Il cavaliere dell’Apocalisse e il giorno del giudizio

24 11 2010

L’aria è quella dell’attesa, anzi del temporeggiamento in vista del 14 dicembre.

Ora si tratta, com’è evidente, di non sbagliare nemmeno una mossa per favorire la necessaria exit strategy dal secondo atto della Prima Repubblica.

Di tanto in tanto, però, si prospetta un incomprensibile indugio nel compimento di quell’azione che si è resa irrinunciabile: dar vita ad un fronte parlamentare (di unità costituzionale), di diffusa e matura consapevolezza, capace di interpretare il ritorno alla norma che l’opinione pubblica auspica e in grado, così, di rispondere in via definitiva all’imperante teatro dell’assurdo in cui è precipitata l’Italia.

Ecco perché, oggi, molti italiani, davanti all’immortale ignavia, all’andamento altalenante di chi si presenta, alternativamente, giusto oppositore e incomprensibile aperturista, restano sgomenti.

Il prolungato marasma e la protratta agonia di questo governo del (bluf)fare risultano, oramai, inspiegabili.

Il riferimento al bluff non è casuale. A cosa abbiamo assistito, in tutti questi anni, se non ad una mistificante simulazione di chi ha cercato di apparire più meritevole o più abile di quanto, in realtà, era ed è? Ancor oggi le prevedibili mosse del cavaliere dell’apocalisse, in attesa del giorno del giudizio, sono tutte orientate nel far credere agli avversari di avere in mano carte vincenti, per indurli a ritirarsi dal gioco rinunviando alla posta.

In tutto questo caos, di cui storicamente il cavaliere dell’apocalisse si è alimentato e continua ad alimentarsi, chi paga il prezzo più alto è l’Italia tutta.

Questo, ovviamente, poco importa a quel figuro che si è addirittura spinto a dipingere scenari da guerra civile (il cui riferimento, anche e solo verbale, resta frutto di un delirio inaudito).

Occorrono segnali inequivocabili. La doverosa cautela, che i tempi della politica sovente impongono, non può tradursi in incessante titubanza.

Cos’altro c’è da aspettare? Dopo le macerie, il diluvio, le intemperie che hanno avvolto il clima politico, il crollo di parte del nostro patrimonio culturale, l’immobilismo e la stagnazione economica, il disfacimento dell’Italia come unica entità nazionale, dobbiamo rassegnarci alla definitiva apocalisse?

E’ tempo di reagire, nelle opportune forme che offre la nostra democrazia parlamentare e rappresentativa degli interessi nazionali.

L’unica “cosa” sinistra che in Italia sopravvive alberga, impunemente, in quella destra eversiva (rispetto alla legge e alla Costituzione) davanti alla quale è diventato urgente e inderogabile (im)porre un argine.

Prima che arrivi il buio più nero e che un rinascente fascismo, dei fascisti più fascisti dei fascisti, trovi facile e rassegnato trionfo.





La morale cattolica e la legge dello Stato laico: rispettare i confini

18 11 2010

E’, di nuovo, bufera sulla questione riguardante il testamento biologico” o il principio delle “direttive anticipate.

C’è poco da girarci intorno: la possibilità di un dibattito non preconcetto resta fortemente condizionata dal settarismo di chi vorrebbe imporre il proprio credo, in nome di un ecumenismo valido per tutti.

Le recenti prese di posizione di Avvenire (che segue la sua ispirazione cattolica) confermano questo limite.

C’è di più: anche l’adozione, non casuale e a volte malevola, del termine eutanasia è la riprova di un ostracismo dettato dal desiderio di rispondere alla propria morale e, così, far intendere che, sull’altro versante, ci siano persone pronte e disposte ad imporre un universalismo di segno uguale e contrario.

Ma così non è, seppur vi pare.

La richiesta del riconoscimento di un diritto soggettivo resta, infatti, circoscritta all’ambito strettamente intimo e personale.

Perciò anche il fervente sentimento religioso, che anima i sostenitori del “diritto alla vita”, non può rappresentare nulla di diverso da un orientamento, una propensione, una speranza, un credo altrettanto intimi e personali o, quantomeno, riguardanti coloro che condividono.

Sul versante contrapposto all’ardente fuoco cattolico non c’è, quindi, un’orda di persone desiderose di imporre le loro scelte individuali all’altrui sentire, né dispensatori di morte.

La chiesa ufficiale, i suoi sponsor e tutte le derivate dalla stessa matrice devono prendere atto di non poter imporre le loro personalissime (e)statiche visioni su sensibilità non comuni alle loro. Ancor meno possono continuare a porre la discussione su questi temi con la solita logica di chi processa ed esige “atti di abiura”.

Personalmente non ho mai avuto l’abitudine e la malacreanza di interferire sulla morale, l’indirizzo, la confessione e  i precetti che, liberamente, la chiesa ufficiale può e deve dispensare al suo gregge.

Rivendico, piuttosto,  il mio diritto d’appartenenza ad uno Stato laico: nella speranza che sulla mia libertà individuale, sulle mie scelte personali, sulla dignità della mia persona (nel corpo e nello spirito) non ci siano indebite interferenze.

