La via d’uscita politica dall’anomalia italiana

31 05 2011

La vittoria del centrosinistra o la sconfitta della destra segnano l’inizio della fine di questa “Brutte Époque” che ha caratterizzato l’Italia.

E’ il ritorno sulla scena della politica. Una sorta di riscatto di quella sovranità popolare, mai disposta a concedere deleghe in bianco o permettere la manipolazione del democratico consenso ad uso e consumo personale.

La temuta “via giudiziaria”, su cui si è incaponito il Premier, cede così il passo ad una fuoriuscita, squisitamente politica, dalla perdurante anomalia italiana.

Il centrosinistra, nonostante le accuse di presunto estremismo, trova una sua nuova forma che, ora, deve definitivamente costituire l’alternativa allo stallo politico, economico, sociale ed istituzionale del nostro Paese.

Il modello, tutto basato sulle supposte verità, d’una destra diventata sempre più estrema ed eversiva (rispetto alla vigente Costituzione), stavolta non ha fatto breccia sull’elettorato.

L’ottimismo e il desiderio di cambiamento – perché di questo si tratta – hanno dominato qualsiasi spettro e qualsiasi paura.

Le fobie della destra, dai tratti e dagli accenti xenofobi, omofobi, islamofobici, antistatali e anti-istituzionali, la fonte di una politica degenerata nell’irrazionale, la caccia alle streghe e questo rinnovato indegno tribalismo sociale, non hanno trovato adesione o sponda.

La multiforme società italiana si è dimostrata assai più seria e matura, distante e distinta dall’immagine di chi voleva costringerla e ridurla a questo tipo di deriva, incapace e anch’essa indegna di rappresentare la civile convivenza.

Gli inganni, le mirabolanti imprese troppo spesso annunciate e mai realizzate, il federalismo fondato su logiche spartitorie, su miserrimi egoismi, su una visione disgregante dell’unità nazionale, sugli interessi privati, sull’arroganza e la veemenza d’un potere arroccato nel Palazzo, hanno allontanato tutti coloro che non accettano questo clima di guerra permamente.

Il miglior antiberlusconista è stato Berlusconi, ancor oggi, ostinato a voler recitare la farsa dell’uno contro tutti.

Assieme a lui il gregario Bossi e tutti i regionalisti del Nord, che hanno dato fiato e sfogo a tutto l’armamentario di una Lega di lotta, sempre meno credibile perché costretta a combattere contro l’incombente immagine della Lega uniformata al Governo, al potere e al sottopotere.

Altro che Premier zavorra da cui il perfetto sodale non si farà trascinare a fondo!!!

La democrazia italiana merita adesso nuove pagine, meno avvelenate, capaci di infondere speranza e ottimismo nel presente e nel futuro.





Comunali a Cagliari: ®-evolution, contro il grigiore e la paura sulla base dei programmi

24 05 2011

In quest’ultima settimana, anche a Cagliari, i toni di una campagna elettorale che, tutto sommato, è sin qui rimasta in un ambito di civile confronto, si sono accesi in vista del definitivo ballottaggio.

Ieri (23 maggio), nella sede del Comitato elettorale della destra, è stata ritrovata una lettera anonima e minatoria, pare accompagnata da un proiettile, che intimava di “lasciare la città” (rif).

Fenomeni di violenza e intolleranza che, in periodi di assoluta calma, non si manifestano mai. Cagliari è abitualmente città abbastanza tranquilla, senza particolari episodi di conflitto politico, al di là della vis polemica circoscritta alle parole, mai sconfinata nell’odio o in azioni violente.

Ciò non toglie che l’idiozia possa abbondare su qualsiasi versante o addirittura non avere collocazione e matrice politica. In questo caso, com’è evidente, la mamma dei cretini è sempre incinta e, questi ultimi, non sanno neppure chi sia il padre.

Saltano fuori bufale e ipotesi inverosimili su un’eventuale ingovernabilità qualora dovesse prevalere il candidato del centrosinistra Massimo Zedda.

Non si capisce bene su quali basi, nel momento in cui è noto che in caso di vittoria scatta il premio di maggioranza (60%) (rif. sentenza n. 03022/2010 del Consiglio di Stato).

