Contro l’assolutismo de l’Ancien Régime

17 11 2010

La soluzione architettata dal Presidente della Repubblica (che si conferma autentico garante della Costituzione), assieme a quello del Senato e della Camera, rappresenta la miglior via d’uscita dalla crisi.

La concomitanza di tempi, tra i due rami del Parlamento, riporta il confronto e la decisione in ambito democratico e costituzionale. Terreno comune ad altri Stati e ad altre forme di Governo che, per atti e questioni di particolare rilevanza,  contemplano discussione e voto dell’intera rappresentanza parlamentare.

Questo precedente, oggi riferito al rapporto fiduciario tra Governo e Camere, dovrà, in futuro, trovare una più opportuna disciplina e magari comportare una piccola correzione della nostra Carta Costituzionale, tale da evitare ulteriori possibili conflitti. Occorrerà, insomma, individuare tutte quelle fattispecie da sottoporre al vaglio del Parlamento in seduta comune o contemporanea.

Sarà necessario, sempre a proposito della prevenzione di conflitti istituzionali, fornire adeguata interpretazione sulla possibilità di scioglimento di una sola Camera.

L’assolutismo dell’ancien régime è ancora arroccato su questa posizione che, seppur contemplata dall’articolo 88 della Costituzione (Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse), pone non pochi problemi.

L’ipotesi di sciogliere o meno una sola Camera dovrebbe derivare, secondo alcuni costituzionalisti, da fattori e criteri di scelta ben determinati. E’ però pur vero che l’orientamento, consolidato nel tempo e nella prassi, è quello che ha sancito una sorta di inammissibilità dopo la legge costituzionale n. 2 del 1963.

Nello specifico è decisamente folle immaginare il ricorso alle urne per la sola Camera dei Deputati. L’esito di una siffatta soluzione, improvvisata e avventurista, vedrebbe, di fatto, dilagare la crisi anche nella prossima legislatura.

L’eterna propensione a generare il caos non è, dunque, rimedio opportuno o ragionevole.

La diarchia Berlusconi/Bossi questo sostiene, pur di non arrendersi all’evidenza di una crisi conclamata. L’assolutismo dell’ancien régime afferma: governo io o nessun altro. L’andamento ondivago dell’accoppiata di ferro riconosce il parlamentarismo per risolvere la crisi nel suo opportuno contesto e lo nega per quanto riguarda la possibilità che un’altra maggioranza possa (e debba) dar vita ad un governo capace di farsi carico dell’interesse nazionale.

Vedremo quel che capiterà tra un mese.

In tutta questa baraonda si è, inoltre, prepotentemente riproposta la questione del conflitto di interessi che dovrà trovare definitiva disciplina e soluzione.

E’ assurdo il perdurare di questa evidente stortura.

Non si capisce perché, in un paese che in ambito privato contempla l’annullabilità degli atti, la responsabilità penale e l’obbligo di astensione imposto a qualsiasi rappresentante o amministratore in caso di conflitto d’interessi con il rappresentato o l’ente di cui è organo (si veda l’art. 1394 del codice civile), non si debba risolvere anche (e soprattutto) in ambito pubblico la medesima questione.

Inutile fingere che, ora, questa non sia tornata ad essere la massima priorità (dopo decenni di immobilismo) per il nostro Paese.

Il permanente conflitto (moltiplicatosi a dismisura) ha ormai dimostrato di calpestare lo Stato di diritto, provocare l’alterazione della democrazia rappresentativa, pesare e incidere sulla necessaria separazione tra interesse pubblico e privato, generare una insana commistione tra potere economico, politico e mediatico.

In poche parole ha fatto sì che dominasse l’interesse privato di chi ha stipulato un contratto con se stesso e che vorrebbe ancora confondere i ruoli di rappresentato e rappresentante.

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