L’arrivista digitale

5 09 2013

354px-LaBoétie001-11829465 Con l’avvento del settarismo grillista è emersa una nuova categoria socio-politica, destinata a godere di effimera gloria: si tratta dell’arrivista digitale.
Questo nuovo soggetto è in grado di esprimere opinioni ortodosse o, in alternativa, dissidenti.
Nella sua veste organica è personaggio sedicente anti e contro, conforme al pensiero unico e totalizzante, smanioso d’entrare a far parte d’un nuovo sistema, a buon diritto e a pieno titolo, per la rigorosa osservanza.
Nella sua variante, per semplificare, si tratta di arrivista che si sente arrivato, le cui aspirazioni, probabilmente, erano quelle di occupare un ruolo e una qualche centralità nel regime vigente.
L’arrivista digitale può assumere mutevoli forme, a seconda della propria natura, provenienza e convenienza: può essere un blogger che lava più bianco degli altri, un apocalittico paraguru in disarmo da precedenti esperienze, prima e sempre aderenti al sistema ora da abbattere, una retroguardia di pregresse e non altrettanto fortunate militanze politiche, uno dei tanti parvenus, in cerca della lotteria vincente, una star (de)cadente e ben pasciuta, avvezza alla discreta popolarità oggi tradotta in populismo più o meno dilagante, col vizio del comando.
In alcuni casi l’apparente tenace riluttanza al mezzo televisivo deriva, paradossalmente, da una sovraesposizione a quest’ultimo, che gli ha garantito successo e vanagloria: si parli del capobastone, titolare di tutti i diritti e copyright, o del blogger auto-incensante che ama garantirsi l’ultima parola.
Gli strali che vengono lanciati contro l’orrido nemico esterno sono indirizzati, a stretto giro di posta, dagli ortodossi agli eterodossi.
Il radicalismo di massa, del verbo unico e della verità incontrovertibile, porta con sè tutti i vizi dell’avverso regime: la cancellazione delle minoranze, la censura, l’indisponibilità al ragionevole confronto con l’altrettanto ragionevole dissidenza (costretta e relegata ad essere tale dalla totale assenza di dibattìto interno).
Lo spartiacque divide le teste pesanti da quelle pensanti, il dualismo si manifesta tra chi afferma di voler abbattere un sistema irrimediabilmente marcio e chi, tra le macerie, individua qualche residua possibilità di dialogo e, conseguentemente, di praticabile alternativa riformatrice.
La Guida Suprema degli arrivisti digitali ortodossi è fiancheggiata da un Consiglio dei Guardiani che tiene sotto stretta sorveglianza gli afoni portavoce del popolo ed è sempre pronta a reprimere l’eresia del libero pensiero e dell’azione… è, d’altra parte, assai noto che il modello iraniano ha un suo discreto e irresistibile fascino.
La democrazia digitale vive e si nutre di meri enunciati: la teoria non deve necessariamente e obbligatoriamente trovare riscontro e conforto nella prassi.
La Guida Suprema diffida di tutto e di tutti, compresi gli aderenti non pienamente fidelizzati.
Gli ortodossi, a seconda delle loro predilezioni, devono quotidianamente recitare il loro “Hoshana”, con le possibili varianti che inneggiano al “Duce! Duce!” o al nuovo Imam che guida e illumina il suo personalissimo esercito di lobotomizzati.
La Guida Suprema sfrutta con cinismo l’illogica del nemico dappertutto, alimenta la follia della folla e aizza la pazzia della piazza, sottraendosi, nel caso, a qualsiasi diretta responsabilità derivante da quel che dice e quel che accadrà, suo malgrado.
L’arrivista digitale è ovviamente molto social… climber.
Nella sua forma primordiale e non evoluta sconfina nel servilismo, a maggior garanzia di dover percorrere strade più brevi e meno tortuose, pur di arrivare senza particolari meriti.
Questo tipo di arrivismo fa coppia con un attivismo passivo ed immobile, nella trepidante attesa che gli unici titolari del diritto di parola esprimano le loro insindacabili vision e i loro editti.
Attento arrivista digitale! Il nemico, esterno ed interno, è alle porte!

