Il cavaliere dell’Apocalisse e il giorno del giudizio

24 11 2010

L’aria è quella dell’attesa, anzi del temporeggiamento in vista del 14 dicembre.

Ora si tratta, com’è evidente, di non sbagliare nemmeno una mossa per favorire la necessaria exit strategy dal secondo atto della Prima Repubblica.

Di tanto in tanto, però, si prospetta un incomprensibile indugio nel compimento di quell’azione che si è resa irrinunciabile: dar vita ad un fronte parlamentare (di unità costituzionale), di diffusa e matura consapevolezza, capace di interpretare il ritorno alla norma che l’opinione pubblica auspica e in grado, così, di rispondere in via definitiva all’imperante teatro dell’assurdo in cui è precipitata l’Italia.

Ecco perché, oggi, molti italiani, davanti all’immortale ignavia, all’andamento altalenante di chi si presenta, alternativamente, giusto oppositore e incomprensibile aperturista, restano sgomenti.

Il prolungato marasma e la protratta agonia di questo governo del (bluf)fare risultano, oramai, inspiegabili.

Il riferimento al bluff non è casuale. A cosa abbiamo assistito, in tutti questi anni, se non ad una mistificante simulazione di chi ha cercato di apparire più meritevole o più abile di quanto, in realtà, era ed è? Ancor oggi le prevedibili mosse del cavaliere dell’apocalisse, in attesa del giorno del giudizio, sono tutte orientate nel far credere agli avversari di avere in mano carte vincenti, per indurli a ritirarsi dal gioco rinunviando alla posta.

In tutto questo caos, di cui storicamente il cavaliere dell’apocalisse si è alimentato e continua ad alimentarsi, chi paga il prezzo più alto è l’Italia tutta.

Questo, ovviamente, poco importa a quel figuro che si è addirittura spinto a dipingere scenari da guerra civile (il cui riferimento, anche e solo verbale, resta frutto di un delirio inaudito).

Occorrono segnali inequivocabili. La doverosa cautela, che i tempi della politica sovente impongono, non può tradursi in incessante titubanza.

Cos’altro c’è da aspettare? Dopo le macerie, il diluvio, le intemperie che hanno avvolto il clima politico, il crollo di parte del nostro patrimonio culturale, l’immobilismo e la stagnazione economica, il disfacimento dell’Italia come unica entità nazionale, dobbiamo rassegnarci alla definitiva apocalisse?

E’ tempo di reagire, nelle opportune forme che offre la nostra democrazia parlamentare e rappresentativa degli interessi nazionali.

L’unica “cosa” sinistra che in Italia sopravvive alberga, impunemente, in quella destra eversiva (rispetto alla legge e alla Costituzione) davanti alla quale è diventato urgente e inderogabile (im)porre un argine.

Prima che arrivi il buio più nero e che un rinascente fascismo, dei fascisti più fascisti dei fascisti, trovi facile e rassegnato trionfo.

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La morale cattolica e la legge dello Stato laico: rispettare i confini

18 11 2010

E’, di nuovo, bufera sulla questione riguardante il testamento biologico” o il principio delle “direttive anticipate.

C’è poco da girarci intorno: la possibilità di un dibattito non preconcetto resta fortemente condizionata dal settarismo di chi vorrebbe imporre il proprio credo, in nome di un ecumenismo valido per tutti.

Le recenti prese di posizione di Avvenire (che segue la sua ispirazione cattolica) confermano questo limite.

C’è di più: anche l’adozione, non casuale e a volte malevola, del termine eutanasia è la riprova di un ostracismo dettato dal desiderio di rispondere alla propria morale e, così, far intendere che, sull’altro versante, ci siano persone pronte e disposte ad imporre un universalismo di segno uguale e contrario.

Ma così non è, seppur vi pare.

La richiesta del riconoscimento di un diritto soggettivo resta, infatti, circoscritta all’ambito strettamente intimo e personale.

Perciò anche il fervente sentimento religioso, che anima i sostenitori del “diritto alla vita”, non può rappresentare nulla di diverso da un orientamento, una propensione, una speranza, un credo altrettanto intimi e personali o, quantomeno, riguardanti coloro che condividono.

