L’insulto dell’ometto insulso

8 12 2013

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La nuova caccia all’untore, orchestrata sul suo blog cloaca, dal vecchio comico che non fa più ridere, è quanto di peggio la sua mente malata potesse concepire. D’altra parte l’ometto in questione non è mai stato in grado d’esprimere altro, rispetto alla bavosa rabbia con cui, quotidianamente, alimenta e aizza il suo mini esercito di lobotomizzati.
Alla pari si collocano le sue rappresentanze parlamentari, pròtesi del e protési nel medesimo delirio: affannati signori nessuno che fanno a gara per compiacere e tentare di superare il loro maestro.
Che dire poi del presunto ideologo Becchi: una sorta di vecchio rottame dal fantasioso eloquio e dalle altrettanto bizzarre teorie costituzionali, forse acquisite di rimando dal peggior Berlusconi.
Si tratta – per tornare a bomba – dell’ennesima iniziativa, architettata nella disperata ricerca di quell’amplificazione che non viene più concessa all’incessante idiozia dilagante del vecchio comico para guru.
Nella fogna a cielo aperto, nonchè sede sociale del MoVimento, tutti i nuovi camerati si possono così, allegramente esercitare nella tecnica mista dell’insulto e della violenza, per ora, verbale, di chiara matrice e ispirazione pre e post nazifascista.
Che quest’omuncolo, sin dalle origini, fosse un piccolo neofascista, che fa più schifo che spavento, era e resta cosa nota.
Verrà il giorno in cui potrà serenamente godersi tutti i vaffanculo che merita la sua natura di uomo insulso, confuso in mezzo a molti altri.





Il vanto delle parole al vento

17 11 2013

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Capita, sempre più spesso, di sentire discorsi e proclami dai quali emerge l’abisso tra il dire e il fare.
È, da sempre, la miglior attitudine d’una intera classe politica che, immersa in un’incessante sceneggiata, propone irraggiungibili miraggi ad un popolo asservito, che tutto concede, tutto accetta e tutto metabolizza.
L’italiano medio, sovente costretto e propenso alla mediocrità, ama credere alla potenza persuasiva delle parole al vento, adora farsi rappresentare da identica mediocrità, si tratti di esponenti di maggioranza o di opposizione.
Così qualsiasi contraddizione, che puntualmente si manifesta tra l’astrazione delle parole e la concretezza dei fatti, passa come se appartenesse all’assoluta normalità.
È perciò normale, per esempio, che il Partito Democratico censuri il malaffare altrui ed invochi la sempreverde questione morale (degli altri), mentre si dimostra totalmente cieco, muto e sordo all’indomani delle vicende giudiziarie che coinvolgono un suo intero gruppo dirigente e una sua rappresentanza consiliare: è, tra i tanti, il caso dell’inchiesta giudiziaria che, in Sardegna, vede indagati per peculato 33 esponenti del centrosinistra e, tra questi, la vincitrice delle Primarie (per pochi intimi) Francesca Barracciu ed il Segretario del PD isolano Silvio Lai.
Su questo presunto allegro utilizzo dei fondi ai gruppi consiliari e sulla presunta gestione dell’intero partito da parte d’una sorta di comitato d’affari (personali e privati), domina e perdura un irritante silenzio assoluto, da parte del gruppo dirigente nazionale e dei candidati alle Primarie. Tutti imbarazzati silenti, in altre occasioni particolarmente loquaci e accaniti sostenitori dell’irrinunciabile moralità nella politica, in casa altrui, mai nella propria.
È altrettanto normale che un paladino della giustizia sociale ed economica, come Vendola, intrattenga un’amorevole conversazione telefonica, col portavoce dell’odioso (a parole) capitalismo mortifero dell’Ilva, nel corso della quale se la ride ed elogia il comportamento spavaldo, arrogante e maramaldo di quest’ultimo nei confronti d’un giornalista, colpevole d’aver osato esprimere una domanda scomoda.
È normale che un mediocre oppositore come Grillo blateri di democrazia diretta e amministri il suo movimento attraverso un direttorio composto da famigli e sodali.
È normale che, sempre il Partito Democratico, in Sardegna, non abbia a suo tempo mai sollevato obiezioni sul conflitto di interessi di un Renato Soru, laddove alcuni appartenenti alla sua azienda sono stati chiamati a ricoprire ruoli in chiave politica, secondo medesima logica da partito azienda.
È normale che la messinscena del centrodestra, costretto a simulare un’insanabile scissione, si traduca poi nell’ennesima, insanabile anomalia d’un centrodestra riunito e pronto ad immolarsi per la salvezza del suo padrone.
È normale che la Ministra Cancellieri finga d’essere intervenuta per questioni umanitarie sul caso Ligresti e trascuri tutte le altre implicazioni, politiche e personali, che esistono dietro quella vicenda.
Insomma è del tutto normale che un’intera classe politica e dirigente continui ad esibirsi in finzioni, bugie, simulazioni, pantomime e possa impunemente menar vanto delle sue consuete ed abusate parole al vento.
E questi erano solo pochi esempi offerti dall’inqualificabile spettacolo della politica.
Poche gocce di quell’amaro che quotidianamente siamo chiamati ad ingoiare.