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L’esercito di Silvio, la guerra di Beppe e la pax di Matteo

4 09 2013

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La crisi avanza lenta, sul governo Letta, a colpi di ricatto e quotidiani penultimatum.
La destra eversiva, rispetto alle leggi uguali per gli altri e alla Costituzione, non può rinunciare alla strenua difesa del suo ideatore, del suo benevolo sdoganatore, del suo unico e sacro padre inviolabile: dopo di lui il diluvio!
Questa infaticabile ostinazione, nel voler tenere all’auge della gloria il titano tra i nani, è comprensibile, per sua origine e natura: tutti devono tutto al Silvio nazionale!
Eppure… immaginate quanti e quali ulteriori danni e quanta fascinazione potrebbe, invece, produrre e scatenare un Berlusconi eretto a vittima sacrificale, reso battitore libero, nonostante la temporanea estromissione dal Senato. Chi o cosa potrebbe impedire al leader della destra eversiva di rimanere tale? Niente e nessuno.
Un altro antisistema potrebbe giocare, in assoluta libertà, la sua ultima, definitiva battaglia.
L’esercito di Silvio dovrebbe prendere in seria considerazione una siffatta eventualità.
Immaginate, poi, l’immutata potenza di fuoco dell’impatto mediatico: casta giornalistica, stampata e non, sempre pro(n)ta a compiacere il potente di turno, garantirebbe la necessaria amplificazione all’atto di lesa maestà, perpetrato dai soliti коммунисты (kommunisty), passando per la via della setta grillina.
Questo clima da guerra civile simulata abbraccia e appartiene, a pieno titolo, all’altro uomo medio dei nuovi media che, sulle macerie di quest’Italia sull’orlo del baratro, vuole ricostruire la sua democrazia digitale (ovviamente le impronte sono solo le sue).
Quest’invasato del web, capace di concepire solo gli “i like it!”, ha dichiarato guerra a tutti, perfino ai disertori aperturisti che, forse disposti a sparigliare l’accoppiata delle larghe intese, vorrebbero offrire un’alternativa alla disfatta finale d’un’Italia ormai esausta davanti all’eterno referendum pro o contro Berlusconi.
Ma l’oltranzismo del Grillo in guerra e del suo team – si tratti di Casaleggio o di Messer Messora – non consentono aperture. À la guerre comme à la guerre non ci sono alternative.
È questo il limite cui siamo giunti a causa del proliferare dei partiti o dei sedicenti movimenti (statici) d’impronta personale: l’ortodossia col capo non contempla alcuna libertà di pensiero e d’azione. Si avanza, compatti, a testuggine!
Poco o nulla importa se, tentare di scompaginare l’attuale sistema ingessato, implicherebbe l’individuazione di possibili alleanze. Il sacro fuoco della rivoluzione non si alimenta con la trattativa, il confronto, il dibattito: le menti pensanti si accomodino fuori! Restino le (pesanti) teste di legno!
Anzi, c’è di più: per tacitare tutto questo fastidioso democratico fermento, preparatevi ad un nuovo V-day! Il palco è mio e lo gestisco io!
In questa guerra del tutti contro tutti, vissuta da ciascuno nella speranza di poter così trarre vantaggio (elettorale), scoppia – neanche tanto improvvisa – la pax nel Partito Democritico, pardon Democratico.
Tutti, quasi unanimemente, uniti attorno al Sindaco FiRenzi che, da rottamatore, ha aperto il mercato del riciclo.
Ostile alle correnti, viene da queste sostenuto con forza ed entusiasmo.
L’uomo del dolce stil novo politico, affascina, affabula, galvanizza il pubblico plaudente delle feste dem.
È giunta l’ora del nuovo che avanza nell’Italia che retrocede!
Chi tra i contendenti riceverà maggior audience?