Sul versante contrapposto all’ardente fuoco cattolico non c’è, quindi, un’orda di persone desiderose di imporre le loro scelte individuali all’altrui sentire, né dispensatori di morte.

La chiesa ufficiale, i suoi sponsor e tutte le derivate dalla stessa matrice devono prendere atto di non poter imporre le loro personalissime (e)statiche visioni su sensibilità non comuni alle loro. Ancor meno possono continuare a porre la discussione su questi temi con la solita logica di chi processa ed esige “atti di abiura”.

Personalmente non ho mai avuto l’abitudine e la malacreanza di interferire sulla morale, l’indirizzo, la confessione e  i precetti che, liberamente, la chiesa ufficiale può e deve dispensare al suo gregge.

Rivendico, piuttosto,  il mio diritto d’appartenenza ad uno Stato laico: nella speranza che sulla mia libertà individuale, sulle mie scelte personali, sulla dignità della mia persona (nel corpo e nello spirito) non ci siano indebite interferenze.

La mia vicinanza e il mio interesse si accendono e si animano per l’opera di altri mondi cattolici: dei preti operai, della teologia della liberazione, dei padri comboniani di Nigrizia, del Cardinale Carlo Maria Martini. Per quella chiesa, meno distante dal cristianesimo delle origini, che non si è rifugiata nelle segrete stanze e sottratta al confronto.

Un cristianesimo dialogante, capace d’essere altro rispetto all’ingessato clericalismo, avviluppato in un’immutabile liturgia, sempre pronto a mandare al rogo l’atrui pensiero. Una chiesa che non semplifica e non riduce la complessità del confronto tra credenti e miscredenti.

Insomma, e per concludere: l’ufficialità d’un clero (e dei suoi seguaci) sempre più incapace di ragionamenti complessi, al pari della società nel cui contesto tutti viviamo, impedisce ancor oggi a quest’Italia di evolvere e ottenere l’estensione di diritti, non lesivi di quelli altrui e che nulla sottraggono ai preesistenti.

Si parli di famiglia o di vita e della dovuta dignità che andrebbe riconosciuta a tutti.

Ciascuno consapevole e perciò libero a proprio modo e nei propri confini.





Contro l’assolutismo de l’Ancien Régime

17 11 2010

La soluzione architettata dal Presidente della Repubblica (che si conferma autentico garante della Costituzione), assieme a quello del Senato e della Camera, rappresenta la miglior via d’uscita dalla crisi.

La concomitanza di tempi, tra i due rami del Parlamento, riporta il confronto e la decisione in ambito democratico e costituzionale. Terreno comune ad altri Stati e ad altre forme di Governo che, per atti e questioni di particolare rilevanza,  contemplano discussione e voto dell’intera rappresentanza parlamentare.

Questo precedente, oggi riferito al rapporto fiduciario tra Governo e Camere, dovrà, in futuro, trovare una più opportuna disciplina e magari comportare una piccola correzione della nostra Carta Costituzionale, tale da evitare ulteriori possibili conflitti. Occorrerà, insomma, individuare tutte quelle fattispecie da sottoporre al vaglio del Parlamento in seduta comune o contemporanea.

Sarà necessario, sempre a proposito della prevenzione di conflitti istituzionali, fornire adeguata interpretazione sulla possibilità di scioglimento di una sola Camera.

L’assolutismo dell’ancien régime è ancora arroccato su questa posizione che, seppur contemplata dall’articolo 88 della Costituzione (Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse), pone non pochi problemi.

L’ipotesi di sciogliere o meno una sola Camera dovrebbe derivare, secondo alcuni costituzionalisti, da fattori e criteri di scelta ben determinati. E’ però pur vero che l’orientamento, consolidato nel tempo e nella prassi, è quello che ha sancito una sorta di inammissibilità dopo la legge costituzionale n. 2 del 1963.

Nello specifico è decisamente folle immaginare il ricorso alle urne per la sola Camera dei Deputati. L’esito di una siffatta soluzione, improvvisata e avventurista, vedrebbe, di fatto, dilagare la crisi anche nella prossima legislatura.

