Elettorato attivo versus suddito radioattivo

8 06 2011

La destra eversiva (rispetto alla vigente Costituzione), che incorpora in se Pdl e Lega (uniti dall’azionista unico), ha così tanto rispetto e considerazione della volontà e della sovranità popolare che, in perfetto stile da Prima Repubblica, invita all’astensione.

L’articolo 48 della Costituzione che, tra l’altro, recita: “…Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico”, viene così relegato, in previsione di sconfitta, a inutile perdita di tempo.

Il dovere civico sopra riportato, invece, richiama ciascuno di noi ad esercitare al meglio quest’opportunità che ci è riconosciuta.

Soprattutto sui temi e le questioni che riguardano il nostro futuro, le prospettive legate allo sviluppo energetico del nostro Paese e per testimoniare il nostro senso dello Stato rispetto a problematiche di interesse collettivo, senza lasciare nelle mani di una piccola, “illuminata” (fulminata, più che altro!) elite di farneticanti geronti, le scelte che riguardano il nostro avvenire.

E’ in gioco e in discussione l’importanza che diamo al nostro essere comunità chiamata a garanzia del comune interesse.

Per ovvie ragioni, la destra eversiva, che predilige questioni e interessi privati a scapito di quelli diffusi, si manifesta né più né meno di quel che è e che rappresenta.

Ecco perché tutti coloro che nutrono amore verso una politica che ha il dovere (anch’esso civico) di tutelare beni e valori di interesse collettivo devono andare al voto ed esprimere il loro importantissimo punto di vista sugli argomenti oggetto di referendum il 12 e 13 giugno, che ci riguardano da vicino e non possono vederci estranei o non coinvolti.

SI al referendum contro il nucleare: per essere corpo elettorale attivo che si sottrae al destino di ritrovarsi costretti come sudditi radioattivi per scelte dissennate di una vecchia classe dirigente che ha già costruito il suo futuro e se ne frega di quello altrui.

SI ai due referendum per sancire l’intangibilità dell’acqua come bene comune: perché il mito della privatizzazione, da parte di una classe dirigente che ha sempre manifestato disprezzo e scarsa cura verso la cosa pubblica (sempre gestita senza un minimo di responsabilità, incurante delle sperpero di danaro pubblico, sempre propensa all’occupazione clientelare, familistica e lotizzatoria, mai chiamata a rispondere delle nefandezze commesse a danno della collettività), non risulta credibile. Una classe politica incapace di buona amministrazione non può presentarci come valida l’alternativa di un intervento privato che magari privatizza i profitti e socializza le perdite. E può farlo ancor meno nel momento in cui ha più e più volte dimostrato incapacità di gestione.

Se esistesse il richiamo alla responsabilità ed eventualmente la giusta persecuzione civile e amministrativa di chi arreca danno a tutto quel che riguarda la pubblica utilità, forse il pubblico funzionerebbe in maniera uguale, se non migliore, al privato. Se chi è chiamato a gestire l’interesse pubblico avesse la mentalità di chi opera in ambito privato e portasse con se lo stesso spirito di salvaguardia di quell’interesse come proprio, allora non ci sarebbe bisogno di nessun ausilio salvifico da parte di nuovi “padroni del vapore” pronti a fagocitare i gioielli e il patrimonio di uno Stato bancarottiero per incapacità di gestione della classe politica sprovvista di questo doveroso (obbligatorio) senso dello Stato.

SI al referendum contro il legittimo impedimento: perché di legittimo esiste il solo e unico principio che proclama la legge uguale per tutti. Ancor di più nei confronti di chi è chiamato a dare l’esempio quale Primus inter pares e non può, in alcun modo, sottrarsi alla legalità se vuol essere degno di rappresentare un’istituzione rispettosa del dettato Costituzionale su cui ha giurato (e non spergiurato).

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