La sorgente di ogni diritto.

19 08 2010

Prima di assumere le funzioni, il Presidente del Consiglio e i Ministri prestano giuramento secondo la formula rituale indicata dall’art. 1, comma 3, della legge n. 400/88.

Il giuramento rappresenta l’espressione del dovere di fedeltà che incombe su tutti i cittadini ed, in particolare, su coloro che svolgono funzioni pubbliche fondamentali (art. 54 della Costituzione).

Questa la formula: “Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservare lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione”.

Si tratta, chiaramente, di un giuramento, di innegabile solennità, imprescindibile. Si giura – è il caso di ribadirlo – sulla Repubblica italiana, non su miti e leggende di nazionalismi inesistenti, neppure si manifesta dovere di fedeltà ad un dominus.

E’ tutto il Governo che giura. Non i cittadini che giurano su un Governo.

In questi giorni, l’imperante populismo, l’alta scuola di demagogia, i ponti o tonti ripetitori, non senza irresponsabilità, minacciano (non certo invocano) il ricorso alle urne.

Sia chiaro: non si tratta di una richiesta censurabile o priva di senso, se e quando espresse nelle forme, nelle sedi e nei tempi opportuni.

Piccolo particolare, di rilevante importanza, per i fedeli amanti della legalità e del rispetto delle regole, è che, preliminarmente, non si possono saltare a piè pari i passaggi costituzionali (di quella Costituzione ancor vigente, la stessa su cui hanno giurato), che riportano il ruolo e la centralità delle competenze e delle decisioni al Presidente della Repubblica e alle rappresentanze parlamentari, opportunamente consultate, al fine di pervenire a giuste e condivise soluzioni. Sempre nel prioritario interesse della Nazione.

L’alternativa non è, dunque, tra amici e nemici del popolo, tra voto e non voto.

La vera alternativa è tra chi rivendica la pienezza del suo ruolo e delle sue prerogative e chi, invece, con i soliti atti d’imperio, propende per il vuoto (elettorale o meno).

Perciò, l’equivoco di chi scambia il voto come ex voto (quasi atto di fede offerto alla divinità), l’appellarsi al rispetto del programma elettorale, il continuo teatro dell’assurdo che marca – ancora una volta – il divario tra Costituzione formale e materiale, a proprio uso e consumo, sono opera alchemica dei due signori di serie B.

La Costituzione, anche in questo caso, mantiene il suo ruolo di legge fondamentale, rispetto alla quale non possono esistere eccezioni.

Tutto il resto sono inclinazioni e orientamenti – che ci fa piacere conoscere in anticipo – dell’ampollosa Pagania (sì avete letto bene!) e di chi l’anticipa o la segue.

Ci fa piacere assistere a questo inossidabile sodalizio e a questa identità di vedute tra (per usare il lessico e le espressioni regional-leghiste) “potere romano” e nuovi, obbedienti proconsoli romani, di ormai tradite e perse origini (nordiste?). Ci dà l’esatta misura dell’imprinting, rapido e irreversibile, che l’uno è riuscito ad imporre (indurre) sull’altro.

Ci fa capire meglio quest’impero dei sensi e questo reciproco attaccamento che, i presunti vergini e neonati nel II atto della Prima Repubblica, nutrono verso il potere e chi temporaneamente lo incarna.

Sul rispetto contrattuale del programma elettorale c’è, poi, da dire e da capire, in base a quali altri strani alambicchi della ragione è possibile ed è consentito allargare la maggioranza di Governo – con o senza (im)moral suasion – mentre è assolutamente precluso e mortificato (dalla mortifera mano) il ruolo del Parlamento e l’operato nei suoi mutati assetti.

Risulta qui utile ricordare che l’Italia è Repubblica parlamentare, a democrazia indiretta, e, sempre secondo il dettato costituzionale (art. 67), “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.

Unici strumenti di democrazia diretta sono il referendum e le leggi di iniziativa popolare. Il voto ed il consenso elettorale sono, quindi, altro. Solo nell’antica Grecia esistevano le agorà. Nella nostra democrazia, questa sorta di richiamo alla piazza, è pura demagogia.

Facciamo, inoltre e garbatamente, notare che il “contratto” elettorale non contemplava in sé l’arbitrio di legiferare, con lodi o senza, in evidente contrasto con la Costituzione, né lasciapassare per particolari e ulteriori estensioni di privilegi per pochi a scapito dell’interesse collettivo.

Se permettete: uno più libero di me circoscrive e danneggia la mia libertà e, in buona sostanza, la rende più vulnerabile.

Questo per significare che il, sempre presunto, vincolo contrattuale rispetto ai propri elettori, legato al programma, non può avere validità a corrente alternata e secondo particolari convenienze.

L’attrazione verso questa “legge del più forte”, estesa in ambito economico, politico, mediatico, senza regole da rispettare e cui sottostare, costituisce un’inarrestabile e pericolosa alterazione e deriva, che esige – ora e a gran voce – un “ritorno alla norma” (oltreché alla normalità).

Ancor più nel momento in cui la crisi politica, sconfina in crisi istituzionale, di vero e proprio conflitto tra poteri, alimentata da un irrefrenabile istinto di conservazione, disposto e indirizzato a generare il caos.

Occorre evitare soluzioni, apparentemente sensate, generatrici di (im)prevedibili disastri, soprattutto economici, riferiti anche all’equilibrio e alla tenuta dell’unica entità Stato esistente in questo paese.

Questa nuova Babele, dove proliferano i linguaggi che non lesinano offesa e vilipendio alle istituzioni, questa inciviltà politica, condotta per propria mano e per interposta persona, vanno arginate: per il bene della democrazia, divenuta alterazione e manipolazione del consenso, per la salvaguardia dell’equilibrio istituzionale tra i poteri riconosciuti, che tra loro si riconoscono e si rispettano, senza indebite ingerenze.

Spetta alla politica farsi carico di quest’atto di difesa verso una Costituzione che è attribuzione di diritti e di doveri.

L’appello finale, rivolto a tutte le forze parlamentari e a ciascuna singolarità, capace di far valere e pesare la propria autonomia e dignità politica e personale, è quello di tornare alla Costituzione, come sorgente del diritto, da cui tutto discende.

Altre sorgenti non esistono. Se non a seguito del nostro essere sempre e innanzitutto rispettosi a quel giuramento.

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