L’eterna propensione a generare il caos non è, dunque, rimedio opportuno o ragionevole.

La diarchia Berlusconi/Bossi questo sostiene, pur di non arrendersi all’evidenza di una crisi conclamata. L’assolutismo dell’ancien régime afferma: governo io o nessun altro. L’andamento ondivago dell’accoppiata di ferro riconosce il parlamentarismo per risolvere la crisi nel suo opportuno contesto e lo nega per quanto riguarda la possibilità che un’altra maggioranza possa (e debba) dar vita ad un governo capace di farsi carico dell’interesse nazionale.

Vedremo quel che capiterà tra un mese.

In tutta questa baraonda si è, inoltre, prepotentemente riproposta la questione del conflitto di interessi che dovrà trovare definitiva disciplina e soluzione.

E’ assurdo il perdurare di questa evidente stortura.

Non si capisce perché, in un paese che in ambito privato contempla l’annullabilità degli atti, la responsabilità penale e l’obbligo di astensione imposto a qualsiasi rappresentante o amministratore in caso di conflitto d’interessi con il rappresentato o l’ente di cui è organo (si veda l’art. 1394 del codice civile), non si debba risolvere anche (e soprattutto) in ambito pubblico la medesima questione.

Inutile fingere che, ora, questa non sia tornata ad essere la massima priorità (dopo decenni di immobilismo) per il nostro Paese.

Il permanente conflitto (moltiplicatosi a dismisura) ha ormai dimostrato di calpestare lo Stato di diritto, provocare l’alterazione della democrazia rappresentativa, pesare e incidere sulla necessaria separazione tra interesse pubblico e privato, generare una insana commistione tra potere economico, politico e mediatico.

In poche parole ha fatto sì che dominasse l’interesse privato di chi ha stipulato un contratto con se stesso e che vorrebbe ancora confondere i ruoli di rappresentato e rappresentante.





L’altrove, al di là di Freedonia

16 11 2010

IL RAPPORTO FIDUCIARIO CON LE CAMERE.

AUSTRIA

Il Cancelliere e i Ministri sono responsabili dinanzi alla sola Camera bassa (art. 76, comma 1).

Se il Consiglio Nazionale nega la fiducia al Governo federale nel suo insieme o a singoli membri di esso con esplicita deliberazione, il Governo o il Ministro federale in questione deve essere sollevato dall’incarico (art. 74, comma 1).

Per la deliberazione sulla sfiducia è necessaria la presenza della metà dei membri del Consiglio Nazionale. Tuttavia, se un numero di deputati stabilito dal Regolamento lo richiede, la votazione può essere rinviata al secondo giorno lavorativo successivo (art. 74 Cost., commi 1 e 2).

Per la revoca del Cancelliere federale o dell’intero Governo non è richiesta alcuna proposta; la revoca di singoli Ministri ha luogo su proposta del Cancelliere federale (art. 70, comma 1).

Entrambe le Camere hanno il diritto di verificare la gestione del Governo, interrogare i Ministri sull’intero complesso dell’attività esecutiva e richiedere tutte le informazioni pertinenti, nonché esprimere le loro opinioni sull’esercizio dell’attività esecutiva mediante risoluzioni (art. 52, comma 1).

FRANCIA

Il Governo è responsabile davanti al Parlamento (art. 20 Cost.).

Il Primo ministro, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, impegna davanti all’Assemblea nazionale la responsabilità del Governo sul suo programma o eventualmente su una dichiarazione di politica generale. (art. 49 Cost., c. 1).

L’Assemblea nazionale può far valere la responsabilità del Governo attraverso il voto di una “mozione di censura” (art. 49 Cost., c. 2).

Il Primo ministro può, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, impegnare la responsabilità del Governo davanti all’Assemblea nazionale sul voto di un testo legislativo, ad alcune condizioni recentemente stabilite con la riforma del 2008. Con la legge costituzionale n. 2008-724 è stata infatti limitata alle leggi finanziarie e ad un testo per sessione, la possibilità di ricorso a tale procedura che consente al Governo di ottenere l’adozione di un provvedimento senza voto, ponendo la questione di fiducia dinanzi all’Assemblea Nazionale.

