S’ode a destra uno squillo di tromba, a sinistra risponde uno squillo?

31 08 2010

Qualche settimana fa “La Stampa” ha pubblicato l’analisi di Barbara Spinelli sull’attuale situazione politica.

La necessità, che il centro e la sinistra tengano il passo e riescano ad andare oltre il semplice “la maggioranza è morta” resta, ancor oggi, all’ordine del giorno. Non si tratta di dar corpo ad un rinnovato e più esteso antiberlusconismo privo di contenuti e ad una politica “contro”.

Piuttosto, occorre cogliere questa opportunità per dar vita ad un’ulteriore, seria analisi sulle possibili vie d’uscita dal caos odierno. Verificare l’esistenza di un’alternativa che possa trovare, nell’alveo della nostra democrazia parlamentare, una maggioranza disposta a farsi carico delle sorti del nostro paese.

La strada maestra non può che essere politica e parlamentare. Occorre coraggio ed è opportuno abbandonare reciproche diffidenze e retaggi del passato. Urge riportare la nostra democrazia al suo stato di grazia. Evitare il diluvio, il terremoto istituzionale, il massacro della democrazia ridotta a macerie.

Alcuni rimproverano alla svolta finiana l’incomprensibile ritardo, oltre a sottolineare l’estrema vicinanza, la piena adesione e complicità, riferite a tutti i provvedimenti legislativi, adottati per interesse privato e puntualmente avallati.

Non pensiamo sia tempo di divisioni.

Ancor meno utile privilegiare interessi di parte, nella speranza che, tra i due litiganti, i terzi possano trarne vantaggio. E’, inoltre, auspicabile, in questo delicato frangente, che non si alimenti la faida fratricida anche sulla rive gauche.

Non si può più fingere, alla luce di tutto l’emergente malaffare, che non esistano responsabilità politiche, nella scelta di alcuni personaggi, discussi e discutibili, nel sodalizio con affaristi, faccendieri, uomini di paglia e prestanome.

Il problema è anche di questa natura: chi non ha saputo scegliere i “suoi” uomini è, come minimo, sprovveduto e, ancor peggio, un incompetente (sotto il profilo politico). Per questo non c’è altra possibile via d’uscita, se non quella di sfiduciare chi ha dimostrato d’essere incapace a governare, se non tramite emergenze a copertura di un affarismo politico e continuando a legittimare e giustificare l’illecito.

In questo clima avvelenato e con questa legge elettorale non è mentalmente sano chi rivolge lo sguardo all’avventurismo populista, unico prevedibile risultato che in molti vorrebbero opporre alla montante indignazione e alla consapevolezza che sta risvegliando le coscienze d’una cittadinanza attiva non più narcotizzata.

Il livello democratico si è notevolmente ridotto. Le regole del gioco sono palesemente alterate.

La legge elettorale ha prodotto un Parlamento autoreferenziale, in forte contraddizione – se non in antitesi – con l’interesse collettivo, sempre chiamato e costretto, a colpi di fiducia, a soddisfare i desiderata e le impellenti necessità del Premier.

Ma possiamo continuare a sperare non esistano solo peones o silenti servitori.

La politica si è deformata a tal punto da divenire continua copertura (peloso garantismo), utilizzata come scappatoia alla via giudiziaria riconducibile sempre, si badi bene, a fatti, vicende e reati pre-politici.

L’anomalia originaria, di un conflitto d’interessi, che negli anni si è moltiplicato ed è volto al plurale, è divenuta sistema e sistematica mistificazione della realtà, estesa a fatti, vicende, commistioni, malaffare e malversazione, consumate in ambito politico (profittando del proprio ruolo per trarre vantaggio o tornaconto personale e familistico).

Ferma restando la presunzione d’innocenza, non si può pretendere che garantismo sia sinonimo di impunità o possa costituire salvacondotto, valido alibi o prerogativa di irresponsabilità.

Davanti a tanto disprezzo e tanta arroganza non possiamo più non indignarci o rivolgere lo sguardo altrove.

L’enfasi del consenso (che celebra il proprio e nega quello altrui), si è materializzata in questi anni, per mezzo della potenza di fuoco dei media a direzione unica (quelli che entrano in tutte le case e di cui gran parte dei cittadini si nutre; non quelli che si ha la libertà di comprare o meno) e a causa di una legge elettorale che produce un’alterazione dei numeri reali.