Superare la non democrazia

2 03 2013

Shhh please be quiet democracy is sleeping.jpg216849804Ho già detto e scritto altre volte che non vivo grazie alla politica.
Nutro temporanee passioni che mi spingono a ragionare sulle opportunità politiche, nell’interesse del paese in cui vivo, ancora e sempre prima di quello personale.
L’esito delle ultime elezioni mi vede far parte del corpo elettorale di quella coalizione di centrosinistra che, pur avendo ottenuto alla Camera un premio di maggioranza, di stretta misura, non ha superato al Senato lo scoglio dell’infame legge elettorale, tuttora vigente per colpevole inettitudine dell’intera classe politica, di destra, di centro e di sinistra.
Questa vittoria dimezzata non ha suscitato in me particolari sorprese, perchė attesa, benchė sostenitore dell’offerta politica che ritenevo meno distante dal mio modestissimo punto di vista, meno dannosa per l’Italia, e sperassi nella sua affermazione, al fine di garantire un possibile nuovo governo, all’insegna dell’alternanza e dell’alternativa democratica.
Basta andare a visionare i miei tweet postati prima della proclamazione finale.
Temevo che, oltre gli indubitabili limiti della leadership del centrosinistra, la cosiddetta accozzaglia rivoluzionaria potesse rappresentare l’anticamera di una futura restaurazione e dallo spoglio dei dati reali scaturisse un pareggio, a danno della coalizione data per vincente dai soliti soloni, organici all’uno o all’altro schieramento e si determinasse l’attuale stallo politico e istituzionale.
Nessuno dei membri della casta giornalistica, costituita da coloro che si dilettano nella reciproca celebrazione e ossequio, che amano pavoneggiarsi avvolti nei loro sproloqui, che si riuniscono amorevolmente nei loro salotti mediatici, ospiti o padroni di casa gli uni degli altri, ha avuto il minimo sentore di quel che sarebbe capitato.
Non un sondaggista, a stabile busta paga dei grandi gruppi editoriali e dei networks dell’informazione (in)dipendente, sempre pronti a sfornare dati su commissione, magari partoriti nottetempo o basati su campioni tanto consolidati da risultare scarsamente rappresentativi della realtà in continuo mutamento, ha avuto la lungimiranza di fornire un-dato-uno che avesse un minimo di attendibilità e aderenza con quel che poi si è concretizzato.
La mia analisi, in ordine sparso e forse un po’ confuso, cecherà di evidenziare quanto emerso dallo spoglio elettorale, senza particolari pretese e senza la presunzione di chi è sempre pronto ad emanare verdetti definitivi. Il futuro resta in continuo divenire.
La quasi scomparsa del centrismo e del moderatismo d’impronta montiana è frutto della radicalizzazione di uno scontro che ha caratterizzato anche questa campagna elettorale. È, altresì, la chiara condanna e il rifiuto delle politiche di austerity, che hanno sin qui tradotto e interpretato il sogno europeista in maniera tale da renderlo un incubo quotidiano, per un’Italia rimasta ferma al palo, in termini di economia reale, lavoro, potere d’acquisto e che, di fatto, ha mantenuto inalterato il rapporto di forza economica tra il nostro paese e la locomotiva di un’Europa a due velocità.
Sin dalle origini s’è parlato della nostra debolezza che, in sede di adesione e costituzione dell’Unione monetaria, ha fatto sì che l’Italia entrasse in quel consesso con estremo sforzo (forse non potendoselo permettere) e a costi sociali, politici ed economici troppo alti e gravosi.
Il mancato sviluppo economico e produttivo ha così favorito, nel corso degli anni successivi, l’ulteriore aggravarsi della situazione: la realtà ci vede, ancora oggi, inseriti in Europa con un ruolo di estrema debolezza e sudditanza ed è come se la moneta unica a noi “costasse” più di quanto possiamo permetterci, accompagnata dalle enormi difficoltà derivanti dagli obblighi assunti per poter mantenere fede agli impegni presi.
