Lega: l’asino dove vuole il padrone

22 02 2011

La trasfigurazione della Lega, da movimento di lotta ad apparato ministeriale (con tentazioni occupatutto), sottoposto e obbediente al Supremo Gerarca, è sicuramente motivo di grande imbarazzo e disagio tra la base militante ed elettorale. Inutile nasconderlo o cercare di tacerlo.

Come si concilia la vocazione movimentista, il desiderio di riscatto, la dichiarata intransigenza contro l’Ancien Régime, con questo sodalizio che lega la Lega ad un “magnate”(?) multi-miliardario?

Probabilmente, il noto folklore del gruppo dirigente leghista, avrà fatto sì che il tutto fosse inerpretato con una sorta di motto romano: “accomodatevi e magnate!”.

Nulla di diverso dagli esordi e per non tradire una natura ed una propensione emersa, sin dalla nascita, con la tangente Montedison di 200 milioni di lire, ricevuta dall’allora tesoriere Alessandro Patelli.

Che dire, poi, della mutuata malsana abitudine di tradurre la politica quale ottima occasione per favorire il commensalismo familistico, degno della peggior partitocrazia?

E come può non provare imbarazzo quel movimento, paladino del necessario e inevitabile rinnovamento, in epoca di “mani pulite”, laddove oggi si trova coinvolto a restaurare o avallare l’impunità e il privilegio, attraverso la reintroduzione dell’immunità parlamentrare?

Quale possibile giustificazione potrebbero addurre i vertici leghisti davanti ad una base che ha, certamente, vivido il ricordo del provocatorio cappio sventolato da Luca Leoni Orsenigo in Parlamento, al grido di “Roma ladrona!”, nel cosiddetto “Parlamento dei corrotti”, ai tempi di Tangentopoli?

La parabola della Lega non è dissimile da quella che ha visto, negli anni recenti, la “mutazione genetica” del Partito Sardo d’Azione che, per soddisfare la sua insaziabile “vocazione” assessoriale, ha spostato il suo asse politico dal centro-sinistra al centro-destra, allegramente e con assoluto disprezzo dei suoi padri (primo fra tutti Emilio Lussu) e della sua storia (che ha sempre conciliato la visione di uno Stato federalista col sentimento unitario, non come sviluppo diseguale e disarticolato dello Stato ma conunitario, non contrapposto al giusto riconoscimento del desiderio autonomista e rispettoso delle individualità per poter essere, di questo Stato, soggetti sovrani di diritto).

E come si concilia l’intransigenza leghista, ai limiti della xenofobia, davanti alle vicende che vedono coinvolto il Supremo Gerarca ultra-settantenne con una minore immigrata, di nazionalità marocchina (presunta egiziana e presunta nipote di Mubarak), per di più clandestina?

E come con gli amorosi sensi che “legano”, sempre il Supremo Gerarca, col suo consimile libico, la cui caduta in disgrazia è, in queste ore, imminente?

La realtà disvela un’unica certezza: il gruppo dirigente della Lega ha ceduto l’azionariato popolare ad un unico azionista di maggioranza: il già noto BerlusKaiser.

La coperta (ormai alquanto consunta) con cui cercano di coprire tutte queste evidenti contraddizioni è la conquista del “loro” federalismo.

Un federalismo ancora nebuloso, che, al di là dell’onirica visione di realtà immaginifiche (la Padania), basato su spropositati consensi, possiamo quantificare come nella tabella che segue:

Politiche 2008 Voti % Seggi
Camera dei Deputati 3.026.844 8,3 60
Senato della Repubblica 2.644.248 8,1 26

Il prossimo futuro sancirà, ben che vada, una tenuta, non certo una crescita di consensi da parte di chi ha portato il cervello all’ammasso e ha ceduto i propri valori al miglior offerente.

Questa consapevolezza comincia a serpeggiare in maniera palese, vista anche la forte cautela ora manifestata rispetto ad ipotesi di voto anticipato.

Chiudo con una citazione di Emilio Lussu che ben fotografa la perdita di identità di cui ho sin qui scritto: “Autonomia, cioè coscienza di sé stessi, consapevolezza della propria funzione, conquista e difesa delle proprie posizioni etiche, sociali e politiche che consenta il più ampio sviluppo delle proprie capacità, individuali e collettive, in ogni campo. (…) Noi crediamo che un’organizzazione federale dello Stato sia la più rispondente a che ogni forza autonoma abbia la sua più libera espressione e faccia di tutti i costruttori diretti della nuova civiltà“.

Per concludere: a noi pare che la Lega abbia rinunciato alla sua autonomia, per diventare forza politica, se non eteronoma, particolarmente affine al vecchio che avanza.

La distanza da Roma, allora, non era altro che un inutile e ingannevole slogan per poi ritrovarsi, in via permanente, di stanza a Roma.