Tutto questo necessita di una correzione in senso democratico e pluralista.

Questo consenso elettorale – di cui ciascuno di noi è parte – non può essere interpretato a proprio piacimento. Né deve rappresentare una minaccia l’eventualità di tornare al voto, sempre paventata a eterno dispregio del dettato costituzionale.

Esistono, prima, altre possibilità: per l’ovvio motivo che, nonostante gli artifici e le mirabolanti alchimie verbali, non si è andati oltre la sola e semplice adozione di un sistema elettorale, fermi restando i ruoli istituzionali e la prassi costituzionale da seguire per la crisi di governo (e, a questo punto, istituzionale).

Ecco perché l’assunzione di responsabilità, in questi mesi, sarà determinante per il futuro dell’Italia.

Occorrono coraggio e determinazione. Quel coraggio, che è poi forza, dei grandi uomini di Stato, degli infaticabili e inossidabili servitori dello Stato, chiamati – nessuno escluso – da destra a sinistra e viceversa a dare una soluzione politica condivisa.

Prima che arrivi l’inferno: la sinistra risponda allo squillo!





Alla deriva: la politica dell’impolitico.

21 08 2010

L’attuale deriva della politica italiana e dell’Italia tutta, sempre più vittima di una continua involuzione e decadimento, sembra figlia legittima del processo di acculturazione di pasoliniana memoria.

Come risultato l’ulteriore distanza tra due mondi più che mai alieni: la politica (ormai piccola e meschina) e il vivere quotidiano delle persone comuni (quella che si definisce, non a caso, “società civile”, come se dall’altra parte regnasse e vigesse l’inciviltà).

Si è perso (la classe dirigente ha totalmente smarrito) il senso e la percezione della realtà, la ragione di sé, del suo mandato e dei problemi reali dei cittadini.

Da troppo tempo si manifesta disattenzione, che a tratti sconfina nel disprezzo, verso tutto ciò che non origina da cooptazione, nepotismo e servilismo, affarismo e mercificazione, in un sistema sempre più oligarchico, impenetrabile, chiuso (e, pertanto, ostile rispetto al mondo circostante), sino a cancellare qualsiasi residuo di democrazia esterna e interna (che si traduce, alla fin fine, in negazione della democrazia tout-court).

Tante, troppe sarebbero le parole da “spendere”, forse inutilmente, in un interminabile j’accuse!

Chiamatelo pure qualunquismo. Chiamatela antipolitica. Chiamatela come volete e come vi pare e piace.

Ma proviamo a dare una risposta ad una sola domanda: “L’ostilità e il senso di distacco da chi o da cosa deriva, se non da questa distanza tra paese reale e politica aliena?”

Il crescente astensionismo è o non è segnale di questo divario e questa disaffezione che divengono incolmabili?

Sempre più spesso, il confronto politico si traduce in scontro aprioristico, che nega qualsiasi possibilità di dibattito serio, anche acceso e animato, per ridicolizzare-radicalizzare la disputa con l’avversario interno o esterno (vissuto come nemico da abbattere, sovente non prima d’averlo opportunamente dileggiato, se non vilipeso).

Lo spartiacque destra-sinistra (antistorico rispetto all’evoluzione sociale) è rimasto avvolto dal e nel furore ideologico, anziché concretarsi nella diversità di soluzioni proposte a fronte di questioni epocali (immigrazione, bioetica, diritti civili, assetto istituzionale, per citare solo alcuni possibili esempi); cioè su temi e problemi che, non da oggi, travalicano la discriminante ideologica e dovrebbero coinvolgerci tutti.

Chi esprime perplessità e posizioni non conformi è necessariamente collocato sul fronte opposto o viene tacciato di anti-italianità.

Destra e sinistra (o per usare altri termini ormai desueti, fascista/comunista) assumono la veste (logora) di epiteti e di aggettivazione dispregiativa, dell’una contro l’altra parte o nello stesso contesto politico d’appartenenza, per (s)qualificare i non-allineati (il libero pensiero, la criticità, il sano dubbio e la non omologazione).

