Se il Signor Silvio non fosse Berlusconi

10 05 2011

            Il Presidente del Consiglio, “Urlando Furioso”, nelle sue quotidiane, dilaganti perorazioni, continua a sostenere d’essere vittima d’un feroce accanimento giudiziario.

            Sorge spontanea una domanda, tra le tante: è vero oppure si tratta di una sorta di delirio persecutorio?

            Nella realtà, in situazioni normali, non alterate dall’abuso di potere, da prescrizioni cucite su misura, da legittimi impedimenti, da “lodi all’altissimo”, ad un ipotetico Signor Silvio Nessuno, chiamato a rispondere di reati analoghi a quelli contestati al Premier, sarebbe riservato ben altro trattamento.

            Un imputato di concussione (basta dare una rapida lettura ai giornali che riportano notizie di questo tipo), per esempio, raramente rimane a piede libero (si va dalla custodia cautelare agli arresti domiciliari, secondo le cronache giudiziarie).

            Ancor più se e quando la prova risulta così evidente da convincere il giudice ad accogliere la richiesta, del pubblico ministero, di ricorrere al giudizio immediato. Il nostro Signor Silvio Nessuno non potrebbe avere pari vantaggi e immunità di chi porta altro cognome e riveste – pro tempore – un ruolo istituzionale.

            Esiste, poi, il rischio di incorrere in ulteriori reati rispetto ai quali il Signor Silvio Nessuno, in altri paesi, sarebbe chiamato ad adottare maggior cautela e non potrebbe manifestare “allegramente” giudizi tanto oltraggiosi verso la Magistratura o una parte di essa (rif).

            Anche in questo caso, se vivessimo in un’Italia meno da sceneggiata (o da teatrino?), basterebbe il richiamo al “Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservare lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare la mie funzioni nell’interesse esclusivo della nazione” e troverebbe piena applicazione, sia per il Signor Silvio Nessuno che per i suoi frenetici emuli Lassini e Santanchè (“Simil battaglia fa la mosca audace”), l’art. 290 del Codice di Penale che recita: “Chiunque pubblicamente vilipende la Repubblica, le assemblee legislative o una di queste, ovvero il Governo, o la Corte costituzionale, o l’ordine giudiziario e’ punito con la multa da euro 1.000 a euro 5.000. La stessa pena si applica a chi pubblicamente vilipende le Forze armate dello Stato o quelle della liberazione. Articolo cosi’ modificato dalla L. 24 febbraio 2006, n. 85.”.

            In un’Italia, culla di un autentico Stato di Diritto, equanime e non giustizialista, le dichiarazioni di un Signor Silvio Nessuno tipo: “C’è un patto tra Fini e l’Associazione Nazionale Magistrati” e addirittura l’indicazione di un giudice, presente alla trattativa, quale referente di questo presunto orrido complotto, costituirebbe notizia di reato.

            Il Signor Silvio Nessuno verrebbe convocato in qualità di persona informata di fatti resi noti addirittura in una manifestazione pubblica (con tanto di riscontro audio-video, senza intercettazione alcuna).

            Normalissima e dovuta prassi che porterebbe all’accertamento della verità e all’individuazione di tutti gli autori del reato stesso. O, in alternativa, qualora si trattasse delle solite parole in libera uscita, impetuose e senza costrutto, si potrebbero qualificare come falsa testimonianza, diffusione di notizia falsa, calunnia, possibile turbativa dell’ordine pubblico.

            Ma, com’è evidente, viviamo in Italia. Paese che, da circa 18 anni a questa parte, ha accantonato il rispetto delle regole, della legalità, l’equilibrio tra poteri e il senso dello Stato.

            Per la serie: non sono Stato io!

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