L’arrivista digitale

5 09 2013

354px-LaBoétie001-11829465 Con l’avvento del settarismo grillista è emersa una nuova categoria socio-politica, destinata a godere di effimera gloria: si tratta dell’arrivista digitale.
Questo nuovo soggetto è in grado di esprimere opinioni ortodosse o, in alternativa, dissidenti.
Nella sua veste organica è personaggio sedicente anti e contro, conforme al pensiero unico e totalizzante, smanioso d’entrare a far parte d’un nuovo sistema, a buon diritto e a pieno titolo, per la rigorosa osservanza.
Nella sua variante, per semplificare, si tratta di arrivista che si sente arrivato, le cui aspirazioni, probabilmente, erano quelle di occupare un ruolo e una qualche centralità nel regime vigente.
L’arrivista digitale può assumere mutevoli forme, a seconda della propria natura, provenienza e convenienza: può essere un blogger che lava più bianco degli altri, un apocalittico paraguru in disarmo da precedenti esperienze, prima e sempre aderenti al sistema ora da abbattere, una retroguardia di pregresse e non altrettanto fortunate militanze politiche, uno dei tanti parvenus, in cerca della lotteria vincente, una star (de)cadente e ben pasciuta, avvezza alla discreta popolarità oggi tradotta in populismo più o meno dilagante, col vizio del comando.
In alcuni casi l’apparente tenace riluttanza al mezzo televisivo deriva, paradossalmente, da una sovraesposizione a quest’ultimo, che gli ha garantito successo e vanagloria: si parli del capobastone, titolare di tutti i diritti e copyright, o del blogger auto-incensante che ama garantirsi l’ultima parola.
Gli strali che vengono lanciati contro l’orrido nemico esterno sono indirizzati, a stretto giro di posta, dagli ortodossi agli eterodossi.
Il radicalismo di massa, del verbo unico e della verità incontrovertibile, porta con sè tutti i vizi dell’avverso regime: la cancellazione delle minoranze, la censura, l’indisponibilità al ragionevole confronto con l’altrettanto ragionevole dissidenza (costretta e relegata ad essere tale dalla totale assenza di dibattìto interno).
Lo spartiacque divide le teste pesanti da quelle pensanti, il dualismo si manifesta tra chi afferma di voler abbattere un sistema irrimediabilmente marcio e chi, tra le macerie, individua qualche residua possibilità di dialogo e, conseguentemente, di praticabile alternativa riformatrice.
La Guida Suprema degli arrivisti digitali ortodossi è fiancheggiata da un Consiglio dei Guardiani che tiene sotto stretta sorveglianza gli afoni portavoce del popolo ed è sempre pronta a reprimere l’eresia del libero pensiero e dell’azione… è, d’altra parte, assai noto che il modello iraniano ha un suo discreto e irresistibile fascino.
La democrazia digitale vive e si nutre di meri enunciati: la teoria non deve necessariamente e obbligatoriamente trovare riscontro e conforto nella prassi.
La Guida Suprema diffida di tutto e di tutti, compresi gli aderenti non pienamente fidelizzati.
Gli ortodossi, a seconda delle loro predilezioni, devono quotidianamente recitare il loro “Hoshana”, con le possibili varianti che inneggiano al “Duce! Duce!” o al nuovo Imam che guida e illumina il suo personalissimo esercito di lobotomizzati.
La Guida Suprema sfrutta con cinismo l’illogica del nemico dappertutto, alimenta la follia della folla e aizza la pazzia della piazza, sottraendosi, nel caso, a qualsiasi diretta responsabilità derivante da quel che dice e quel che accadrà, suo malgrado.
L’arrivista digitale è ovviamente molto social… climber.
Nella sua forma primordiale e non evoluta sconfina nel servilismo, a maggior garanzia di dover percorrere strade più brevi e meno tortuose, pur di arrivare senza particolari meriti.
Questo tipo di arrivismo fa coppia con un attivismo passivo ed immobile, nella trepidante attesa che gli unici titolari del diritto di parola esprimano le loro insindacabili vision e i loro editti.
Attento arrivista digitale! Il nemico, esterno ed interno, è alle porte!