Seguire tutti questi rinati istinti primordiali non giova a nessuno: non a questo Paese, non alla nobiltà della Destra e della Sinistra (storiche), non alla Politica, non alla Convivenza Civile e Democratica, ancor meno alla Cultura.

Alimentare, sempre e comunque, a ranghi serrati, il tribuno della plebe di turno o il leader sedicente carismatico (in un’era priva di carisma, in un’epoca di nani dove quello un tantino più alto figura ingigantito), è una forma di populismo deteriore, che mortifica e porta i cervelli all’ammasso.

Significa legare il proprio destino alle fortune e miserie di un singolo, che dietro sé – assai spesso – può lasciare solo macerie.

E’ tempo di entrare nell’era della post-mediocrità.

Verrà il tempo di andare “avanti”, dar vita ad una sorta di Kadima italiana, non necessariamente in forma elettorale, un trasversalismo e un’unità di nobili ragioni e intenti, sulle grandi questioni che coinvolgono l’Italia, di tutte le forze parlamentari, che sappiano interpretare il senso di malessere, di mancata appartenenza di molti all’uno e all’altro schieramento e tradurla in pensieri e azioni (pro)positive e di crescita per una società non più vittima dell’involuzione e dell’oscurantismo.

E’ sempre più urgente e necessario colmare questa anomala distanza tra politica e partecipazione. Se vogliamo che la politica e la democrazia (cor)rispondano alla partecipazione.

Certo è che, ora come ora, questo divario pare non interessare tutti coloro che riempiono il vuoto con l’alterazione del consenso. Poco importa se il corpo elettorale si restringe.

Cito, come esempio, l’affluenza alle urne alle ultime elezioni provinciali di Cagliari: al ballottaggio ha votato il 25% degli aventi diritto. Il candidato del centro-sinistra ha vinto col 52% dei voti. Traduzione: quel 52% equivale al 13% di consensi, se depurato dalle alterazioni a vocazione maggioritaria. Coi numeri e coi sondaggi si può, poi, giocare quanto si vuole, ma è questa la fotografia più realistica, denudata da qualsiasi enfatizzazione propagandistica.

Occorre far esplodere questo status-quo, ancor prima che imploda, perché troppo carico e denso di contraddizioni e di distanze incolmabili.

Distinguersi, definirsi da oggi “altro”, per non correre il rischio di risultare poi indistinguibili e per sottrarsi alla politica del caos.

L’aspetto paradossale, in questo Paese, resta quello di un tycoon della televisione, un antennaro, un mediocre parvenue, arrivato alla Presidenza del Consiglio, grazie all’enfasi mediatica e propagandistica ottimamente gestita da chi ricopre contemporaneamente ruoli inconciliabili, che in qualsiasi altra democrazia occidentale avrebbero mantenuto fermo il criterio di ineleggibilità.

Piaccia o non piaccia questa è anomalia tutta e solo italiana.

E’, altresì, opera dell’assurdo che un partito regionalista (altro che federalista!) abbia ricevuto consensi a causa del vuoto politico e di un malessere cavalcato in questi ultimi 16 anni.

Non si continui, pertanto, a invocare il rispetto per l’esito elettorale: ricordo, qualora ce ne fosse bisogno, che, ancora una volta, il primo a venir meno ad un simile ossequio è stato lo stesso Signor B (quando gridava ai brogli, chiedeva di ricontare i voti e non voleva “scollarsi” da Palazzo Chigi, preda – anche in quella circostanza – di un delirio e di un’ossessione incontrollati).

Parliamo della stessa persona che oggi inveisce, in maniera scomposta, davanti all’istanza della Bresso o grida al tradimento dei ribaltoni (quando è lui il ribaltabile) e ai complotti, dopo esser stato attore di analoghi tentativi verso l’ultimo governo Prodi. Anche in quella circostanza senza lesinare “bastonature” mediatiche ai senatori a vita.

Una ossessione continua che, tra le tante storture, ha generato anche l’impossibilità di un dibattito che risulti un minimo costruttivo.

Ormai è chiaro che la contesa travalica destra e sinistra.

L’ossessione non è più di una sinistra “malata” che vede, da sveglia o in sogno, Signor B dappertutto.

La contrapposizione è tra chi, sempre e comunque, amplifica “la voce del padrone” e chi vorrebbe tornare ad una normale dialettica politico-istituzionale, in un paese autenticamente democratico.

