Il dislessico leghista, le parole crociate e il governo nel Palazzo d’inverno.

30 09 2010

Sottofondo musicale: La domenica delle salme (De Andrè).

Si avvisano i lettori sensibili che questo commento contiene un linguaggio esplicito.

In verità si tratta di frasario, oramai, d’uso corrente nella politica e nella società.

29 settembre: giornata nera e fumata bianca. Secondo qualche indiscrezione: “compleanno di merda”.

Si continua, però, ad andare avanti e navigare a vista. Resta incognita la scadenza, di sicuro c’è la protratta agonia e l’accanimento terapeutico.

Dottore: “Coraggio adunque… la convalescenza non è lontana.”

Violetta: “Oh, la bugia pietosa a’ medici è concessa”.

Come ne “La Traviata”.

Ci sarà, nei prossimi mesi, forse settimane, tempo, modo e luogo per veder emergere quella realtà oggi negata: la discrepanza d’idee e di visioni (divisioni) che caratterizzano questa maggioranza.

Intanto si finge fiducia ad un governo che non ha grande futuro: comportamento paradossale davanti alla dilagante sfiducia che prende corpo e forma al di fuori del Palazzo.

In questo osceno scenario il linguaggio e la gestualità, diventati ormai abitudine, si fanno necessariamente selvaggi.

Viene definitivamente sdoganato quello esplicito e scurrile. A volte consono, altre gratuito.

Niente di grave, naturalmente. Fedele rappresentazione dell’epoca attuale ed eredità di questi anni.

E’ la politica che alterna commedia a tragedia e che si presenta in maniera perfettamente simpatetica ai personaggi che la incarnano.

Le tracce e le origini vanno ricercate nel folklore e nell’improvvisazione del duo Bossi & Berlusconi.

Raffigurazioni, che – effettivamente – arrivano in maniera diretta e senza inutili cicronlocuzioni. Da ridere, se tutto attorno non ci fossero pianto e desolazione. Se dietro non ci fosse la mistificazione della realtà, la cancellazione della solita Italia senza verità perché sprovvista di memoria.

Questo culturame politico oscilla stranamente tra approvazione e biasimo di questo lessico e di questa mimica. Dipende, sempre, dalla parte in cui ci si trova.

In sintesi: va bene se e quando sono io a proferire simili parole, assai meno se e quando sono gli altri ad apostrofarmi con identiche espressioni.

E’ il vizio di Berlusconi. L’abitudine del carnefice a fingersi vittima. Quello strano sentir aleggiare un clima d’odio attorno a sé, senza tener (o rendersi) conto che è anche da lui medesimo generato e alimentato. Assieme a lui tutti quei pretoriani: mesti quando il capopopolo subisce ingiuria, scatenati mestatori di guano verso gli avversari (intesi come nemici) quando si tratta di colpire.

Morale: se vogliamo essere liberi di usare un certo linguaggio e una determinata espressività, dobbiamo consentirlo a tutti.

Un giusto equilibrio questo comporta.

Nell’utilizzo di questo “nuovo dizionario politico”, perfettamente bilanciato, sarà, pertanto, più che lecito rispondere in maniera adeguata e omogenea. Nessuno potrà esercitare diritto di veto sull’altro.

Più libertà di parola per tutti.

Immaginiamo, allora, le opportune rettifiche ad alcune (poche tra le tante) vicende recenti e passate.

A Berlusconi che osanna il “partito dell’amore” e che manifesta la sua fiducia negli italiani: “Ho troppa stima per l’intelligenza degli italiani per credere che ci possono essere in giro tanti coglioni che votano per il proprio disinteresse”, si potrà – pacatamente – rispondere che i coglioni sono, anatomicamente, sempre due. E, anche il fronte contrario, pur non essendo parte del “partito della copula” (definizione tratta dal nuovo dizionario), probabilmente pensa non ci siano poi così tante gonadi di destra, ancor disposte oggi a votare contro il loro interesse. Tutti d’accordo, alla fine, nello stabilire che governerà il testicolo che otterrà la maggioranza.

Così, nuovo vocabolario alla mano, a Di Pietro che qualifica: “Berlusconi stupratore della democrazia”, si potrà rispondere che questa rinnovata versione del teorema del “Presidente magnaccia” era stata, a suo tempo, inficiata dall’infeltrito in veste d’andrologo.

Come si nota, il nuovo dizionario senza peli sulla lingua, aveva indotto a erudite disquisizioni, sperticate analisi dei domestici, rispetto alle quali non siamo riusciti a capire se si trattava di impotenza erigendi o coeundi (?).

Cosa avrebbe dovuto e potuto rispondere Alessandro Gaio Sallustio (De Berlusconiae coniuratione) al D’Alema che gli intimava: “Vada a farsi fottere”?

Superata l’epopea del celodurismo, al Bossi (della Padania Liberta), alla Santanchè (neo esponente d’un celodurismo clitorideo?), al Berlusconi (uomo medio dei media), che esibiscono il terzo dito, si potrà dar loro consiglio sull’orifizio in cui ficcarlo, adottando apposito bon ton di stretta derivazione dal nuovo dizionario?

Si potranno definire, certi comportamenti, compravendita o meno poco importa, degni delle “Troie di regime” (di genere maschile o femminile, di destra, di centro o di sinistra), mutuando dall’inarrivabile poetica di De Andrè?

Avremo la libertà di qualificare testi e musica del duo parcheggiatore chansonnier o la poetica di Bondi con epiteti consoni?

E, sempre al folk-singer Bossi, che sbraita contro l’assistenzialismo, che interpreta il suo personalissimo S.P.Q.R., si potrà – garbatamente – far notare che tutti noi siamo fortemente contrari anche al parassitismo, nella sua forma simbiotica di commensalismo o inquilinismo familistico, di razza padana?

Ecco, infine, le ragioni della loro fiducia: nell’Italia del politically incorrect c’è un’evidente paura e un senso di vertigine davanti al baratro.

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