Alla faccia del federalismo e non senza disprezzo del “popolo leghista” costretto a bere l’amaro calice… altro che salvifiche ampolle!

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Il paese dei balordi.

18 02 2011

Nel paese dei balordi continua l’incessante bagarre politico-istituzionale, non senza evidenti paradossi:

1) si fa appello alla sovranità popolare, interpretata e (ab)usata come garanzia di impunità, evitando, accuratamente, il ricorso alle elezioni anticipate: unica via per favorire la fuoriuscita dalla crisi e determinare quel riscatto nazionale, oggi precluso da insensate cautele, che costringono l’Italia intera a vivere sotto sequestro e soddisfare i desiderata di chi si considera, in virtù di un democratico mandato elettorale (da cui non discende alcuna forma di autocrazia), supremo gerarca.

E’ chiaro che dopo le elezioni non potrà che esserci quell’accordo, sin qui evitato per immotivati timori: il centro-sinistra dovrà trovare quel necessario punto d’incontro col terzo polo e, temporaneamente, unirsi per ridare identità nazionale, basata su principi e regole rispettate e condivise, ad un paese in cui ormai vige una democrazia brutalizzata e perciò abbruttita. Ai limiti del regime: tutto (af)fondato su parole e azioni propagandistiche, tese a delegittimare chiunque non partecipi alla macchina dell’unanime consenso.

2) La Giustizia, amministrata in nome del popolo italiano, viene tradotta come ostile iniziativa di parte e l’accertamento di reati (non di peccati) viene, con intenzionale malafede, scambiato come un’ondata moralizzatrice da coloro che, costantemente, hanno sempre vestito i panni censori e che ora sostengono un ridicolo libertinaggio in mutande. E’ l’età dell’incoerenza (oltrechè della demenza senile di chi non ha, neppure, memoria di sé e di quel che è stato).

Confondere reato e peccato è utile e serve a ribadire e sancire il concetto e il principio (caro al Principe) del già noto “tutti colpevoli, nessun colpevole” che oggi si sostanzia in “tutti peccatori, nessun peccatore”. D’altra parte è noto che il Dux incarna in sé tutto il suo popolo e tutti i suoi vizi. E il suo popolo in lui solo si identifica e ciecamente lo segue, anche nel delirio più assoluto e nelle mistificazioni della realtà.

3) Il rispetto della legalità è inficiato dalla volontà popolare distorta in populismo. Il popolo (la mia parte di popolo) mi ha consacrato come inviolabile. D’ora in poi, perciò, si tenga conto che se e quando, per esempio, le forze di polizia saranno chiamate ad intervenire in tutte quelle “realtà al confine della legalità” e ci sarà una reazione popolare (di suoi pari) in difesa di qualche malvivente, si tenga fermamente conto di questa indiscutibile sovranità.

4) Le solite parole crociate: il dominus, fomentatore del caos istituzionale, continua ossessivamente a ripetere le consuete accuse, come un disco rotto (edito da “La voce del padrone”): comunisti, statalisti, giustizialisti, di destra o di sinistra! Il dominus chi? Berlusconi? Il beneficiato dai geronti della Prima Repubblica? Quello eletto per rinnovare l’Italia, che ora si esibisce in questa eterna farsa (altro che teatrino della politica!), orientata alla tragedia, e che capeggia una classe politica retriva, promotore di un nuovo avventurismo politico, stampellato dalla Lega presa a noleggio e da altri ameni personaggi presi in appalto?

Unica via d’uscita; le urne, elettorali e non funerarie, per la nostra democrazia e per risolvere definitivamente un’anomalia, tanto ingombrante, da travalicare l’egoismo della destra e della sinistra, chiamate a non restare avviluppate nei loro piccoli interessi contingenti, ma a guardare verso un orizzonte più ampio, che possa garantire un futuro alla democrazia dell’alternanza, scevra e immune dai condizionamenti degli affari e delle pendenze personali.

Democrazia è cura e tutela dell’interesse collettivo. Quello d’un singolo non può e non deve costituire paralisi e cortocircuito del sistema, né deve asservire a sè tutto e tutti (compresi i poteri che lo controbilanciano).

Le forze, autenticamente democratiche, abbiano il coraggio di osare, di non restare arroccate nei loro fortini, abbiano fiducia in una società civile e un elettorato ormai capaci di esprimere appieno il diverso destino che spetta al nostro paese.

Nell’interesse di tutti e anche se vogliamo che la comunità internazionale, fondata su solide e rigorose democrazie, nel rivolgere lo sguardo verso quest’Italia immobile e sempre più ridicola, non ci consideri democrazia a sovranità limitata.





Vergogna! MO’ BASTA!!!

10 02 2011

Il caimano