La sensazione è che sia giunta la fine di un’epoca, il tramonto di un’epopea, il crepuscolo di un’epica, tutta costruita su un (pre)potere che esalta sé stesso.

D’altro canto anche l’adesione ad un potere “monolitico” non è destinata a reggere in eterno, ancor meno se non più ispirato da valori liberali, democratici e pluralistici, ma solo dominato da vassallaggio, cooptazione, nepotismo e familismo (per non usare l’aggettivazione più appropriata: servilismo).

L’incapacità di gestione politica in tutti questi anni, eretta a sistema, persino nei grandi eventi e profittando delle disgrazie altrui, non può pretendere impunità.

Specie laddove traspare che si siano “mangiati” tutto l’”abbrancabile” e che il tentativo sia stato quello di legittimare l’illecito.

Oltre e al di là dell’illecito, che spetta a chi di dovere perseguire, non è pensabile che continui a vigere e sopravvivere un criterio di irresponsabilità politica nella scelta degli uomini sbagliati.

Il primus inter pares non può dichiararsi estraneo a responsabilità politiche che riguardano, sempre a titolo d’esempio, la nomina di ministri, sottosegretari e coordinatori di partito.

La contesa, dunque, è tra chi ha rispetto per le regole, la democrazia, gli equilibri istituzionali e chi, quotidianamente, gestisce l’impero con atti d’imperio legislativo (pro domo sua e i suoi famigli).

Arrivati a questo punto e dai segnali provenienti da diversi ambiti, pare sia il paese reale a non reggere più.

L’auspicio è quello di veder (ri)sorgere una destra e una sinistra laiche, repubblicane, pragmatiche, relativiste in tema di valori, politicamente e reciprocamente corrette. Se sarà questo lo spartiacque destinato a permanere.

Ecco qual è la speranza: vivere, finalmente, in un paese normale, normalizzato e pacificato.

L’anomalia è così grande da esser diventata sin troppo evidente: quel che i francesi avevano intuito per tempo rispetto a Bernard Tapie, quel che avevano scongiurato gli statunitensi rispetto all’ascesa di Ross Perot, quel che gli spagnoli non hanno consentito a Jesus Gil, quel che in Italia, seppur con ritardo, non è stato perdonato a Craxi…. ho sentore (non certezza) che capiterà, ancora una volta con notevole ritardo, a questo Signor B.

Senza l’ausilio di ipotetici complotti.





Da “sinistra” a “destra” e viceversa: deberlusconizzare la politica.

20 08 2010

Cos’è l’antiberlusconismo odierno? (etimo – non a caso – di medesima origine berlusconiana, cioè proveniente dalla stessa casa di produzione).

E’ la condanna definitiva e senza appello – per l’entità del grave tradimento allo spirito liberale e la sua piena adesione ai retaggi del passato che non passa – a una politica, non solo delle leggi per questioni personali, ma del legiferare sotto “dettatura del potere”.

E’ l’accantonamento della personalizzazione nella politica, senza sostituirla con altri personalismi, che si è via via trasfigurata nell’impoliticità.

E’ il no al disprezzo per le intelligenze, per la cultura, per il pensiero distinto e distante dalla massificazione della società.

E’ la caduta della linea del confine forzista, pervaso da ideoligizzazione forzata, che ora si apre ad un’era post-ideologica, da cui potrebbe nascere un rinnovamento capace di mantenere nel tempo la sua modernità e la sua adeguatezza alle aspettative di una società (assetata e affamata) che questo invoca da tempo.

E’ la politica di chi si dissocia dal gusto dell’effimero e miserrimo propagandismo da crociata, dell’uomo medio e della medietà mediata ed amplificata dai media.

Sono gli occhi e la percezione, non più narcotizzati e resi ciechi, sordi ed afoni, che si spalancano davanti alla maschera, inceronata o meno, che si strappa e oramai disvela come “ab uno disce omnis” (da uno capisci come sono tutti).

E’ il distinguo del sé dagli altri, il rendersi totalmente estraneo alla piaggeria, a coloro sempre pron(t)i a obbedire, alla mortificazione dell’io che, in un’assoluta perdita d’identità e di dignità personale, si affida ad un mediocre.