Circolano illazioni su false parentele tra il candidato Massimo Zedda e l’ex governatore Renato Soru. E – anche qui – non si capisce bene quali terribili riflessi e implicazioni potrebbero derivare.

E’ come se sostenessimo, con altrettanta forza e sottintesa malevolenza, che il candidato della destra, siccome è fratello di persona che ha estrema vicinanza con l’immobiliarista Zuncheddu, potrebbe essere, direttamente o indirettamente, condizionato e al centro di colossali conflitti di interessi.

E il fatto che faccia parte, sempre il fratello del candidato della destra, del Consiglio di Amministrazione dell’Unione Sarda, la cui portata editoriale si estende alle emittenti televisive Videolina e TCS, all’emittente radiofonica Radiolina e alla comproprietà del Foglio, rappresenti una aggravante.

D’altra parte non è una novità l’evidente sostegno di questo gruppo editoriale alla destra isolana e nazionale come parte politica di riferimento.

Circolano accuse reciproche di padrinaggi, condizionamenti (del mattone e del massone). Echeggiano i riflessi della politica nazionale. Insomma il peggio del peggio, lontano dai problemi concreti riguardanti l’amministrazione comunale.

In realtà devono pesare e valere ben altre argomentazioni. Nessun pregiudizio e nessun processo alle intenzioni. La valutazione deve essere fatta a priori sulla base del programma presentato e, in seguito o in itinere, sulla sua realizzazione e sull’efficienza di chi sarà chiamato ad amministrare la città di Cagliari.

La mia preferenza va al candidato Sindaco Massimo Zedda, su cui orienterò il mio voto.

Per due ragioni: la prima, ovviamente, si basa sul programma elettorale che ho esaminato, che mi sembra più circostanziato, meno generico e che mi dà l’ìdea di una città capace d’essere realmente inclusiva. Espressione di una futura amministrazione comunale chiamata ad affrontare e governare i problemi della città, senza agitare spauracchi e nell’interesse collettivo. Capace di governare in nome della dovuta trasparenza e dell’obbligo di render conto ai cittadini del proprio mandato.

La seconda motivazione si fonda sulla necessità di colmare quel gap generazionale che contrassegna, condanna e limita da troppo tempo la politica, sia isolana che nazionale. Il mio giudizio personale, pertanto, è quello di chi sostiene l‘alternanza e il cambio (anche sotto il profilo anagrafico): il che si traduce nella scelta di un candidato che non deve farsi interprete di nessuna eredità di vecchie e immutabili gerontocrazie.

Insomma e infine: la faccia buona che oggi propone la destra, laddove addita la controparte come portatrice di un estremismo che non esiste, non mi convince e mi dà l’impressione d’essere retaggio d’una politica che vuol ridurre tutto ad una guerra tra bande o che sembra chiamata a tutelare particolari priorità o rappresentare interessi di parte.

E mi convince ancor meno nel momento in cui adotta il solito lessico, ormai insensato e abusato, che prospetta catastrofi in caso di sconfitta elettorale.

E allora se la sfida è tra l’interesse troppo spesso privato e di parte e quello che, invece, deve riguardare tutti e riportare un nuovo civismo anche nella città di Cagliari, la mia scelta si spinge verso questa seconda opzione.

Immagino una Cagliari dei diritti (e certo dei doveri) riconosciuti a tutti: una città nella quale la garanzia e l’estensione dei “diritti di cittadinanza”, sia parte fondamentale di una realtà urbana inclusiva.

Ecco perché il mio personalissimo favore va verso chi prospetta una visione più tollerante del vivere civile e ha il coraggio di immaginare che l’estensione dei diritti non significa in alcun modo ledere quelli pre-esistenti o privilegiarne qualcuno o pochi a scapito di altri.





La grillaia e il “terzobottismo”

20 05 2011

Spiace dover imbastire una piccola e modesta polemica nei confronti del Movimento V stelle e del cosiddetto Terzo Polo.

Ma c’è un tempo per la protesta e per i distinguo – che trovano una loro plausibilità ed una ragion d’essere – e ce n’è un altro che richiede maggior dose di coraggio, non necessariamente compromissorio, affinchè la vis polemica, accompagnata da una seria e credibile analisi e proposta politica, non si riducano a terreno improduttivo e luogo sterile. Una grillaia, per l’appunto.

