La politica, l’ovvio dei popoli e il governo di irresponsabilità nazionale

9 11 2010

In piena crisi, che si consuma al buio, non smettono di fiorire le ulteriori idiozie, in questo eterno teatro dell’assurdo, di signori ex-nessuno, in veste di Ministro o Sottosegretario.

Così Sandro Bondi, in risposta al crollo della Domus dei Gladiatori di Pompei, declina qualsiasi responsabilità, fingendosi estraneo.

Come è noto, infatti, il decadente cantore del Premier, non occupa quel ruolo cui ricondurre inadempienze, mancati controlli e inesistente tutela dei beni culturali.

E’ il solito atteggiamento dell’attuale governo di irresponsabilità nazionale e dei suoi appartenenti.

Le responsabilità non possono mai essere ricondotte ai diretti interessati, grazie al solito, immutato vizio di scaricarle su altri, in un continuo rimando.

Tutto accade, sempre, a loro insaputa e loro malgrado.

E’, dunque, un governo di irresponsabili: per quel che farneticano e per quel che raccontano di aver fatto.

Alla seconda Conferenza nazionale sulla famiglia, che si celebra in questi giorni, dopo aver accuratamente evitato la presenza inopportuna di chi, da tempo, non è più titolato a recitare omelie su questo tema, il Sottosegretario Carlo Giovanardi (forse nella sua veste comica di Giò Van Hardy, erede di Oliver) ha sermoneggiato: “Scienza e biotecnologie possono togliere ai figli il diritto di nascere all’interno di una comunità d’amore, con una identità certa paterna e materna“, e – non contento – ha poi aggiunto: “La rottura della diga costituita dalla legge 40 aprirebbe la porta a inquietanti scenari, tornando a un vero e proprio Far West della provetta dove, fin dal primo momento, il concetto costituzionale di famiglia andrebbe irrimediabilmente perduto”.

Un linguaggio pervaso dall’imperante oscurantismo di chi si dimostra incurante d’una realtà sempre più distante dalla sua personalissima narrazione o ascetica visione. Il solito discorso ostile che diventa invettiva, lontana da scienza e coscienza, di un uomo sempre pronto a flagellarsi e, nel contempo, mortificare il corpo delle donne (sempre assenti o escluse da questioni che riguardano i loro corpi e la loro dignità) sull’altare sacrificale d’un credo assoluto e cieco.

L’altro sermoneta, Ministro Maurizio Sacconi, mette al rogo tutto quel che si discosta dalla famiglia “fondata sul matrimonio e orientata alla procreazione”. Poco importa se la casistica, moderna ed attuale, vede la crescente presenza di famiglie mono-genitoriali, famiglie con figli adottivi, famiglie che hanno procreato al di fuori del matrimonio (perché, caro Ministro, anche sposarsi costa quanto fare dei figli), famiglie allargate e via discorrendo.

E poco importa se non si fanno figli, anche per non dar loro la disgrazia e la miseria d’essere poi governati da eminentissimi esponenti oltranzisti del secolo scorso.

Intanto il Presidente del Consiglio e il suo fedelissimo proconsole romano Umberto Bossi (leader maximo dell’ovvio dei popoli che vitupera lo Stato di cui, sino a prova del contrario, fa parte, seppur da comprimario) fanno visita alla “Provincia veneta”, per dispensare promesse e rassicurare le popolazioni (come in Abruzzo?) martoriate da un disastro che, ovviamente e (quasi) naturalmente, non troverà alcun responsabile per lo stato di incuria e per il trascurato riassetto territoriale e idro-geologico di un’Italia che frana, si allaga, crolla, sprofonda e va a pezzi.

E, in questa assoluta desolazione, c’è ancora chi temporeggia e stenta a credere e capire che, ormai, tutto questo culturame e queste macerie, rappresentano l’unica (in)degna sepoltura per tutti coloro che hanno contribuito a generarle, con le loro favolistiche parole, opere ed omissioni.

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La spina e il fiammifero

8 11 2010

Negli ultimi giorni la metafora del fiammifero che si consuma ha preso il posto della spina da staccare.

Nell’uno e nell’altro caso la realtà si presenta, fuor di metafora, assai diversa dalla narrazione: il fiammifero è oramai spento, mentre il rogo divampa e non c’è alcuna spina da staccare, poiché ci troviamo in pieno cortocircuito.

L’allegra euforia che ha contraddistinto i sostenitori di Futuro e Libertà, a seguito delle recenti dichiarazioni di Gianfranco Fini, risulterà temporanea e dovrà presto infrangersi contro la protervia di chi non è – e non sarà – disposto a cedere d’un passo e non ha – e non avrà – intenzione di dichiarare in nessun caso una resa, condizionata  o incondizionata.