E’ la presa di coscienza di un’Italia e di ciascun cittadino che rivendichi il diritto di cittadinanza e partecipazione attiva, che non merita tanta bassezza, quest’incessante decadimento sociale, economico, politico e culturale.

E’ la ribellione davanti all’”ovvio dei popoli” (sia esso di matrice berlusconiana o regional-leghista), agli slogans, all’illecito legalizzato, alla normalizzazione dell’anormalità.

E’ l’impeto di chi non è più disposto all’arrendevolezza, di chi non si rassegna al “tutti colpevoli, nessun colpevole”, di chi prova ribrezzo e schifo per il marciume dilagante, qualsiasi sia il colore o la collocazione.

E’ l’Italia, quell’altra parte (che s’allarga) e che risulta ostile a chi ha visione solo della gigantografia del suo ego (con o senza “ismo”).

E’ il diluvio che spazzerà via il becerume, la rozzezza, la mediocrità, l’improvvisazione clownesca.

E’ la richiesta di chi chiede serietà, competenza, affidabilità e capacità ad una politica, che si renda interprete dei desideri e delle necessità del paese reale.

E’ l’ultima chiamata (quasi una preghiera) alla responsabilità, al senso dello Stato, alla salvaguardia delle Istituzioni e dell’integrità morale e politica dell’Italia.

E’ l’autostima di chi non si assoggetta alla logica dell’esser famiglio di qualcuno, che si sottrae al clientelismo, al nepotismo, all’affarismo e alla mercificazione.

E’ la sfida a chi ha tirato troppo a lungo la corda.

E’ l’Italia normale che auspichiamo.

E’ la rivendicazione del pieno diritto ad indignarsi e immaginare possa esistere di meglio, rispetto all’impoliticità di un navigato politico e (im)prenditore, nei cui confronti deve esistere la libertà di opporsi e dissentire, in un paese ancora e sempre democratico.

E’ l’esistenza di un comune sentire – che poi si traduce in comune buonsenso – della cosiddetta “destra” e della cosiddetta “sinistra”: la politica come passione e impegno civile.

Viva l’Italia libera dagli interessi e dagli interessati.





La sorgente di ogni diritto.

19 08 2010

Prima di assumere le funzioni, il Presidente del Consiglio e i Ministri prestano giuramento secondo la formula rituale indicata dall’art. 1, comma 3, della legge n. 400/88.

Il giuramento rappresenta l’espressione del dovere di fedeltà che incombe su tutti i cittadini ed, in particolare, su coloro che svolgono funzioni pubbliche fondamentali (art. 54 della Costituzione).

Questa la formula: “Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservare lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione”.

Si tratta, chiaramente, di un giuramento, di innegabile solennità, imprescindibile. Si giura – è il caso di ribadirlo – sulla Repubblica italiana, non su miti e leggende di nazionalismi inesistenti, neppure si manifesta dovere di fedeltà ad un dominus.

E’ tutto il Governo che giura. Non i cittadini che giurano su un Governo.

In questi giorni, l’imperante populismo, l’alta scuola di demagogia, i ponti o tonti ripetitori, non senza irresponsabilità, minacciano (non certo invocano) il ricorso alle urne.

Sia chiaro: non si tratta di una richiesta censurabile o priva di senso, se e quando espresse nelle forme, nelle sedi e nei tempi opportuni.

Piccolo particolare, di rilevante importanza, per i fedeli amanti della legalità e del rispetto delle regole, è che, preliminarmente, non si possono saltare a piè pari i passaggi costituzionali (di quella Costituzione ancor vigente, la stessa su cui hanno giurato), che riportano il ruolo e la centralità delle competenze e delle decisioni al Presidente della Repubblica e alle rappresentanze parlamentari, opportunamente consultate, al fine di pervenire a giuste e condivise soluzioni. Sempre nel prioritario interesse della Nazione.

L’alternativa non è, dunque, tra amici e nemici del popolo, tra voto e non voto.

La vera alternativa è tra chi rivendica la pienezza del suo ruolo e delle sue prerogative e chi, invece, con i soliti atti d’imperio, propende per il vuoto (elettorale o meno).

