ora divenuto piena espressione politica (ma lo era già!) e orientato a dare vita ad un centrodestra – si spera! – per un paese normale: un’immensa, rassicurante neo balena bianca.
C’è un brulichio di persone desiderose di entrare nelle sedi parlamentari.
Finti scissionisti pronti a ricompattarsi, nordisti innamorati del centralismo romano, massimalisti arrembanti ora dipinti d’arancione, domestici cani da salotto, vecchie cariatidi che mai (ri)conoscono la fine della loro stagione, pentiti del pentapartito, congiure, congiurati, rivoluzionari in abiti reazionari, populisti col culo al caldo, repubblichini, repubblicani, presidenzialisti, presenzialisti. C’è di tutto.
Tutti assolutamente innocenti rispetto alle attuali condizioni in cui versa il nostro paese, come se nessuno avesse avuto responsabilità di guida e di governo negli ultimi decenni.
Dall’esito delle prossime elezioni speriamo possa nascere qualche maggiore speranza per il futuro di questo strano e sempre anomalo paese.
In mezzo a quest’esercito di oppositori, organici al potere, restano inalterati i sani dubbi sulle possibilità di fuoriuscita dalla crisi, senza un ulteriore prezzo che saremo chiamati a pagare.
Buona fine e miglior inizio a tutti.





La vendetta di Gommaflex

11 12 2012

silvio-gommaflexIn un negozio di fiori tra la quinta e la sesta strada di New York… un misterioso cablogramma… forse…
Il padrone della destra eversiva (rispetto alla Costituzione) è tornato in gran pompa magna! (qualsiasi riferimento a particolari attitudini nella sfera sessuale è puramente casuale)
Il servitorume, dopo essersi esibito nell’inutile e vano tentativo di emancipazione, senza alcun convinto desiderio di ammutinamento, si è subito manifestato plaudente, pronto e prono a soddisfare i nuovi capricci del noto benefattore.
Consapevoli dell’inconsistenza politica – ma ancor prima economica – d’un corpo reso acefalo dalla temporanea assenza del suo ideatore/ispiratore, in molti si sono subito esibiti nella loro immortale arte (con tanto di manuale alla mano, più per vezzo che per necessità, avendo da tempo metabolizzato la lezione sull’obbligo alla leziosaggine ed alla piaggeria).
Poco importano le magre figure dei minuscoli figuri cui è stato consentito, pro tempore, di godere delle luci della ribalta, in attesa del nuovo avvento dell’intramontabile gerontocrate.
D’altra parte la medesima faccia di gomma del creativo della destra eversiva, plasmata a sua immagine e somiglianza, avvezza ad elogiare il trasformismo di chi oggi afferma qualcosa che non ha durata e validità per il giorno successivo (talvolta per i cinque minuti successivi), è connotato che accomuna gran parte dei beneficiati.
Dalle viragini del celodurismo in versione clitoridea, quelle che, con sprezzo del pericolo, urlano, sbraitano e si esibiscono in tutta la loro scompostezza, a dispetto del silicone o del botox che le ha rese maschere grottesche, apparentemente immutabili nella loro eterna smorfia (con tutto il rispetto per le donne, ad eccezione delle supine ubbidienti); ai decadenti colonnelli sempre pron(t)i ad evocare “il grande passato nel nostro futuro” (o il suo contrario) di monicelliana memoria; passando per gli ascari dei reparti indigeni nelle colonie padane; per giungere a tutti gli odierni risanatori, già micro ministri  presunti esperti in macro economia, che oggi si propongono di curare tutto il male che hanno favorito e prodotto, pur avendo quotidianamente negato il periglioso incalzare della crisi quando erano in tutt’altre faccende (giudiziarie) affacendati.
Tutti chiamati a serrare le fila, a dimostrare ossequio, a difendere – ancora! – col capo chinato i privatissimi interessi del capo, si tratti di questioni societarie o di pendenze giudiziarie.
E’ trascorso solo un anno: l’abile mossa è quella di chi confida nella labile memoria del popolo degli eterni innocenti che, spesso, tutto ingoia e dimentica.
L’insana ritrovata passione è nutrita dal solito desiderio di poter così consumare vendetta, nell’atteso e agognato giorno del redde rationem: in un incessante rigurgito di rabbia, populismo e, magari, autoritarismo.
Oggi, il maestro della farsa in veste politica, crede di poter interpretare, con la consumata faccia da impunito, il ruolo di oppositore ad un sistema, governato in prima persona, che, per sua innegabile e diretta responsabilità, ha chiamato ciascuno di noi a fronteggiare l’emergenza ancora non superata e tuttora attuale in quest’annus horribilis figlio legittimo dei governi di decade malefica (cfr. Finistére – C.S.I.).
Vedremo se l’Italia si dimostrerà ancora disposta a (s)qualificarsi come il paese di nuovo preda dell’uomo medio (dei media), della scorribanda di predoni che hanno fatto delle Istituzioni la loro dependance e dell’illusionismo di plastica.