Nonostante i tassi di cambio fossero, in origine, stabiliti alla pari tra i diversi aderenti, il nostro paese ha poi pagato un costo sociale che, anche a causa dei mancati controlli e dell’enorme peso del nostro debito pubblico, ha scatenato un impazzimento generale dei prezzi ed una notevole perdita del potere d’acquisto.
È pertanto risultato evidente che, invocare ulteriori bagni di sangue e merda, dopo un decennio di grandi sacrifici, non poteva scatenare particolari consensi o adesioni, da parte di un corpo elettorale deluso e in insanabile contrasto con tutta quella nomenklatura, distante e aliena dalla realtà quotidiana di un popolo costretto a manifestarsi come suddito ragionevolmente incattivito.
Altro aspetto, sempre riferito al cosiddetto moderatismo, è che, in un sistema politico nettamente polarizzato, lo spazio per posizioni equilibriste si è definitivamente ristretto e quasi azzerato. Il che è un ottimo segnale per un paese ora libero di orizzontarsi verso il nuovo, fondato sull’evoluzione culturale e antropologica e non più costretto a mediare con l’eterno immobilismo cosiddetto centrista.
L’errore, in un’Italia senza memoria (nè breve, nè lunga), è stato quello di illudersi che un uomo chiamato a farsi figura istituzionale, assunta piena veste politica, potesse catalizzare attorno a sè chissà quali favori e riuscisse a fratturare quel versante di destra da cui proveniva o, più in generale, l’intero bipolarismo.
La non democrazia, su iniziativa del Presidente della Repubblica, in abiti semi-presidenziali e figlia di un parlamentarismo che, in avverse e già mutate condizioni socio-politiche ed economiche, ha ripiegato sul governo tecnico, ha contribuito a far sortire questo risultato. Mesi di decreti e voti di fiducia hanno sfiancato l’intero paese e penalizzato tutte le forze unite a sostegno di quell’esperienza, temporaneo ripiegamento, rispetto all’immediato ricorso alle urne, per paura, eccessiva cautela e, ancora una volta, assoluta ignavia. Anche qui si é dimostrato che al peggio, alla mancanza d’iniziativa e di coraggio, non c’è poi rimedio.
O, se vogliamo buttarla sul ridere e mutuare il linguaggio apocalittico del duo Casaleggio-Grillo, l’orrido complotto planetario del club Bilderberg e dei suoi accoliti, é stato sconfitto!
Dietro o davanti a questo miraggio di irresistibile vittoria, da parte dei sedicenti neo moderati e del centrosinistra, c’è stata l’ingenua, ennesima sottovalutazione di Berlusconi e della sua innegabile capacità a ricompattare attorno a sè la sua destra.
Il grande comunicatore, percepito il clima, ha puntato tutto sulla tenuta del suo fronte e sul prevedibile pareggio, seppure in presenza dell’emorragia di voti in libera uscita.
Il berlusconismo è qualcosa che va al di là della politica: è la destra che non può sopravvivere o esistere in assenza del suo ideatore, è il sodalizio tra Berlusconi e gran parte del suo elettorato che sconfina nell’adorazione e nell’innamoramento pressochè totali. È una dichiarazione di fede, di strettissima osservanza, che inquadra l’uomo, il suo carisma e le sue immaginifiche fascinazioni, prima di qualsiasi altro aspetto.
Tra i tanti paradossi di quest’esito elettorale ce ne sono di particolarmente interessanti, che testimoniano l’anomalia tutta italiana: da una parte un Berlusconi reso perdente di successo, sia da un Bersani, vincitore immaginario, sia da un astuto Grillo, profittatore dell’odierno caos e del ribellismo contrapposto ai vecchi schieramenti, ancor prima che favorevole ai suoi proclami populisti e più che ovvi.
L’uomo medio dei media ha potuto così trarne vantaggio e assicurarsi tenuta e centralità anche grazie all’uomo medio dei nuovi media.
