Il federalismo dei “proconsoli romani”.

7 09 2010

Il federalismo è la ragion d’essere della Lega. Ma in tutti questi anni, al di là degli slogan ossessivi e banali, cos’è cambiato? Pressoché nulla, verrebbe da dire.

La recente manovra economica, anzi, ha dimostrato un orientamento verso un magro regionalismo che ha sottratto, ancora una volta, risorse alle Regioni e agli enti locali.
I “proconsoli romani”, più interessati al mantenimento del loro ruolo centrale (o centralista?), più affezionati al ministerialismo romano, non sono riusciti ad andare oltre la misera rivendicazione di uno spirito identitario parolaio, folkloristico e fondato sulla difesa e tutela di semplici e anch’essi miserrimi particolarismi.

La realtà è che non può esistere federalismo sprovvisto di una visione unitaria dell’Italia inserita in un contesto europeista. Non può esserci federalismo, ancorato ai campanilismi o al “particulare”, che non abbia in sé ampio respiro e non asfittiche aspirazioni.

La sopravvivenza della ragion d’essere e lo stesso esistere della Lega “di lotta” sembrano però fermamente ancorati alla mancata realizzazione d’una riforma geopolitica dell’Italia in senso federalista.

La contraddizione tra Lega di lotta e di governo, laddove prevale l’interesse occupazionale dei “proconsoli romani”, rappresenta il limite oggettivo che impedisce il realizzarsi d’una seria riforma.

Ecco allora la provocazione, articolo 132 della Costituzione: “Si può, con legge costituzionale, sentiti i Consigli regionali, disporre la fusione di Regioni esistenti o la creazione di nuove Regioni con un minimo di un milione di abitanti, quando ne facciano richiesta tanti Consigli comunali che rappresentino almeno un terzo delle popolazioni interessate, e la proposta sia approvata con referendum dalla maggioranza delle popolazioni stesse.

Si può, con l’approvazione della maggioranza delle popolazioni della Provincia o delle Province interessate e del Comune o dei Comuni interessati espressa mediante referendum e con legge della Repubblica, sentiti i Consigli regionali, consentire che Provincie e Comuni, che ne facciano richiesta, siano staccati da una Regione e aggregati ad un’altra”.

Se i proconsoli romani di matrice leghista, capeggiati da Bossi e Tremonti, sono autenticamente convinti dell’esistenza di un’entità padana, abbiano il coraggio di osare e dimostrare quanti nelle loro “colonie” sono disposti a seguirli in questo percorso.

Al di là degli slogan e delle banalità: siano temerari e dimostrino di voler passare dal magro regionalismo al macro regionalismo.

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