La mia vicinanza e il mio interesse si accendono e si animano per l’opera di altri mondi cattolici: dei preti operai, della teologia della liberazione, dei padri comboniani di Nigrizia, del Cardinale Carlo Maria Martini. Per quella chiesa, meno distante dal cristianesimo delle origini, che non si è rifugiata nelle segrete stanze e sottratta al confronto.

Un cristianesimo dialogante, capace d’essere altro rispetto all’ingessato clericalismo, avviluppato in un’immutabile liturgia, sempre pronto a mandare al rogo l’atrui pensiero. Una chiesa che non semplifica e non riduce la complessità del confronto tra credenti e miscredenti.

Insomma, e per concludere: l’ufficialità d’un clero (e dei suoi seguaci) sempre più incapace di ragionamenti complessi, al pari della società nel cui contesto tutti viviamo, impedisce ancor oggi a quest’Italia di evolvere e ottenere l’estensione di diritti, non lesivi di quelli altrui e che nulla sottraggono ai preesistenti.

Si parli di famiglia o di vita e della dovuta dignità che andrebbe riconosciuta a tutti.

Ciascuno consapevole e perciò libero a proprio modo e nei propri confini.





Contro l’assolutismo de l’Ancien Régime

17 11 2010

La soluzione architettata dal Presidente della Repubblica (che si conferma autentico garante della Costituzione), assieme a quello del Senato e della Camera, rappresenta la miglior via d’uscita dalla crisi.

La concomitanza di tempi, tra i due rami del Parlamento, riporta il confronto e la decisione in ambito democratico e costituzionale. Terreno comune ad altri Stati e ad altre forme di Governo che, per atti e questioni di particolare rilevanza,  contemplano discussione e voto dell’intera rappresentanza parlamentare.

Questo precedente, oggi riferito al rapporto fiduciario tra Governo e Camere, dovrà, in futuro, trovare una più opportuna disciplina e magari comportare una piccola correzione della nostra Carta Costituzionale, tale da evitare ulteriori possibili conflitti. Occorrerà, insomma, individuare tutte quelle fattispecie da sottoporre al vaglio del Parlamento in seduta comune o contemporanea.

Sarà necessario, sempre a proposito della prevenzione di conflitti istituzionali, fornire adeguata interpretazione sulla possibilità di scioglimento di una sola Camera.

L’assolutismo dell’ancien régime è ancora arroccato su questa posizione che, seppur contemplata dall’articolo 88 della Costituzione (Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse), pone non pochi problemi.

L’ipotesi di sciogliere o meno una sola Camera dovrebbe derivare, secondo alcuni costituzionalisti, da fattori e criteri di scelta ben determinati. E’ però pur vero che l’orientamento, consolidato nel tempo e nella prassi, è quello che ha sancito una sorta di inammissibilità dopo la legge costituzionale n. 2 del 1963.

Nello specifico è decisamente folle immaginare il ricorso alle urne per la sola Camera dei Deputati. L’esito di una siffatta soluzione, improvvisata e avventurista, vedrebbe, di fatto, dilagare la crisi anche nella prossima legislatura.

L’eterna propensione a generare il caos non è, dunque, rimedio opportuno o ragionevole.

La diarchia Berlusconi/Bossi questo sostiene, pur di non arrendersi all’evidenza di una crisi conclamata. L’assolutismo dell’ancien régime afferma: governo io o nessun altro. L’andamento ondivago dell’accoppiata di ferro riconosce il parlamentarismo per risolvere la crisi nel suo opportuno contesto e lo nega per quanto riguarda la possibilità che un’altra maggioranza possa (e debba) dar vita ad un governo capace di farsi carico dell’interesse nazionale.

Vedremo quel che capiterà tra un mese.

In tutta questa baraonda si è, inoltre, prepotentemente riproposta la questione del conflitto di interessi che dovrà trovare definitiva disciplina e soluzione.

E’ assurdo il perdurare di questa evidente stortura.

Non si capisce perché, in un paese che in ambito privato contempla l’annullabilità degli atti, la responsabilità penale e l’obbligo di astensione imposto a qualsiasi rappresentante o amministratore in caso di conflitto d’interessi con il rappresentato o l’ente di cui è organo (si veda l’art. 1394 del codice civile), non si debba risolvere anche (e soprattutto) in ambito pubblico la medesima questione.

Inutile fingere che, ora, questa non sia tornata ad essere la massima priorità (dopo decenni di immobilismo) per il nostro Paese.

Il permanente conflitto (moltiplicatosi a dismisura) ha ormai dimostrato di calpestare lo Stato di diritto, provocare l’alterazione della democrazia rappresentativa, pesare e incidere sulla necessaria separazione tra interesse pubblico e privato, generare una insana commistione tra potere economico, politico e mediatico.

In poche parole ha fatto sì che dominasse l’interesse privato di chi ha stipulato un contratto con se stesso e che vorrebbe ancora confondere i ruoli di rappresentato e rappresentante.