Rientra nella realtà dei fatti che il tour elettorale di Grillo sia stato tutto giocato più contro il presunto vincitore che contro il sempre presunto perdente.
Si dice ora che il vero e unico vincitore, tra le macerie destinate ad accrescersi, sia questo (ex) teatrante che porta con sè un nuovo modello di non democrazia: una nutrita pattuglia di ex anonimi (in verità alcuni già noti per altre più modeste militanze) approda in Parlamento per amplificare la singola voce di un altro incandidabile perdipiù non eletto.
All’indomani di questo “facile” consenso, che certo merita rispetto e riconoscimento, non possiamo prescindere dalla sua natura, dalla sua origine e da quel che sarà in grado di rappresentare.
L’artista politico, nella sua indiscutibile poliedricità e nel suo folklore, è riuscito a concentrare attorno a sè tutto il malumore ed il risentimento, altrettanto multiforme, proveniente da più versanti.
Credo esista, in Grillo e in chi per lui, la piena consapevolezza della varietà umana e politica che il M5S è riuscito a conquistare.
Questo lo renderà altrettanto conscio del fatto che in tutte le prossime mosse maggiore è il rischio di perdere una parte dei favori raggiunti, piuttosto che guadagnarne. Semprechè nella restante parte della politica non domini l’immobilismo e il desiderio suicida.
Sarà interessante vederlo capeggiare un gruppo così eterogeneo, animato e unito da un identico sentimento contestatario ma, forse, portatore di istanze e desideri abbastanza diversi e distanti tra loro.
Grillo e Casaleggio sanno bene che le odierne sollecitazioni degli avvelenati e dei transfughi provenienti dal centrosinistra, che ora spingono al sostegno di un governo Bersani, se accolte, provocheranno una prevedibile perdita di consensi da parte degli avvelenati e delusi della destra in forza al suo elettorato.
È la democrazia, bellezza! E riuscire ad eterodirigere un’identità davvero postideologica non sarà per niente facile, al di là del terreno della protesta.
Una piccola parentesi meritano gli eletti di questo schieramento che, scelti in ambito condominiale, hanno timidamente cominciato a rendersi visibili: l’interrogativo più rilevante coinvolge la natura umana, i vizi e le virtù, che avremo modo di vedere e verificare in sede istituzionale.
Qualche primo, marginalissimo appunto, che mi ha subito colpito, riguarda il fatto che, in tutte le apparizioni sin qui viste e sentite, nessuno dei neo rivoluzionari ha disdegnato l’appellativo “onorevole”: non uno che si sia spinto a ricordare che il suo ruolo è quello di cittadino (come amavano predicare in campagna elettorale) chiamato alla rappresentanza di altri cittadini in sede istituzionale.
Non un commento alla notizia che, in quel contesto, sono risultati eletti una madre senatrice e un figlio deputato; episodio che la dice lunga, sebbene si tratti di un piccolo particolare, di un neo, sul totale mancato controllo circa l’opportunità politica di una concomitanza di candidature nel medesimo ambito familiare (il che non è proibito ma, certamente, non denota alterità per chi crede e spera di rappresentare il nuovo in via esclusiva).
Beppe Grillo, o chi per lui, conosce così bene quante e quali difficoltà di gestione potranno sorgere, tanto da mettere le mani avanti e addossare le responsabilità su  eventuali future defezioni (fors’anche memore di quanto già capitato) ad un presunto “mercato delle vacche” ad opera del Partito Democratico.
Il Partito Democratico si trova ora nelle condizioni di chi, piuttosto che inseguire questo moto ondoso, dovrà dare prova d’essere in grado di proporre un autentico cambiamento e rendersi promotore ed interprete delle necessarie riforme capaci di dare respiro all’economia reale, al lavoro, all’assetto istituzionale, al sogno europeo di diversa impronta, alla moralità nella politica e sanare la frattura con una società civile indignata e che non trova più alcuna degna rappresentanza.