Se non viene presentata alcuna mozione di censura, il testo si considera automaticamente approvato.

Il Primo ministro ha altresì la facoltà di chiedere al Senato l’approvazione di una dichiarazione di politica generale. (art. 49 Cost., c. 4).

Quando l’Assemblea nazionale approva una mozione di censura o quando disapprova il programma o una dichiarazione di politica generale del Governo, il Primo ministro deve rassegnare al Presidente della Repubblica le dimissioni del Governo. (art. 50 Cost.)

Previa consultazione del Primo ministro e dei Presidenti delle Camere, il Presidente della Repubblica può sciogliere l’Assemblea nazionale. Si tratta di uno dei suoi poteri che non esigono controfirma ministeriale e quindi di una vera e propria sua prerogativa, che esercita con la massima libertà di decisione. (art. 12 Cost.)

GERMANIA

Il rapporto fiduciario intercorre con il solo Bundestag.

Dopo l’iniziale elezione del Cancelliere federale, il Bundestag può esprimergli la sfiducia solo eleggendo a maggioranza dei suoi membri un successore e chiedendo al Presidente federale di revocare il Cancelliere federale in carica. In tal caso, il Presidente federale deve aderire alla richiesta e nominare il nuovo eletto. (art. 67 Cost.).

La carica di Cancelliere federale o di ministro federale termina in ogni caso quando si riunisce un nuovo Bundestag; la carica di ministro federale termina inoltre tutte le volte che il Cancelliere federale cessa dal suo ufficio (art. 69 Cost.).

REGNO UNITO

Per convenzione costituzionale, la fiducia della Camera dei Comuni è presunta nei confronti del Primo Ministro designato dal Sovrano.

Alcuni commentatori individuano un momento di espressione formale della fiducia al Governo nell’approvazione parlamentare di un indirizzo di risposta (Address of Reply) al discorso della Corona con cui all’inizio di ogni sessione annuale si annunciano i contenuti salienti del programma legislativo del Governo per la sessione che si apre. In riferimento a tale ricostruzione, l’approvazione di un indirizzo di risposta nettamente contrario ai contenuti del discorso della Corona, così come la reiezione del bilancio, avrebbero valenza analoga all’espressione della sfiducia.

Questa può essere invece formalmente espressa mediante una mozione di censura, la cui approvazione induce per prassi il Governo alle dimissioni oppure a richiedere al Sovrano lo scioglimento della Camera dei Comuni.

La posizione della questione di fiducia non fa parte della tradizione della Camera dei Comuni. Qualora nelle votazioni parlamentari il Governo venga messo in minoranza, il Primo ministro resta libero di valutarne le conseguenze.

SPAGNA

Il rapporto fiduciario intercorre tra il Presidente del Governo e il solo Congresso dei Deputati:

  • · la fiducia deve essere votata a maggioranza assoluta. Ove tale maggioranza non venga raggiunta, si procede ad una nuova votazione a distanza di 48 ore, per la quale è sufficiente la maggioranza semplice. Se non si raggiunge tale risultato, bisogna ripetere il procedimento con un nuovo candidato. Se trascorsi due mesi, a partire dalla prima votazione, nessun candidato ha ottenuto la fiducia del Congresso, il Re scioglie entrambe le Camere e indice nuove elezioni;
  • · il Presidente del Governo, previa delibera del Consiglio dei Ministri, può porre la questione di fiducia sul suo programma o su una dichiarazione di politica generale al Congresso dei Deputati; la fiducia è accordata se vota a favore la maggioranza semplice dei deputati;
  • · il Congresso può impegnare la responsabilità politica del Governo attraverso l’approvazione a maggioranza assoluta della mozione di censura, che deve essere proposta da almeno un decimo dei deputati e deve indicare un nuovo candidato alla Presidenza del Governo. La mozione non può essere votata prima di cinque giorni dalla sua presentazione e, qualora sia respinta, i suoi firmatari non potranno presentarne un’altra nella medesima sessione. (artt. 99, 112,113 Cost.)