Parliamo – ancora una volta – di quel personaggio, per sua natura eversivo rispetto alla Costituzione vigente, agli equilibri istituzionali e all’osservanza delle regole.

Quel figuro che, neanche tanto tempo fa, si era – un possibile esempio tra i tanti – esibito nel tentativo di inficiare un risultato elettorale gridando ai brogli.

La moderata reazione, sin qui manifestata, di rigettare la richiesta di dimissioni e riportare la crisi nel suo ambito naturale (il Parlamento) appare ragionevole.

Vedremo se, dietro l’apparenza, si nasconde qualcos’altro.

Questione di ore o giorni.

Il prossimo summit con la Lega renderà chiari gli ulteriori possibili sviluppi e gli orientamenti d’una forza che dovrà (se potrà) dimostrarsi autonoma o si rivelerà come parte di un azionariato in mano altrui.

Per adesso il necessario rimando alla sede parlamentare, che riporta così alla sua autentica natura l’unica forma di Governo contemplata in Italia, è del tutto ragionevole e indiscutibile.

L’esecutivo, infatti, costituisce emanazione permanente del Parlamento e deve ottenere e mantenere la fiducia da parte di quest’ultimo.

Alla base della nostra democrazia esiste un unico potere eletto direttamente dal popolo: il Parlamento. E’ là che si deve determinare il destino del Governo in carica che, se sfiduciato, deve dimettersi.

A questo potere di dare la sfiducia, fa da contrappeso quello del Presidente della Repubblica che detiene la titolarità di sciogliere le Camere, allorquando le stesse non esprimono più una maggioranza in grado di formare e sostenere un Governo e garantirgli stabilità.

La disputa non è ancora definitivamente chiusa.

Insensato farsi prendere da facili ottimismi.

Sino a pochi mesi fa era chiaro a tutti che il finale non poteva contemplare più d’un vincitore: uno deve necessariamente soccombere (politicamente).

Esistono, ora, almeno tre possibili scenari:

1) il figuro cerca di consumare lo strappo, orientandosi, ancora una volta, verso una deriva populista, appellandosi ad un Presidenzialismo che non c’è e facendo appello al lavacro popolare;

2) si arriva a più miti consigli e si cerca di allargare la maggioranza con un rimpasto che tenti di includere nell’alveo del governo anche l’UDC;

3) come risposta alle forzature si creano le condizioni per fronteggiare una situazione di grave crisi istituzionale e costituzionale, che costringerà le forze democratiche ad uscire dalla cautela e dalla reciproca diffidenza, a prendere atto della grave emergenza, garantire l’interesse collettivo e l’unità nazionale.

Il futuro è ancora incerto.

L’Italia rimane ancora avvolta nel buio e si continua a vedere nero.





Io sono Stato

6 11 2010

Per quanto tempo siamo ancora disposti a sopportare quest’immobilismo?

Quante ulteriori nefandezze, quanta impunità e quanto privilegio siamo disposti a tollerare e concedere?

Sono questi alcuni interrogativi da sciogliere.

C’è chi dice che questa “crisi di sistema” durerà fino a dicembre. E, non a caso, anche in quel mese, è prevista la decisione sul legittimo impedimento da parte della Corte Costituzionale.

Ci vorrebbe un minimo sussulto d’orgoglio e dignità da parte di ciascuno di noi: democratici, di sinistra, di centro o di destra, amanti della Costituzione, cittadini consapevoli d’un senso dello Stato che ci appartiene e di cui siamo parte.

Ognuno di noi dovrebbe dire: io sono Stato.

Io non sono estraneo rispetto a tutto ciò che mi circonda e perciò mi riguarda.

Io detesto il privilegio, la “specialità”, concessa ad alcuni, che vulnera la mia uguaglianza, i miei diritti, e la mia libertà che, così, risultano limitate.

Io non sono disposto a veder mortificate e vilipese le Istituzioni che dovrebbero rappresentare, assieme alla loro, la mia dignità, il mio orgoglio e il mio onore d’essere Stato.

Io esigo un’Italia migliore.

Allora si dia fine a questo scempio quotidiano.

Si dia corpo ad un ritrovato “Risorgimento”, capace di portare fuori dal forzato scontro ideologico quest’Italia.

Non è più tempo dell’enfasi del proprio consenso (peraltro pur sempre parziale, seppur maggioritario) e del disprezzo di quello altrui (che pur esiste nella sua veste parlamentare e nella sua mancata rappresentanza).

E’ tempo di portare l’Italia fuori dalla crisi, di elevarla al di sopra del dileggio di chi ci guarda con commiserazione e inorridisce davanti a troppe anomalie, bassezze ed enormità.





L’uomo medio dei media

2 11 2010