L’égalité et la légalité.

22 07 2012

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La vicenda che, per necessità e sintesi, chiamerò “giallo Napolitano”, ripropone, nell’attualità politica italiana, l’ormai annoso tema dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge e del rapporto tra i diversi poteri dello Stato, ognuno riconosciuto nella propria autonomia ed indipendenza, ciascuno chiamato a garanzia della vita democratica e del suo equilibrio.
Le polemiche tra “corazzieri” e “guastatori”, emerse al’indomani del conflitto di attribuzione sollevato dal Quirinale contro la Procura di Palermo, hanno evidenziato il diverso approccio tra chi ha assunto una difesa d’ufficio della più alta carica istituzionale e chi, anche in virtù del fatto che non possono e non devono esistere due pesi e due misure nell’applicazione e nel rispetto delle leggi e dei principi, ha manifestato identico spirito critico dimostrato in altre, recenti vicende.
Impossibile non notare una certa contraddizione tra chi, a suo tempo, ha assunto, sulla questione intercettazioni o sul conflitto politica/magistratura, un atteggiamento “barricadero” e oggi, con assoluta noncuranza, dimostra sensibilità opposta e contraria, a difesa della “fortezza Quirinale”.
D’altro canto, inevitabile sottolineare il pericolo di favorire derive populiste e/o sfasciste da parte di chi, a testuggine, senza prendere atto che, piaccia o meno, il conflitto di attribuzione si fonda su un diritto riconosciuto, ha sferrato un deciso attacco all’unica istituzione sin qui rimasta super-partes e al di fuori dell’agone politico.
La situazione appare piuttosto delicata, soprattutto in questo frangente: esiste certamente la necessità di garantire il regolare svolgersi delle indagini in corso al fine di pervenire all’accertamento della verità e risalire alle responsabilità degli autori/attori della reale o presunta trattativa Stato/mafia; l’obbligo di ribadire l’uguaglianza, alla luce di eventuali atti illeciti, di tutti i cittadini sottoposti al rispetto della legge e delle regole, senza alcuna  eccezione; l’imperativo di salvaguardare le istituzioni (tutte!) e il loro ruolo costituzionalmente riconosciuto e tutelato.
Il conflitto di attribuzione rimanda il tutto ad altro e più alto organo dello Stato, chiamato a dirimere la questione.
Inutile gridare, preventivamente, allo scandalo o denunciare gravi interferenze. Così pure appare insensato sottolineare che la Consulta pulluli di membri compiacenti. Anche qui emergerebbe una stridente contraddizione da parte di chi, a suo tempo, ha irriso ad analoghe doglianze di matrice berlusconiana e oggi se ne fa indirettamente portavoce.
La sala “Travaglio” dell’incalzante anti-politica, tesa a distruggere più che a costruire, che sinora e per sua natura non ha rappresentato una solida e valida alternativa ad un sistema degenerato, ma potrebbe favorire derive d’altro genere, dovrebbe, pertanto, dimostrare maggior cautela.
Non può esistere un inossidabile punto di vista secondo cui la primazia spetta sempre e comunque alla Magistratura, nè può esistere un eterno stato di polizia permanente, per quanto il “regime” possa manifestarsi corrotto, inaffidabile e degenerato.
A degenerazione del sistema non si può rispondere con ulteriore alterazione che potrebbe portarci definitivamente al di fuori dall’alveo democratico e costituzionale.
In questa doverosa tutela e salvaguardia si deve, altresì, operare una netta distinzione tra persona (soggetta alla legge) e carica istituzionale. Senza cieche difese d’ufficio.
È certamente vero che va garantita l’integrità delle istituzioni. Di pari passo va stabilita quella delle persone chiamate a ricoprire ruoli istituzionali e rappresentarli con dignità e onore.
Resta un unico e inderogabile punto fermo: la necessità e il diritto di conoscere tutta la verità, nient’altro che la verità.

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