CANADA

Il Parlamento canadese è composto da due Camere, la Camera dei Comuni e il Senato, e dal Sovrano. La Camera dei Comuni, composta su base elettiva, è formata da un numero variabile di membri, perché i seggi sono ripartiti tra le Province sulla base della loro popolazione. Attualmente la House of Commons è composta da 307 membri. Essa resta in carica per un periodo massimo di 5 anni (art. 50 del Constitution Act), ma sono frequenti gli scioglimenti anticipati. Il rapporto fiduciario intercorre tra il Governo e la sola Camera dei Comuni, che può esprimersi su una mozione di fiducia o di sfiducia al Governo. In caso di sfiducia, per prassi il Primo ministro è costretto alle dimissioni oppure può richiedere al Governatore generale lo scioglimento della Camera dei Comuni.

Come nel Regno Unito, anche in Canada all’inizio della legislatura e dopo la formazione del Governo, si svolge il discorso della Corona (Speech from the Throne), tenuto dal Governatore generale, a cui segue di solito l’approvazione parlamentare di un indirizzo di risposta. Tale discorso, in cui si annunciano i contenuti salienti del programma legislativo del Governo, si tiene anche all’inizio di ogni sessione parlamentare.

ISRAELE

Il Governo israeliano è collettivamente responsabile davanti al Parlamento (art. 4).

Una volta che il Presidente ha conferito il mandato ad un membro della Knesset per formare un nuovo Esecutivo e che questo è stato formato, il Governo – come già evidenziato in precedenza -deve presentarsi di fronte al Parlamento per comunicare il suo programma, la lista dei ministri, con le loro competenze, e per ricevere  la fiducia della maggioranza parlamentare.

Il Governo è costituito solo dopo che la Knesset gli ha espresso la sua fiducia (art. 13. d).

La Legge Fondamentale del 2001 ha i introdotto, inoltre, nel sistema costituzionale l’istituto della “sfiducia costruttiva” .

La normativa prevede che la maggioranza dei membri della Knesset possa votare una mozione di sfiducia nel Governo (art. 28. a). Nello sfiduciare il Governo, la maggioranza assoluta del Parlamento deve richiedere al Presidente dello Stato di conferire un incarico per la formazione di un nuovo Governo ad un determinato membro della Knesset, previo il suo consenso scritto. (art. 28.b).

Entro 2 giorni dal voto della mozione di sfiducia, il Presidente è tenuto ad assegnare il nuovo incarico. (art. 28.c). Il Primo Ministro incaricato ha quindi 28 giorni, estendibili fino ad un massimo di 14, per formare il nuovo Esecutivo. (art. 28.d).

Se, trascorso questo tempo, il Governo non è stato formato, o se esso, presentatosi alla Knesset, non ha ottenuto la fiducia dell’Assemblea parlamentare, sono convocate le elezioni anticipate. (art. 28 . e; art. 28. f).

STATI UNITI

Coerentemente con i principi di separazione e di bilanciamento di poteri che caratterizzano la forma di governo statunitense, nessun potere può incidere sulla permanenza in carica dell’altro.

Ne discende che, nei suoi rapporti con il Congresso, il Presidente non è sottoposto a voto di fiducia parlamentare. Egli non ha il potere, d’altra parte, di determinare l’anticipata interruzione della legislatura.

Nell’ipotesi di gravi violazioni compiute nell’esercizio del suo mandato, il Presidente può essere sottoposto dal Congresso a procedimenti di messa in stato di accusa (impeachment), e, a seguito di condanna, essere destituito. In tale ipotesi il mandato presidenziale è assunto dal Vice-presidente e portato avanti fino alla scadenza prestabilita.

Approfondimenti:





Democrazia è parlamentarismo

15 11 2010

A Freedonia, come ipotizzato e anticipato nel mio recente post, il nuovo tormentone della destra eversiva (rispetto al dettato costituzionale) è l’ipotesi di sciogliere la Camera ostile.

