La morale cattolica e la legge dello Stato laico: rispettare i confini

18 11 2010

E’, di nuovo, bufera sulla questione riguardante il testamento biologico” o il principio delle “direttive anticipate.

C’è poco da girarci intorno: la possibilità di un dibattito non preconcetto resta fortemente condizionata dal settarismo di chi vorrebbe imporre il proprio credo, in nome di un ecumenismo valido per tutti.

Le recenti prese di posizione di Avvenire (che segue la sua ispirazione cattolica) confermano questo limite.

C’è di più: anche l’adozione, non casuale e a volte malevola, del termine eutanasia è la riprova di un ostracismo dettato dal desiderio di rispondere alla propria morale e, così, far intendere che, sull’altro versante, ci siano persone pronte e disposte ad imporre un universalismo di segno uguale e contrario.

Ma così non è, seppur vi pare.

La richiesta del riconoscimento di un diritto soggettivo resta, infatti, circoscritta all’ambito strettamente intimo e personale.

Perciò anche il fervente sentimento religioso, che anima i sostenitori del “diritto alla vita”, non può rappresentare nulla di diverso da un orientamento, una propensione, una speranza, un credo altrettanto intimi e personali o, quantomeno, riguardanti coloro che condividono.

Sul versante contrapposto all’ardente fuoco cattolico non c’è, quindi, un’orda di persone desiderose di imporre le loro scelte individuali all’altrui sentire, né dispensatori di morte.

La chiesa ufficiale, i suoi sponsor e tutte le derivate dalla stessa matrice devono prendere atto di non poter imporre le loro personalissime (e)statiche visioni su sensibilità non comuni alle loro. Ancor meno possono continuare a porre la discussione su questi temi con la solita logica di chi processa ed esige “atti di abiura”.

Personalmente non ho mai avuto l’abitudine e la malacreanza di interferire sulla morale, l’indirizzo, la confessione e  i precetti che, liberamente, la chiesa ufficiale può e deve dispensare al suo gregge.

Rivendico, piuttosto,  il mio diritto d’appartenenza ad uno Stato laico: nella speranza che sulla mia libertà individuale, sulle mie scelte personali, sulla dignità della mia persona (nel corpo e nello spirito) non ci siano indebite interferenze.

La mia vicinanza e il mio interesse si accendono e si animano per l’opera di altri mondi cattolici: dei preti operai, della teologia della liberazione, dei padri comboniani di Nigrizia, del Cardinale Carlo Maria Martini. Per quella chiesa, meno distante dal cristianesimo delle origini, che non si è rifugiata nelle segrete stanze e sottratta al confronto.

Un cristianesimo dialogante, capace d’essere altro rispetto all’ingessato clericalismo, avviluppato in un’immutabile liturgia, sempre pronto a mandare al rogo l’atrui pensiero. Una chiesa che non semplifica e non riduce la complessità del confronto tra credenti e miscredenti.

Insomma, e per concludere: l’ufficialità d’un clero (e dei suoi seguaci) sempre più incapace di ragionamenti complessi, al pari della società nel cui contesto tutti viviamo, impedisce ancor oggi a quest’Italia di evolvere e ottenere l’estensione di diritti, non lesivi di quelli altrui e che nulla sottraggono ai preesistenti.

Si parli di famiglia o di vita e della dovuta dignità che andrebbe riconosciuta a tutti.

Ciascuno consapevole e perciò libero a proprio modo e nei propri confini.

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