Perciò, l’equivoco di chi scambia il voto come ex voto (quasi atto di fede offerto alla divinità), l’appellarsi al rispetto del programma elettorale, il continuo teatro dell’assurdo che marca – ancora una volta – il divario tra Costituzione formale e materiale, a proprio uso e consumo, sono opera alchemica dei due signori di serie B.

La Costituzione, anche in questo caso, mantiene il suo ruolo di legge fondamentale, rispetto alla quale non possono esistere eccezioni.

Tutto il resto sono inclinazioni e orientamenti – che ci fa piacere conoscere in anticipo – dell’ampollosa Pagania (sì avete letto bene!) e di chi l’anticipa o la segue.

Ci fa piacere assistere a questo inossidabile sodalizio e a questa identità di vedute tra (per usare il lessico e le espressioni regional-leghiste) “potere romano” e nuovi, obbedienti proconsoli romani, di ormai tradite e perse origini (nordiste?). Ci dà l’esatta misura dell’imprinting, rapido e irreversibile, che l’uno è riuscito ad imporre (indurre) sull’altro.

Ci fa capire meglio quest’impero dei sensi e questo reciproco attaccamento che, i presunti vergini e neonati nel II atto della Prima Repubblica, nutrono verso il potere e chi temporaneamente lo incarna.

Sul rispetto contrattuale del programma elettorale c’è, poi, da dire e da capire, in base a quali altri strani alambicchi della ragione è possibile ed è consentito allargare la maggioranza di Governo – con o senza (im)moral suasion – mentre è assolutamente precluso e mortificato (dalla mortifera mano) il ruolo del Parlamento e l’operato nei suoi mutati assetti.

Risulta qui utile ricordare che l’Italia è Repubblica parlamentare, a democrazia indiretta, e, sempre secondo il dettato costituzionale (art. 67), “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.

Unici strumenti di democrazia diretta sono il referendum e le leggi di iniziativa popolare. Il voto ed il consenso elettorale sono, quindi, altro. Solo nell’antica Grecia esistevano le agorà. Nella nostra democrazia, questa sorta di richiamo alla piazza, è pura demagogia.

Facciamo, inoltre e garbatamente, notare che il “contratto” elettorale non contemplava in sé l’arbitrio di legiferare, con lodi o senza, in evidente contrasto con la Costituzione, né lasciapassare per particolari e ulteriori estensioni di privilegi per pochi a scapito dell’interesse collettivo.

Se permettete: uno più libero di me circoscrive e danneggia la mia libertà e, in buona sostanza, la rende più vulnerabile.

Questo per significare che il, sempre presunto, vincolo contrattuale rispetto ai propri elettori, legato al programma, non può avere validità a corrente alternata e secondo particolari convenienze.

L’attrazione verso questa “legge del più forte”, estesa in ambito economico, politico, mediatico, senza regole da rispettare e cui sottostare, costituisce un’inarrestabile e pericolosa alterazione e deriva, che esige – ora e a gran voce – un “ritorno alla norma” (oltreché alla normalità).

Ancor più nel momento in cui la crisi politica, sconfina in crisi istituzionale, di vero e proprio conflitto tra poteri, alimentata da un irrefrenabile istinto di conservazione, disposto e indirizzato a generare il caos.

Occorre evitare soluzioni, apparentemente sensate, generatrici di (im)prevedibili disastri, soprattutto economici, riferiti anche all’equilibrio e alla tenuta dell’unica entità Stato esistente in questo paese.

Questa nuova Babele, dove proliferano i linguaggi che non lesinano offesa e vilipendio alle istituzioni, questa inciviltà politica, condotta per propria mano e per interposta persona, vanno arginate: per il bene della democrazia, divenuta alterazione e manipolazione del consenso, per la salvaguardia dell’equilibrio istituzionale tra i poteri riconosciuti, che tra loro si riconoscono e si rispettano, senza indebite ingerenze.

Spetta alla politica farsi carico di quest’atto di difesa verso una Costituzione che è attribuzione di diritti e di doveri.

L’appello finale, rivolto a tutte le forze parlamentari e a ciascuna singolarità, capace di far valere e pesare la propria autonomia e dignità politica e personale, è quello di tornare alla Costituzione, come sorgente del diritto, da cui tutto discende.