Questa eventualità, naturalmente, piace da morire al massimo teorico della destra eversiva (sempre rispetto alla Costituzione), che riuscirebbe così a “risolvere” la singolar tenzone ingaggiata col Presidente della Camera e ribadire la sua primazia.

Un primo nodo da sciogliere riguarda, però, l’individuazione della sede cui spetta precedenza.

Se si dovesse considerare il fattore tempo è evidente che, siccome alla Camera dei Deputati la mozione di sfiducia di PD e IDV è stata depositata in anticipo, è questa la sede che può e deve godere della priorità in merito alla discussione parlamentare.

Una seconda analisi coinvolge la rappresentatività dei due rami del Parlamento.

La Camera dei Deputati è costituita, come noto, da 630 membri, il Senato da 315. Se, pertanto, il Governo dovesse riscuotere la fiducia da parte del Senato e ricevere voto di segno opposto alla Camera, ci sarebbe da ragionare in ordine alla portata della rappresentanza parlamentare espressa nei diversi ambiti.

Certo è che quest’ennesima forzatura della Carta Costituzionale mette in discussione il giusto equilibrio tra poteri.

Questo punto d’arrivo non è per niente accidentale. Si tratta del risultato dovuto al crescente disequilibrio che, negli ultimi tempi, ha contraddistinto Parlamento e Governo.

La crisi istituzionale che ci troviamo difronte è anche il necessario punto d’approdo di quell’inesistente giusto equilibrio, fortissimamente bypassato, tra derivazione parlamentare e derivazione governativa, nella formazione delle leggi. Il massiccio utilizzo dei decreti legge, senza più badare al requisito della necessità e dell’urgenza, ha – di fatto – svuotato l’incisività della democrazia parlamentare. Il frequente ricorso a maxiemendamenti ha, sovente, impedito la possibilità di emendare i testi presentati, riducendo e annullando qualsiasi possibilità di discussione in tempi sempre più contingentati. La continua apposizione della fiducia ha, infine, definitivamente mortificato il confronto tra maggioranza e opposizione.

Così l’inarrestabile e metodico strappo democratico, parlamentare e costituzionale, ci porta oggi davanti ad uno scenario di facile soluzione se ci trovassimo ad avere a che fare con personalità pervase e precedute dal loro senso dello Stato, anziché di natura eversiva (sempre rispetto alla nostra Legge Fondamentale).

La facile soluzione è questa: il Primo Ministro di un Governo sfiduciato da un ramo del Parlamento ha l’obbligo di dimettersi. E, ancor prima, venuta meno l’originaria compagine della maggioranza, avrebbe dovuto fare altrettanto.

Anche in questa circostanza servirebbe trovare una via d’uscita politica, pacifica e indolore, per sanare una fattispecie che potrebbe presentarsi e che pone non pochi problemi.

Sarà compito delle forze democratiche, chiamate a dare soluzione a questa perdurante crisi, sia metter mano alla legge elettorale, sia disciplinare la questione “fiducia” contemplando, magari, che il Governo sia assoggettato in seduta comune, in modo da rendere “disambigua” questa materia.

Pensare di poter forzare la Carta Costituzionale, a proprio uso e consumo, è pura follia.

E una ragionevole via d’uscita politica e parlamentare può evitare che Freedonia sia chiamata a risolvere la criticità dell’attuale fase politica con un nuovo Piazzale Loreto, un nuovo esilio o una guerra (in)civile.





Freedonia Italia (II atto)

12 11 2010

NO Berlusconi

NO Berlusconi Bis

Il mio predecessore ha rovinato questa nazione
non sapeva come gestirla,
se pensate che ora vada male
aspettate che me ne occupi io!

Rufus T. Firefly

Presidente del Consiglio del Non libero Stato di Freedonia

Forma di governo: Repubblica presidenziale con tendenze dispotico anarchiche

A Freedonia i rappresentanti del Partito Del Livore continuano a richiedere, in maniera opportuna, che la crisi rientri nel suo naturale ambito parlamentare.

Ci si appella, dunque, alla ritrovata centralità del Parlamento, quale luogo deputato per determinare le sorti del Governo in carica. Non senza contradditorietà: da un lato si invoca il rispetto della prassi costituzionale; dall’altro si continua a ribadire che il Presidente del Consiglio non ha intenzione di dimettersi, né di rinunciare a presiedere un nuovo esecutivo.

