L’agone poetico del misogino.

14 10 2010

La chiusa dell’editoriale dell’infeltrito su Concita De Gregorio: “A proposito, siccome si dice che la mamma dei cretini è sempre incinta, aggiungeremmo che sarebbe ora che prendesse la pillola (e in certi casi estremi è ammesso persino l’aborto)”, ci spinge a ragionare, non tanto sulla frequente arte dell’insulto (davanti alla quale non ci scandalizziamo), quanto sulla scarsa considerazione, tornata dominante, nei confronti delle donne.

L’impronta è, frequentemente, d’ordine maschilista, contornata da tratti di ostentato “machismo” e caratterizzata da un linguaggio declinato in senso “muscolare”.

In poche parole e in generale, quando origina da matrice maschile, si potrebbero, per brevità e sintesi, definire: “ragionamenti a cazzo”.

C’è da dire che non sempre, però, l’origine e il tratto sono di segno maschile. Recentemente Angela Napoli di Futuro e Libertà ha così qualificato il “carrierismo” interno al PDL: “Candidate dopo essersi prostituite”.

La memoria ritorna alla poetica dedicata dall’infeltrito a Veronica Lario sulle colonne di “Libero”: “Lei stessa proviene dal mondo dello spettacolo, memorabili sono le sue esibizioni a torace nudo sul palcoscenico del teatro Manzoni” ed anche: “Nei panni della signora avrei agito diversamente, anche solo per evitare il rischio di un ricovero coatto in struttura psichiatrica”; al Filippo Facci che così argomentava: “Mara Rosaria Carfagna dovrebbe dimettersi perché tutto sommato è un danno per il governo cui appartiene … punto di non ritorno per un elettorato cui puoi propinare quasi tutto ma non tutto. Ha cominciato a fare politica nel 2006 e a metà del 2008 è diventata ministro: è troppo, punto”; al Massimo Donadi, capogruppo dell’Italia dei Valori che, a tal proposito, si chiedeva: “Se Bill Clinton avesse fatto Monica Lewinsky ministro la vicenda sarebbe diventata di rilevanza politica oppure no?“.

Il pensiero e il ragionamento misogini, che si tramandano, da secoli inalterati, in molti ambiti (Chiesa, Politica, Società), sembrano ancorati attorno alla questione inerente l’esistenza o meno dell’anima delle donne e nell’altrettanto immortale visione di corpi utili (al dilettevole), sprovvisti di sostanza e dignità.

Il ricordo, in stile bipartisan, così si sposta sulla raffigurazione di Giorgia Meloni come “Ministronza” per poi tornare sull’infeltrito che, in una disperata autodifesa, vaneggia: “La Marcegaglia parla ogni due minuti alla televisione e ci ha fatto venire il latte alle ginocchia. Anzi, se permettete, ci ha anche rotto i coglioni. Quando ero direttore non me ne fregava niente di intervistarla, e penso di interpretare il pensiero di Sallusti e cioè che anche a lui non interessa una sua intervista” e Sallusti(o) di rimando: “La Marcegaglia è un’isterica non do­vrebbe essere a capo di Confin­dustria”.

E come non citare le amenità del più noto tombeur de femmes (nella linguistica misogina: donnaiolo) degli ultimi 150 anni?

Lei è più bella che intelligente. Non mi interessa nulla di ciò che eccepisce” (rif).

Sapete perché Bresso è sempre di cattivo umore? Perché al mattino quando si alza e si guarda allo specchio per truccarsi, si vede. E così si è già rovinata la giornata” (rif)

Ora la parola alle donne: soprattutto per decidere sui loro corpi e sulle loro intelligenze.

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