La scelta, né con la destra né con la sinistra, che accomuna la “grillaia” e il “terzobottismo”, seppur con accenti diversi, non può che apparire, in questo delicato frangente, piuttosto pilatesca.

L’analisi di chi cataloga la situazione attuale in un indistinto egualitarismo al ribasso (questo o quello per me pari sono) non aiuta di certo a superare la criticità del momento.

Esistono motivazioni di natura diversa tra la “grillaia” e il “terzobottismo”.

La “grillaia” vuol forse relegare se stessa nel recinto dei duri e puri, quelli che disprezzano la classe politica attuale, senza alcun distinguo, che vogliono destrutturare il sistema, magari ridurlo a macerie. Per poi ricostruire cosa e con chi? Da soli? Nella prospettiva di poter governare solo dopo il raggiungimento di una maggioranza bulgara? (il che rende loro il rovescio della medaglia dell’attuale decadente telecrazia) O la vocazione è quella di costituire una nutrita minoranza in eterna opposizione a tutto e a tutti?

Il “terzobottismo”, invece, pensa e spera di potersi ritagliare un adeguato spazio in virtù di un moderatismo contrapposto all’estremizzazione dell’odierno bipolarismo.

Nell’uno e nell’altro caso, seppur nella diversità, l’errore è quello di non provare a cogliere un possibile terreno di iniziativa comune col centrosinistra.

Evitare il confronto a priori, in una situazione d’emergenza, non trova – dal mio modesto e ininfluente punto di vista – adeguata giustificazione.

La rinascita dell’Italia, non necessariamente costretta allo sfascio prima di potersi risollevare, avrebbe richiesto una minor dose di oltranzismo o di pregiudizio politico e ideologico.

Magari non si sarebbe raggiunto alcun possibile accordo, ma valeva la pena provare.

Come capita nelle altre normali democrazie che hanno adottato un sistema elettorale a doppio turno.





La palude padana, il linguaggio ampolloso e il Premier zavorra

19 05 2011

Radio Padania Libera?

Umberto Bossi, ormai definitivamente impaludato, primo commensale del sontuoso banchetto romano (o Franza o Spagna, purchè se magna), in piena e perfetta sintonia con tutte le decisioni di ciò che ormai si è ridotto ad essere un governicchio pericolante (puntellato a tutti i costi) e sarto degli abiti cuciti “su misura”, tenta oggi un’incredibile manovra doppiogiochista.

Non ci faremo trascinare a fondo”, dice, forse inconsapevole d’averlo già toccato, a causa dell’indefesso sostegno ai privatissimi interessi dell’azionista unico della destra eversiva (rispetto alla vigente Costituzione).

Col capo cosparso di cenere e col cappello in mano, i proconsoli leghisti, diventati stanziali a Roma, tentano ora di riconquistare la benevolenza del “loro” popolo, che ha subito l’onta del tradimento di molte istanze barattate e divenute lettera morta.

L’antinomia “di lotta e di governo” emerge in maniera eclatante, all’indomani di questo primo turno elettorale.

L’amara attuale realtà rivela quant’è difficile l’equilibrismo di giocare su due tavoli. Soprattutto nel momento in cui domina incontrastata la predilezione per il commensalismo familistico, la smania per il ministerialismo (magari decentrato per poter meglio spartire il bottino romano) e la puntuale compartecipazione alle scelte ritenute indigeste e impopolari da una parte (forse quella sana, genuina ed egualitaria) della base leghista.

Emergono, adesso, la necessità e l’urgenza di smarcarsi dal Premier. Impresa assai ardua. Vizio insanabile di chi, vista la mala parata, cerca di liberarsi della zavorra per rimanere a galla.

Per fuoriuscire dalle acque limacciose nelle quali, i vertici insensibili alla base, si sono immersi, si ricorre alla sin qui infallibile nenia incantatrice, si fa leva sul sempreverde sentimento della paura del nemico esterno, si dissotterra l’ascia di guerra della Lega di lotta.

E’ chiaro, però, che non si può contestualmente vivere al governo e all’opposizione di sé stessi.

Ecco perché, oggi, appare incredibile e stridente la metafora del Premier zavorra, adottata da chi ha sin qui svolto il ruolo di cintura di salvataggio.