È tempo di mantenere i nervi saldi, smetterla d’inseguire le quotidiane bordate e mettere sul tavolo le migliori idee e le energie davvero progressiste di cui si è capaci, superando i luoghi comuni e le parodie di un Bersani che continua a somigliare sempre di più al vecchio compagno interpretato da Ferrini in “Quelli della notte”.
Fuori tutto il coraggio, sin qui inespresso, per sfidare gli avversari politici e dimostrare d’essere adeguati a governare il rinnovamento.
Largo e meritato spazio, all’interno del partito, a chi, sconfitto con grande onore alle primarie, ha dimostrato tutta la sua immensa dignità e dato un forte segnale sull’inequivocabile necessità di voltare pagina.
Altro paradosso riguarda la Lega: nel momento di massima debolezza detiene il massimo potere in quella parte del paese che nutre il desiderio di farsi Stato nello Stato, se non addirittura Stato a sè stante, rispetto ad un’Italia che, se incapace di risollevarsi, è destinata ad implodere in un definitivo collasso.
È chiaro che il primo schieramento “tradizionale” che riuscirà a rimettersi in asse e riconquistarsi la meritata fiducia si riprenderà la quota protestataria in prestito a Grillo.
Va dato atto e merito a coloro che, in assoluta buona fede, hanno orientato il loro voto in quella direzione, d’avere sin qui evitato una deriva ed un irrimediabile tracollo.
Il nostro paese resta però ancora a rischio e il fascino esercitato da una presunta rivoluzione, se relegata e vocata all’opposizione contro tutti e tutto, è destinata a spegnersi inesorabilmente o favorire pericolosissime involuzioni.
Inutile fingere che la più grande incombenza spetti solo a chi ha il dovere di governare.
Le grandi responsabilità toccano e coinvolgono anche chi ha condotto egregiamente la sua campagna elettorale, spingendosi là dove gli altri non hanno avuto il coraggio e l’ardire di presentarsi, dimostrando ancora una volta la loro assoluta ignavia; chi, a differenza degli altri, ci ha messo la faccia, suscitando speranze anche in assenza di credibili soluzioni.
Se Atene piange, Sparta ha ben poco da ridere e di cui gloriarsi.
E certo non ci si può accontentare, nel medio e lungo periodo, dell’affermazione dell’ennesimo pluri-milionario, che ci invita tutti ad un futuro nel quale saremo “più poveri, ma più felici”.
È vero, la mole di consensi verso i 5 stelle, fa il suo bell’effetto. Personalmente, però, non mi faccio impressionare dal moto ondoso (lo tsunami) originato dalla rabbia, dalla delusione e dallo scarso rispetto che merita quest’orrenda classe politica.
La politica è ben altro: qualcosa di assai più degno di chi la incarna. E, superato il periodo “bellico” della campagna elettorale, ora c’è bisogno di risposte e soluzioni che siano all’altezza.
Nei prossimi mesi vedremo chi sarà capace di proporsi come vero e primo attore politico, meritevole di fiducia e consenso, che abbia tutto il senso dello Stato necessario a salvarci da una rovinosa discesa.
Intanto restiamo in attesa: senza troppo pessimismo, nè particolare ottimismo.
Aspettando che il centrosinistra faccia le sue mosse con la sua ipotesi di governo, che la destra continui ad osannare e servire le necessità e le urgenze del suo capopopolo col ricorso alla piazza, che la parte residua del leghismo suoni la grancassa della macro-regione nordica e che il nuovo uomo medio dei nuovi media scopra le sue carte, anche a rischio di procurare delusioni in una parte di chi ha aderito al moto rivoluzionario.
Siamo in piena rivoluzione.
Sarà un piacere viverne gli ulteriori, futuri sviluppi dopo questo mirabolante debutto.
Aspetto, con ansia, di conoscere tutto il campionario umano delle nuove rappresentanze parlamentari.