Altre sorgenti non esistono. Se non a seguito del nostro essere sempre e innanzitutto rispettosi a quel giuramento.





Il ruolo di Fini

10 08 2010

Gianfranco Fini sarà chiamato a porre un ulteriore sigillo alla difesa della legalità, della democrazia e dell’integrità socio-politico-economica dell’Italia.

E’ in arrivo l’ennesimo diluvio (non so stabilirne i tempi certi: genericamente da settembre a seguire) imminente ed immanente, cioè connaturato nella politica del federalismo separatista e di chi lo avalla.

Il vero pericolo – al di là degli attuali prevedibili e previsti tentativi di delegittimazione (facenti parte degli usi e dei costumi illiberali e ormai consolidati di signor B e dei suoi famigli: l’infeltrito o il liberto, cui la mattina levano il morso del cavallo per farlo andare a briglie sciolte), degli arrembaggi operati attraverso campagne acquisti – è dato dalla conferma dell’asse BB.

Non è Brigitte Bardot, non è la Banda Bassotti, non è un nuovo Bed & Breakfast.

E’ l’asse Berlusconi-Bossi o Bossi-Berlusconi (non si capisce bene chi manovra chi? A fasi alterne l’uno eterodiretto dall’altro).

Al primo signor B, seguace del regionalismo travestito da federalismo, interessa poter contare su quel bacino elettorale per mero mantenimento del potere e per fratturare – ancora una volta – il Paese.

Temo sarà la dicotomia Nord-Sud, dopo l’uso strumentale della forzatura ideologica (comunismo/anticomunismo, berlusconismo/antiberlusconismo), la nuova divisione da cavalcare.

Al secondo signor B, antesignano del regionalismo nordista in salsa federalista, interessa la sponda berlusconiana, quale grimaldello per scardinare l’Unità Nazionale, secondo un preciso disegno, mai abbandonato, di disgregazione.

E’ innegabile che la Lega non abbia (mai avuto o dimostrato) una visione unitaria del federalismo che, anche nella sua parte propagandistica, si limita a egoistiche banalità/idiozie quali: il Veneto ai veneti, la Lombardia ai lombardi, il Piemonte ai piemontesi, Roma ladrona, Padroni a casa nostra… e fuori gli immigrati (vecchi e nuovi terroni del Sud del mondo) dal Nord.

I recenti e rinati accenti del Bossi di “lotta” (in uno sdoppiamento e un pensiero dissociato, grazie ai quali vorrebbe rendersi estraneo al “governo” di cui è colonna portante) sono un brutto presagio. Niente da ridere.

Ovvio che, l’eterna banalità del potere, riconduce il tutto a puro folklore (sapere del popolo?).

In realtà questo rinnovato impeto, questa violenza verbale e gestuale, questo ripresentarsi e rappresentarsi nel dualismo Stato-AntiStato (formula che il capopopolo adotta per imbonire e gabbare il suo popolo, sempre coinvolto in racconti mitici e leggende, assai distanti dalla realtà) malcelano il disegno e il movimento eversivo che si sta materializzando in questi giorni.

La deformazione del consenso, sempre chiamata ad invalidare il rispetto delle regole, della legge e del dettato costituzionale, orientata al ricorso alla piazza, deve acuire la nostra passione per la difesa dell’integrità nazionale e deve far appello a tutti coloro che hanno intuito la posta in gioco e i rischi che corriamo.

Ecco perchè, in nome di questa difesa, che si sostanzia poi nella tutela della legalità, della democrazia e dell’interesse economico collettivo, saremo chiamati a dare altre testimonianze. Saremo tutti chiamati a spiegare ad ogni cittadino (assai migliore dell’informe definizione di popolo) l’inganno berlusconiano e leghista: di un federalismo che sottrae risorse, di un macro-regionalismo ridotto e divenuto magro regionalismo.

Una strenua opera di salvaguardia (anche per rispondere e dar seguito all’appello del Presidente della Repubblica nel suo recente invito a salvaguardare la continuità istituzionale), che possa servire alle persone dotate di buonsenso, di tutto l’arco parlament are, a “ricondurre alla norma” l’Italia: per evitare il tracollo, per rispondere a questa incapacità economica, questa rozzezza politico-intellettuale e fronteggiare l’orda dei nuovi barbari della politica.