E’ altrettanto chiaro che non si può dissimulare la realtà. Non ci si può fingere estranei al sodalizio di cui si è stati membri. Si tratti del governo “centrale” o di quello di Milano.

La verità è una soltanto: la lega di governo ha fagocitato e metabolizzato quella di lotta.

Riusciranno a fuoriuscire da questa grana padana?

E, ancora una volta, gabbare la buonafede di chi credeva fossero distinti, distanti, diversi e, con rabbia e tristezza, ha dovuto registrare una loro perfetta aderenza ad un sistema capace di renderli uguali e forse peggiori degli originali?





La versione (o l’avversione) della destra eversiva

17 05 2011

Dunque il risultato del primo turno è inequivocabile: il centrosinistra ha vinto.

La destra eversiva (rispetto al dettato costituzionale e agli equilibri istituzionali), spalleggiata dalla nomenklatura leghista, ha perso.

Il gioco al massacro, la menzognera delegittimazione dell’avversario, sempre inteso come nemico, il tentativo di retrodatare il confronto elettorale, riportandolo ad un insensato e malsano clima d’odio, l’eterno referendum salvifico per il Premier, che tutto domina, manovra e (s)travolge, la vanagloria d’un consenso fondato su auto-incensanti sondaggi fai-da-te, si sono infranti contro un esito da cui emerge tutta l’indisponibilità a sostenere questa perenne guerriglia condotta a difesa degli interessi d’un uomo solo e sempre più solo.

Merito dei candidati del centrosinistra, che hanno saputo qualificarsi come forza tranquilla, orientata a farsi carico degli autentici problemi e delle specificità locali, senza farsi coinvolgere in uno scontro rabbioso e avvelenato, i cui unici interpreti sono stati i sedicenti (s)moderati, i sempreverdi lacchè e le tigri di carta del tycoon.

Colpa dell’inequivocabile furore di chi si atteggia a vittima e, al contrario, incarna il ruolo del carnefice, con l’aggravante dell’insolenza e dell’arroganza, tipica di un potere rivolto alla strenua difesa del privilegio e dell’impunità personale che, per eccesso di altrui zelo, cieca obbedienza e sottomissione, sconfinano in delirio e disfatta collettivi.

L’errore che ha funestato il risultato elettorale di questa destra antistorica, reazionaria, che vorrebbe imporre all’agenda politica temi e modelli retrivi, è stato quello di affidarsi alla mortifera mano di chi, pur di salvare sé stesso, ha dirottato il democratico confronto sui programmi, nella solita direzione giudiziaria, con ulteriore furia iconoclasta, al limite dell’oltraggio e della delegittimazione di un’altra istituzione democratica che amministra (Udite! Udite!) la giustizia in nome di quello stesso popolo che non dispensa nessuno dall’essere uguale agli altri davanti alla legge.

L’esito elettorale di questo primo turno dimostra quel che è, da tempo, noto: nessuno spera in una soluzione di natura giudiziaria al cosiddetto berlusconismo. Persino l’opinione pubblica, nella sua veste di elettorato attivo, ha ormai capito che le pendenze del Premier e la priorità data al tema giustizia erano, sono e restano squisitamente sue e solo sue.

Il semplice e comune cittadino ha dimostrato d’avere tutt’altre preoccupazioni e ben altri problemi da affrontare quotidianamente. Tutti quei nodi sin qui irrisolti, misconosciuti e trascurati.

La chimera del miracolo italiano che, oggi, costringe la destra e la lega al nanismo politico, che ben rappresentano la loro autentica natura e portata, non esercita più quell’attrazione da parte di chi, in assoluta buona fede, aveva riposto aspettative e speranze in quella direzione.

Oggi c’è un altro orizzonte verso cui si rivolge lo sguardo di molti.

E’ la normale e democratica alternanza che si appresta a prendere forma e sostanza e che si assume il compito di farsi carico dell’interesse collettivo, non già e non più della singola identità o del detestabile vizio del privilegio personale.

Si apre un nuovo scenario, nel quale l’Italia Libera, Libera l’Italia tenuta sotto sequestro.

E’ il superamento, per via politica, d’una assurda anomalia, ormai ridotta sempre più di frequente a pensare al proprio futuro e alla propria sopravvivenza nei (minimi) termini d’una successione dinastica.

