I partiti mai arrivati e la democrazia plurale.

15 09 2010

Qual è il prezzo che rischiamo di pagare, tutti e indistintamente, all’indomani della recente crisi politica?

E’ l’ulteriore divario, l’abisso che si fa più profondo, tra rappresentanti e rappresentati. Lo scollamento e l’estraneità tra politica e tessuto sociale.

I linguaggi tribali e triviali, il lessico non più familiare, la logica perversa del nemico da abbattere, l’incapacità di dialogo, aumentano queste distanze.

La classe politica, intesa come élite del privilegio, rischia di apparire sempre più aliena, alimentando l’area dell’astensionismo, i fermenti antagonisti o il neo-qualunquismo disfattista.

E allora, a fronte di quest’incessante diluvio, perché non ripensare alla politica, alla sua vera natura, alla cura degli interessi collettivi?

Qual è la società e la politica (sociale ed economica) che vogliamo?

E, certo, una politica capace di farsi interprete delle idealità, delle passioni, dei desideri e dei bisogni d’una società realmente inclusiva. Una società al cui interno prevalga il concetto di persona umana, in tutta la sua dignità: non uomini, non donne, non omosessuali, non lesbiche o quant’altro, ma persone con pari opportunità.

Una società non discriminatoria, che riconosca i diritti di ciascuno e di tutti, laddove l’estensione di questi diritti (di civile convivenza) nulla sottrae a nessun altro.

Una società rispettosa delle alterità, al cui interno tutti possano avere e trovare la pienezza del diritto di cittadinanza, che non faccia leva sulla paura dell’altro.

Identità plurali, interpretate da una politica, cui non si concede una semplice delega in bianco, ma la si rende autentica rappresentanza.

Se è vero – come riportato nell’art. 2 della nostra Costituzione – che: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” e – come recita l’art. 3 – che : “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”; allora da qui occorre ripartire.

L’arte di governare la società non può, pertanto, continuare a manifestarsi indifferente. Né ciascuno di noi può o deve sentirsi escluso.

“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Questo l’articolo 49 della Costituzione.

I partiti, sin qui mai arrivati, siano capaci di rappresentare con adeguatezza il loro tempo, favoriscano la partecipazione attiva. Abbandonino la loro disaffezione alla democrazia orizzontale e al pluralismo, smettano di auto-celebrarsi e di sopravvivere per cooptazione.

E’ tempo di mettersi in ascolto…

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