La destra privatizzata o l’interesse collettivo

9 05 2011

Il 15 e 16 maggio, in oltre 1.300 Comuni, ci sarà l’eterno referendum pro o contro Berlusconi Silvio, figlio unico e legittimo della Prima Repubblica.

Si tratterà di un importante test elettorale il cui esito potrà chiarire il livello del dissenso o della tenuta del consenso rispetto alla destra privatizzata.

Ancora una volta gli interessi collettivi, che avrebbero dovuto contraddistinguere e caratterizzare il confronto politico, hanno ceduto il passo ai personalissimi e privatissimi interessi dell’amministratore unico del PDL.

L’anomala destra, da sempre consapevole della stretta connessione tra il destino del suo leader e la sua stessa sopravvivenza, ha così accettato che le elezioni amministrative virassero sul versante delle pendenze giudiziarie, rendendole prioritarie a scapito delle problematiche locali.

Sarà particolarmente interessante verificare quanta parte dell’elettorato PDL continuerà a manifestare piena adesione alle istanze (giudiziarie) del Premier, che hanno posto sotto sequestro un’intera coalizione, pron(t)a a soddisfare necessità individuali, e hanno avviluppato gran parte dell’attività parlamentare e dell’azione di governo.

Sarà altrettanto rilevante verificare quale orientamento prenderà l’area degli incerti, degli insoddisfatti o delusi dall’ingessato duopolio PD-PDL, quanto riflesso avrà il desiderio di certa parte leghista di smarcarsi dal Dominus, quale impatto avrà la crisi economica (censurata e negata da chi dice “stiamo tutti bene”). E – ancora – quanto seguito riuscirà a trovare e raccogliere la parte legalitaria epurata dal Partito del Leader, quanto fascino continuerà a sopravvivere di un potere esercitato in modo arbitrario e quanto peserà l’astensionismo.

Particolare importanza assume il laboratorio di Latina e l’esperimento di fuoriuscita dalle etichette del Novecento, che potrebbe costituire l’avanguardia d’una possibile fuoriuscita dal berlusconismo.

Altro che fasciocomunismo! Latina incarna in sé quella chiamata alla consapevolezza nazionale di cui l’intero Paese avrebbe bisogno. Non contro qualcuno ma a favore d’un nuovo senso civico e d’un realismo che preferisce costruire un nuovo patto di cittadinanza, prima della definitiva catastrofe sociale, antropologica, culturale, morale, politica, ed economica.

Quale miglior soluzione, se non quella tanto agognata e definitiva pacificazione, sperata e inseguita per anni, in nome di un interesse unitario, nazionale e finalmente collettivo basato su rinnovate regole da condividere? Costruire qualcosa senza aspettare di doverlo fare sulle macerie.

Lo scenario di una politica orientata a restringere il divario con la società civile e farsi carico dei problemi reali, delle urgenze epocali e delle necessità che riguardano tutti, potrebbe tramutarsi da presunta eresia a possibile alternativa nazionale.

Alternativa che, naturalmente, passa anche attraverso le scelte da adottarsi negli eventuali ballottaggi.

Restiamo in attesa… d’una pacifica rivoluzione politica e culturale, all’insegna dell’interesse collettivo.

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