Lettera, a(gl)i (e)lettori, in busta chiusa, con finestra aperta sul futuro

23 02 2013

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Io non vivo grazie alla politica.
Vivo del mio lavoro e, l’assenza di questi giorni, lo testimonia.
La politica vissuta come pura passione civile, diversa e distante da quella di chi si appella ad un senso civico (retribuito) tradottosi nella costituzione di liste tutte ben infarcite di soliti noti o solide retroguardie, nascoste dietro un apparente nuovismo, mi spinge a partecipare, nei limiti del possibile, ed esprimere qualche ultima considerazione alla vigilia del voto.
In tutti questi giorni ho intensamente dibattuto, in ambito privato, con amici di vario orientamento politico – di destra e di sinistra –  tutti indistintamente affascinati dall’onda rivoluzionar-reazionaria.
Tutto questo indistinguibile e confuso ribellismo è certamente figlio di quella mala politica, arroccata nei palazzi d’inverno e vissuta con l’incessante e sempre più famelica avidità di quel che oggi definiamo genericamente casta.
La posta in gioco riguarda ora il nostro comune futuro: tra democrazia, capace di rinnovarsi e così risorgere dalle ceneri (de)generate per mano di chi, dopo circa vent’anni interamente dedicati alla cura e alla tutela di privatissimi interessi personali e appena 14 mesi fa, aveva spinto e portato il resto del paese (e non sé stesso!) sull’orlo del baratro o ineluttabile involuzione e regresso, adesso favorito da più o meno (in)consapevoli apripista d’una deriva fatta di neo autoritarismo, che troverà sponda e giustificazione grazie al vuoto generato dal caos.
Siamo alla vigilia d’una scelta definitiva sull’idea di futuro che vogliamo offrire a noi stessi ed al nostro paese.
Il mio invito è quello di non sottrarsi alla partecipazione che segnerà il destino di ciascuno di noi.
Capisco il disgusto, la profonda disaffezione e il senso di estraneità che certo non hanno trovato alcun conforto in questa penosa campagna elettorale.
Capisco alcune delle ragioni espresse dall’ottima Michela Murgia.
Capisco l’irrefrenabile impulso a far sì che giunga la giusta condanna ad una pressoché intera classe politica e dirigente, che non merita attenuanti e nessun possibile appello.
Capisco il desiderio di chi non vuole rendersi più complice e ora esprime il suo deciso “not in my name”.
Capisco le ragioni di chi afferma che – forse – la buona politica è moribonda e nessuno merita consenso.
Ma non capisco e non posso accettare che queste ragioni non riescano e non possano trovare una residua speranza per far sì che non muoia definitivamente la democrazia.
Buon voto a tutti.





Partito (e)statico

19 12 2012

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In mezzo ad un’informe accozzaglia (speriamo minoritaria e destinata a rimanere tale) di rabbiosi, priva di distinzione e – alla fin fine – di dignità, politica e personale, eterno megafono di slogan banali e sotto dettatura, ripetuti ad oltranza, in un mantrico martellamento continuo, il signor nessuno per eccellenza, vecchio uomo medio dei media, giganteggia, spadroneggia, diventa prepotente tra adulatori, fomenta le liti, aizza i suoi cani da ferma, da cerca, da seguita, da tana, da traccia e da riporto, accresce gli odi e i rancori, il suo e altrui delirio.
È l’era della politica che si traduce in uno stato di collettiva ipnosi regressiva, attraverso cui far emergere gli istinti più bassi e sin qui nascosti.