In caso contrario si prospetta il ricorso alle urne (legittimo orientamento), preceduto dall’obbligo di tener conto, ovviamente, del ruolo esclusivo che spetta al Presidente della Repubblica.

Insomma, anche se lorsignori non gradiscono, qualora si trovi una maggioranza parlamentare (in un sistema di rappresentanza che tale è e rimane) diversa dall’attuale, si fa un altro governo per gestire le sorti di Freedonia.

In questo perdurante e delirante clima da fine basso impero si attendono, pertanto, nuove iniziative atte a trovare una possibile via d’uscita.

Una delle ultime ipotesi è che il Governo si presenti al Senato per sperare in un voto di fiducia con esito positivo e per contrastare la mozione di segno opposto presentata alla Camera.

In questa guerra di trincea pochi osano ricordare che, in quella sede, esiste una pattuglia di “4 mori” che ha alcuni conti in sospeso col Primo interessato.

Basta andare a ricercare le tracce nel recente passato: Beppe Pisanu ha qualcosa da saldare, assieme a lui Piergiorgio Massidda (che, non a caso, alle ultime elezioni provinciali cagliaritane si è presentato con una lista autonoma in contrapposizione al PDL), Fedele Sanciu e Mariano Delogu.

L’attuale Primo Ministro di Freedonia è, perciò, chiamato, in questa fase terminale, a tener conto di eventuali e nuove incognite anche in quel consesso.

Sono stati troppi gli errori di valutazione commessi in questi ultimi anni.

Ora come ora non risulta ben chiaro se, all’indomani di un voto di fiducia al Senato e del suo contrario alla Camera, i nuovi esegeti della Costituzione (pro domo loro) vogliano persino spingersi a chiedere lo scioglimento anticipato del solo ramo ostile (ipotesi impraticabile).

Quel che appare chiaro è che il PDL mantiene la posizione della linea dura e muscolare, assieme ai proconsoli leghisti chiamati a far da sponda (in questa deriva).

Una linea politica, abbracciata da tempo, che ha prodotto il difetto e l’incapacità di comunicazione attuale.

Responsabile e artefice di tutto è stato il Grande Comunicatore che, per esempio, ha deciso di farsi rappresentare da personaggi impresentabili quali Capezzone e Santanchè. Pessimi biglietti da visita, riconosciuti anche da parte di chi, pur avendo labile memoria, è tanto abile da ricordare l’alternarsi del ruolo di detrattore e apologeta incarnato da persone capaci di rappresentare l’indistinto.

Persino i proclami e le promesse, del Governo del fare e del ghe pensi mì, appaiono, oggi, come vacue promesse dispensate al Popolo di Freedonia.

Ecco perché l’attuale tempesta di chi ha seminato vento esige una risposta corale capace di ridare slancio a Freedonia.

Non si tratta di eresia.

E’ l’unica strada percorribile per un’autentica pacificazione di cui il Paese ha estremo bisogno, dopo decenni di ostile e insana contrapposizione.

Non un’indistinta ammucchiata, ma un richiamo ad una diffusa consapevolezza.

Può non piacere ai sempreverdi nuovisti (alla Renzi) del PD, ancora inchiodati a fare dietrologia e sottoporre tutti all’esame del DNA; oppure alla vocazione tribunizia di Di Pietro (fortemente nutrita dalla necessaria sopravvivenza del “nemico”); però potrebbe piacere ad un fronte, tanto responsabile e trasversale, e perciò capace di assumersi quest’onere temporaneo, per poi tornare ciascuno a giocare il proprio distinto ruolo.





Freedonia Italia (I atto)

12 11 2010

Il mio predecessore ha rovinato questa nazione
non sapeva come gestirla,
se pensate che ora vada male
aspettate che me ne occupi io!

Rufus T. Firefly

Presidente del Consiglio del Non libero Stato di Freedonia

Forma di governo: Repubblica presidenziale con tendenze dispotico anarchiche