L’uomo medio dei media e l’uomo medio dei nuovi media

9 12 2012

imagePrepariamoci al ritorno al passato o alla svolta definitiva.
La nuova discesa in campo dell’uomo medio dei media (per cacare allegramente sull’Italia) e le improvvisazioni, sedicenti democratiche, dell’uomo medio dei nuovi media, come ipotizzato, costituiscono il nuovo punto d’incontro di chi vuole ridurre la democrazia al trionfo della mediocrità, di un’Italia così destinata ad assumere un ruolo definitivamente marginale ed al di fuori del consesso democratico ed europeo.
Dopo i nominati, uno stuolo di ex anonimi, di rigida osservanza e tenuti sotto stretta tutela, si appresta a sbarcare nelle sedi parlamentari. Il porcellum diminuito ad merdam.
Questa campagna elettorale – la cui apertura ufficiale è ormai sancita dalle dimissioni irrevocabili di Monti – si giocherà tutta su tematiche rese equivoche dall’incontro di sponde apparentemente opposte.
Al peggiore Residente del Consiglio degli ultimi 150 anni, si accompagneranno ulteriori anomalie.
L’assurda convergenza si realizza oggi su questioni già emerse e perciò note:
– il desiderio di fuoriuscita dalla moneta unica;
– la contestazione della pressione fiscale (IMU, EQUITALIA);
– lo spirito antieuropeista;
– la leva esercitata sull’orgoglio ferito d’un nazionalismo, al limite dell’autarchia, contro l’orrido complotto, che fonde insieme i sempreverdi teorici del cospirazionismo o del complottismo (di diversa matrice e ispirazione: del morente berlusconismo e del nascente grillismo);
– l’arma della delegittimazione, a tratti affine al vilipendio, verso qualsiasi istituzione.
Questo è lo scenario che, se dovesse prevalere l’onda anomala che sta per travolgerci, ci attende.
Insomma… è la strada che ci farà sentire un po’ più vicini alla Grecia.
Sarà questo il merito di chi, consapevolmente o meno, consentirà il definitivo declino politico, morale e istituzionale di quest’Italia (democratica?) satura di anomalie.
Io contesto l’insano vizio della distruzione che nulla costruisce e nulla salva.
L’alternativa è che, prima del ricorso alle urne, il centrosinistra democratico, unito attorno alla figura di Bersani e indispensabilmente coadiuvato dall’ex outsider Renzi (Adesso! È rimasto fermamente convinto del bisogno di cambiamento e di rinnovamento, al di là dell’esito delle primarie?), trovi il possibile incontro e la sintesi con l’area delll’autentico popolarismo democratico (non lo chiamerei centrismo, nè moderatismo), che si è sempre e sin qui distinto dalla destra eversiva, facendo convergere attorno a sè tutti quegli altri ora pronti e disposti a compiere lo stesso “strappo” e la netta distinzione dal rinascente eco della voce del padrone.
La migliore risposta, per non cadere nell’ineluttabile declino e nel baratro, non può che essere quella di percorrere la via del ritorno alla politica.
La politica, in tutta la sua nobiltà, si faccia interprete della necessità di dar vita ad un governo, chiamato a tenere alti gli interessi dell’Italia e la sua (buona) sorte futura.
È tempo di dar corpo ad un governo per l’Italia, in chiave politica.
Se la politica vuole ancora mantenere una sua centralità e così riappropriarsi di quella dignità negata dai carnefici generatori del caos e dai seguaci del vuoto assoluto.
La vittoria della buona politica ed il trionfo della democrazia passano, ora, attraverso la definitiva sconfitta elettorale del berlusconismo e di qualsiasi fenomeno analogo, se non pressochè identico.





La vittoria della politica

3 12 2012

centrosinistraL’ovvietà è che, dal confronto di queste primarie, è uscito un vincitore il cui nome è Pier Luigi Bersani.
Da qui e ora comincia il lavoro da intraprendere per proiettare la stessa passione civile e politica, sin qui dimostrata da tutti i partecipanti, alle prossime elezioni.
La vittoria più grande riguarda l’ampia adesione che quest’occasione ha catalizzato su di sé.
Quest’importante patrimonio – tutto! – dovrà trovare adeguato ascolto e sponda da parte di chi è stato chiamato a guidare l’intero centrosinistra.
Pier Luigi Bersani dovrà farsi interprete di tutte le istanze, le aspirazioni, i desideri e le aspettative che si sono manifestate, al di là della temporanea collocazione di ciascuno su versanti diversi e contrapposti.
Ecco perché occorrerà tenere conto delle minoranze “sconfitte” e creare quell’opportunità di vittoria collettiva di cui il centrosinistra ha bisogno e non può fare a meno.
All’indomani del risultato scaturito dal ballottaggio, le divisioni – che hanno avuto una loro ragion d’essere – devono cedere il passo al giusto riconoscimento delle ragioni di chi ha vinto e (ac)cogliere tutta quella serie di nuove opportunità offerte da chi ha portato il suo importante contributo politico in queste primarie.
Il compito ed il ruolo d’un vero leader non è quello di governare da solo, ma è dato dalla capacità di presentarsi come rappresentante dell’intero schieramento, ora chiamato a superare le distinzioni, a cercare/trovare la comunanza d’idee e d’intenti e a fare squadra.
Ha prevalso una linea politica che non potrà dimostrarsi cieca e sorda rispetto alla necessità del cambiamento e del rinnovamento che, in maniera rilevante, sono emersi come irrinunciabili.
E’ un’occasione imperdibile per dare vita a quel centrosinistra a vocazione autenticamente maggioritaria e per far sì che prenda finalmente corpo, forma e sostanza, senza restare ancorato a quell’eterna aspirazione rimasta sinora e sempre irrealizzata, incompleta e incompiuta.
L’errore da non commettere è quello di far pesare le divisioni sempre e ineluttabilmente insupersabili.
Si apra – adesso! – l’era del confronto e del dialogo.
Pier Luigi Bersani dimostri d’essere il leader del nuovo centrosinistra maggioritario e plurale.
Bastano solo un paio di telefonate e poi un tavolo attorno al quale sedersi e discutere delle prospettive future.
Il patrimonio da raccogliere è ben più ampio di questa prima e parziale vittoria.
Il futuro si conquista e si vince uniti.