P.S.: trova le differenze con l’altro post





Movimento (e)statico

19 12 2012

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In mezzo ad un’informe accozzaglia (speriamo minoritaria e destinata a rimanere tale) di rabbiosi, priva di distinzione e – alla fin fine – di dignità, politica e personale, eterno megafono di slogan scurrili e sotto dettatura, ripetuti ad oltranza, in un mantrico martellamento continuo, il signor nessuno per eccellenza, nuovo uomo medio dei nuovi media, giganteggia, spadroneggia, diventa prepotente tra adulatori, fomenta le liti, aizza i suoi cani da ferma, da cerca, da seguita, da tana, da traccia e da riporto, accresce gli odi e i rancori, il suo e altrui delirio.
È l’era della politica che si traduce in uno stato di collettiva ipnosi regressiva, attraverso cui far emergere gli istinti più bassi e sin qui nascosti.





La seduzione della sedizione

13 12 2012

Democrazia DirettaHanno ragione d’essere tutte queste polemiche?
Perché continuare ad occuparsi di un simpatico comico – rimasto tale – che pare ispirarsi a modelli da Repubblica islamica iraniana?
Si può riporre fiducia verso chi non ha alcuna considerazione e rispetto per le idee altrui, si sottrae al confronto e non garantisce nessuna tutela alle eventuali minoranze interne al Mo’ Vi Mento?
Ha senso analizzare il caravanserraglio che Grillo ha messo in piedi?
E, soprattutto, che ragione abbiamo di favorire, dopo i nominati, l’ascesa di nuovi parlamentari obbedienti e sottomessi?
Sono domande ispirate ai requisiti minimi di democrazia interna che dovrebbero animare la vita dei partiti o dei movimenti politici.
E’ però probabile che, tenuto conto dell’identità “personalistica e carismatica” che ha assunto (suo malgrado o scientemente) anche il Mo’ Vi Mento 5 stelle, rilievi e obiezioni di questa natura non abbiano più alcun senso, perché chi decide di aderire, con la necessaria consapevolezza, è chiamato a sottostare all’insindacabilità dei giudizi, degli umori e dei malumori del suo capo indiscusso.
E’ identica caratteristica a quel che è stato, sino ad oggi, il Popolo della Libertà che, non a caso, nell’art. 1 del suo statuto si definisce anch’esso “movimento di donne e di uomini” e non partito. O quel che è stata l’Italia dei Valori costruita attorno alla figura di Di Pietro, oppure il Partito Radicale sempre legato al carisma di Marco Pannella (che, a suo tempo, se avesse potuto godere della stessa amplificazione mediatica concessa a Grillo, avrebbe dato vita ad un più meritorio Partito Radicale di massa).
Nel caso del Mo’ Vi Mento in questione il sottinteso, non esplicitamente espresso nel “non statuto”, per chi si “associa”, è oramai chiaro: la democrazia è diretta da chi ne fa beffe (Grillo) e da un apocalittico alchimista, con misteriose doti informatiche, desideroso di coronare i suoi grilli per la testa. Uno scrive, l’altro posta e sugli infedeli domina e vige la legge sull’apostasia.
L’assoluta noncuranza, rispetto a qualsiasi opposizione democratica che si è manifestata all’interno, è da sempre apparsa chiara e netta: non c’è spazio per il dibattito, il civile confronto delle idee, la discussione sulle regole nella home page (sede) del Mo’ Vi Mento.
Addirittura, in un memorabile post gli oltraggiosi moti sediziosi, vergati in una conversazione su un forum privato, sono stati resi oggetto di puntuali colpi di verga del comico censore.
Nella pressochè totale assenza di regole stabilite e condivise o in presenza di proposizioni dogmatiche, nella visione monocratica e nella prospettiva unidirezionale d’una democrazia che non tiene conto di inutili particolari, l’ordine è solo uno: adattarsi o arrendersi alle condizioni del grande dettatore.
À la guerre comme à la guerre!
In questo storico frangente c’è un solo obbligo morale, civile e politico: incensare il censore.
Così viaggiano e vanno gestite la libertà e la democrazia nel Mo’ Vi Mento nato e mortificato in rete.