E’ la buona politica che torna a farsi strada attraverso la partecipazione e la consapevolezza diffusa.

Si sta per chiudere un’epoca con la giusta ed equa soluzione politica.

Viva la sovranità popolare che, da sempre, impone limiti e freni a chi è chiamato a svolgere funzioni pubbliche nell’interesse di tutti.

Inutile aggiungere che al ballottaggio permane l’assoluto divieto di svolta a destra.





L’Italia Libera, Libera l’Italia!

15 05 2011

Tutti a votare.

Non un v(u)oto a perdere.

Non un voto di serie B.

L’Italia Libera, Libera l’Italia!





Se il Signor Silvio non fosse Berlusconi

10 05 2011

            Il Presidente del Consiglio, “Urlando Furioso”, nelle sue quotidiane, dilaganti perorazioni, continua a sostenere d’essere vittima d’un feroce accanimento giudiziario.

            Sorge spontanea una domanda, tra le tante: è vero oppure si tratta di una sorta di delirio persecutorio?

            Nella realtà, in situazioni normali, non alterate dall’abuso di potere, da prescrizioni cucite su misura, da legittimi impedimenti, da “lodi all’altissimo”, ad un ipotetico Signor Silvio Nessuno, chiamato a rispondere di reati analoghi a quelli contestati al Premier, sarebbe riservato ben altro trattamento.

            Un imputato di concussione (basta dare una rapida lettura ai giornali che riportano notizie di questo tipo), per esempio, raramente rimane a piede libero (si va dalla custodia cautelare agli arresti domiciliari, secondo le cronache giudiziarie).

            Ancor più se e quando la prova risulta così evidente da convincere il giudice ad accogliere la richiesta, del pubblico ministero, di ricorrere al giudizio immediato. Il nostro Signor Silvio Nessuno non potrebbe avere pari vantaggi e immunità di chi porta altro cognome e riveste – pro tempore – un ruolo istituzionale.

            Esiste, poi, il rischio di incorrere in ulteriori reati rispetto ai quali il Signor Silvio Nessuno, in altri paesi, sarebbe chiamato ad adottare maggior cautela e non potrebbe manifestare “allegramente” giudizi tanto oltraggiosi verso la Magistratura o una parte di essa (rif).

            Anche in questo caso, se vivessimo in un’Italia meno da sceneggiata (o da teatrino?), basterebbe il richiamo al “Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservare lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare la mie funzioni nell’interesse esclusivo della nazione” e troverebbe piena applicazione, sia per il Signor Silvio Nessuno che per i suoi frenetici emuli Lassini e Santanchè (“Simil battaglia fa la mosca audace”), l’art. 290 del Codice di Penale che recita: “Chiunque pubblicamente vilipende la Repubblica, le assemblee legislative o una di queste, ovvero il Governo, o la Corte costituzionale, o l’ordine giudiziario e’ punito con la multa da euro 1.000 a euro 5.000. La stessa pena si applica a chi pubblicamente vilipende le Forze armate dello Stato o quelle della liberazione. Articolo cosi’ modificato dalla L. 24 febbraio 2006, n. 85.”.

            In un’Italia, culla di un autentico Stato di Diritto, equanime e non giustizialista, le dichiarazioni di un Signor Silvio Nessuno tipo: “C’è un patto tra Fini e l’Associazione Nazionale Magistrati” e addirittura l’indicazione di un giudice, presente alla trattativa, quale referente di questo presunto orrido complotto, costituirebbe notizia di reato.

            Il Signor Silvio Nessuno verrebbe convocato in qualità di persona informata di fatti resi noti addirittura in una manifestazione pubblica (con tanto di riscontro audio-video, senza intercettazione alcuna).

            Normalissima e dovuta prassi che porterebbe all’accertamento della verità e all’individuazione di tutti gli autori del reato stesso. O, in alternativa, qualora si trattasse delle solite parole in libera uscita, impetuose e senza costrutto, si potrebbero qualificare come falsa testimonianza, diffusione di notizia falsa, calunnia, possibile turbativa dell’ordine pubblico.

            Ma, com’è evidente, viviamo in Italia. Paese che, da circa 18 anni a questa parte, ha accantonato il rispetto delle regole, della legalità, l’equilibrio tra poteri e il senso dello Stato.

            Per la serie: non sono Stato io!