Il feticcio dell’onestà

21 03 2013

Via dell'OnestàEsiste un aspetto particolarmente insidioso, pernicioso ed intellettualmente disonesto in chi immagina e raffigura tutti coloro che non appartengono alla sua congrega come irrimediabilmente complici d’un sistema definitivamente corrotto, che cerca copertura e si nasconde dietro alcune anime belle.
Il culto dell’onestà e della buona politica, anzichè rappresentare una giusta causa da promuovere e condividere, si è trasformato in una sorta di feticcio usato come oggetto contundente da brandire contro gli avversari (sempre e inevitabilmente individuati come nemici da abbattere).
Ora è del tutto improbabile che esista un movimento degli onesti, guarda caso tutti insediati al suo interno, originato dalla concentrazione di un voto di varia ed eterogenea provenienza, che si contrappone ai partiti, per loro natura ricettacolo di disonesti.
La disonestà di un omuncolo in veste politica consiste in questo. Ed è speculare a quella di chi, anzichè perseguire penalmente o amministrativamente gli interpreti di episodi di malversazione e ladrocinio, ha sempre preferito adottare provvedimenti basati sull’assunto che la disonestà è diventata così sistemica e tanto invasiva da albergare dappertutto. Soprattutto in quell’altrove rispetto al proprio covo degli onesti per antonomasia.
Passa così inosservata, e sotto pressochè unanime silenzio, questa strisciante disonestà e l’assoluta malafede di chi, pur di affermare la propria presunta purezza, addita tutti gli altri come persone indegne.
Non esiste più alcun margine di trattativa, nessun confronto praticabile, con chi, nel suo immutabile desiderio distruttivo, annovera e cataloga qualsiasi interlocutore come membro o rappresentante della conservazione e del vecchio.
Non c’è più nessun genere di riconoscimento e di rispetto per l’altrui dignità. Non uno sguardo rivolto all’interesse collettivo, capace di spingersi oltre il proprio steccato e al di là del’insano settarismo, nutrito e alimentato dalla vana speranza di poter poi fiorire sulle macerie.
Così la ®ivoluzione di questo neo avvelenato – lo stesso che, guarda caso, aveva tentato invano di arrembare la leadership del Partito ora inviso ed odiato – tutta incentrata sul tentativo di screditare quotidianamente la parte che, a ragione, l’aveva trattato da ossesso reietto, risulta giorno dopo giorno sempre più utile e funzionale alla conservazione ed apripista d’una cupa restaurazione.
L’uomo medio dei nuovi media porta in sè numerose somiglianze con l’uomo medio dei media: anch’egli singolo divenuto simbolo, promotore d’una idiozia collettiva ben più dannosa di quella individuale, si presenta come unico detentore e promotore del cambiamento.
Assurto agli onori della politica, più per demerito altrui che per proprio merito, è il nemico numero uno di qualsiasi ipotesi di cambiamento, incapace di proporre e immaginare un nuovo orizzonte verso cui spingersi per uscire dalle sabbie mobili al cui interno lentamente sprofondiamo.
L’uomo medio dei nuovi media insegue il miraggio di maggiori consensi, arroccato nel suo fortino e attorniato da una massa di cortigiani, ebeti per loro natura o resi tali dall’affabulatore cultore dei monologhi, altrettanto convinti di poter sopravvivere grazie al reiterato rifiuto del confronto e del dialogo.
Sarà questa la loro fatale e ineluttabile rovina. Passeranno anche questi cialtroni, momentaneamente beneficiati dalla crisi politica, sociale ed economica che ha fatto sì che, nel diffuso disorientamento, dominasse la foga contestataria, il desiderio distruttivo e si perdesse di vista il primo bisogno e l’urgenza di soluzioni adeguate per superare questo drammatico frangente.
L’onestà che vogliamo, auspichiamo e di cui abbiamo necessità ed urgenza è quella di chi riesce a specchiarsi in quella degli altri e si dimostra capace di trovare appoggio e sponda per promuovere il cambiamento tanto atteso.
Non è quella di chi, fermo restando l’obbligo di ridimensionare i costi della politica, alimenta l’inganno secondo cui la soluzione di tutti i nostri mali e di tutti i nostri problemi passa attraverso questa sacrosanta iniziativa che, per quanto esemplare, rappresenta una goccia nell’oceano del debito e della drammatica crisi socio-economica che ci stringe in una morsa quotidiana.
Non è l’onestà di chi invoca il restringimento della rappresentanza parlamentare, senza curarsi dell’ulteriore rischio d’estromissione di intere categorie sociali, già non più rappresentate, tutelate e garantite da tempo.
Non è l’onestà d’un rancoroso oppositore a tutti i costi, incapace di concepire qualsiasi forma di dialogo, erede d’un immortale fascino autoritario che troverà in lui il solito, utile idiota (vero o presunto) e favorirà, con la sua complicità diretta, l’avvento del peggio.





La sindrome di Scilipoti

5 03 2013

ParlamentoUn po’ di tempo fa avevo scritto qualche considerazione sulle ceneri della democrazia rappresentativa.
La temibilissima sindrome di Scilipoti, che ha preventivamente colpito Grillo, ha reso d’attualità la necessità di riforma dell’art. 67 ed il non eletto extra-parlamentare, dopo il non statuto, la non associazione, il non governo, la non democrazia, oggi teorizza la più conveniente non Costituzione.
Tempo fa sosteneva, con ferma convinzione, l’esatto contrario.
Poco male, si può cambiare idea. Anzi, in questo caso, l’uomo medio dei nuovi media fa simpatia, in nome dell’elogio dell’incoerenza.
Però un conto è contemplare una norma che impedisca il cambio di casacca, altro è irreggimentare un’intera rappresentanza parlamentare.
Comprensibile la confusione di chi oscilla continuamente tra il desiderio di democrazia diretta e l’atteggiamento direttoriale nei confronti dei suoi (non nostri!) impiegati.
Sin qui, il continuo appellarsi ad un astratto modello basato sull’assidua compartecipazione e condivisione su qualsiasi scelta, risulta altalenante tra l’idea di rete e l’irretire.
L’ossessione di Ca$al€ggio e il suo A$$ociato, sempre più preoccupati della salvaguardia del loro direttorio, si è manifestata anche in occasione delle prime riunioni, in streaming (e sti cazzi!) ma a circuito chiuso, dei futuri gruppi parlamentari.
Qualsiasi ipotesi difforme dal monolitismo grillista proviene, sempre e comunque, da qualche infiltrato che tenta di sovvertire il verbo unico.
È noto che i grillisti – figli di analoghi ismi che hanno già attraversato la nostra e altrui storia – hanno sottoscritto uno strettissimo vincolo di mandato col re buffone, che ama esprimersi con l’arma del ruggito e del rogito.
È ridicolo e preoccupante che, ora, si manifesti tanta paura delle regole ancora vigenti, in base al dettato costituzionale.
Ma così vanno le cose…
So sprach Grillo und Casaleggio, eine Bewegung für Alle und Keinen.
(Si ringrazia google traduttore)