(il) Marcio su Roma

26 09 2013

berlusconi





L’arrivista digitale

5 09 2013

354px-LaBoétie001-11829465 Con l’avvento del settarismo grillista è emersa una nuova categoria socio-politica, destinata a godere di effimera gloria: si tratta dell’arrivista digitale.
Questo nuovo soggetto è in grado di esprimere opinioni ortodosse o, in alternativa, dissidenti.
Nella sua veste organica è personaggio sedicente anti e contro, conforme al pensiero unico e totalizzante, smanioso d’entrare a far parte d’un nuovo sistema, a buon diritto e a pieno titolo, per la rigorosa osservanza.
Nella sua variante, per semplificare, si tratta di arrivista che si sente arrivato, le cui aspirazioni, probabilmente, erano quelle di occupare un ruolo e una qualche centralità nel regime vigente.
L’arrivista digitale può assumere mutevoli forme, a seconda della propria natura, provenienza e convenienza: può essere un blogger che lava più bianco degli altri, un apocalittico paraguru in disarmo da precedenti esperienze, prima e sempre aderenti al sistema ora da abbattere, una retroguardia di pregresse e non altrettanto fortunate militanze politiche, uno dei tanti parvenus, in cerca della lotteria vincente, una star (de)cadente e ben pasciuta, avvezza alla discreta popolarità oggi tradotta in populismo più o meno dilagante, col vizio del comando.
In alcuni casi l’apparente tenace riluttanza al mezzo televisivo deriva, paradossalmente, da una sovraesposizione a quest’ultimo, che gli ha garantito successo e vanagloria: si parli del capobastone, titolare di tutti i diritti e copyright, o del blogger auto-incensante che ama garantirsi l’ultima parola.
Gli strali che vengono lanciati contro l’orrido nemico esterno sono indirizzati, a stretto giro di posta, dagli ortodossi agli eterodossi.
Il radicalismo di massa, del verbo unico e della verità incontrovertibile, porta con sè tutti i vizi dell’avverso regime: la cancellazione delle minoranze, la censura, l’indisponibilità al ragionevole confronto con l’altrettanto ragionevole dissidenza (costretta e relegata ad essere tale dalla totale assenza di dibattìto interno).
Lo spartiacque divide le teste pesanti da quelle pensanti, il dualismo si manifesta tra chi afferma di voler abbattere un sistema irrimediabilmente marcio e chi, tra le macerie, individua qualche residua possibilità di dialogo e, conseguentemente, di praticabile alternativa riformatrice.
La Guida Suprema degli arrivisti digitali ortodossi è fiancheggiata da un Consiglio dei Guardiani che tiene sotto stretta sorveglianza gli afoni portavoce del popolo ed è sempre pronta a reprimere l’eresia del libero pensiero e dell’azione… è, d’altra parte, assai noto che il modello iraniano ha un suo discreto e irresistibile fascino.
La democrazia digitale vive e si nutre di meri enunciati: la teoria non deve necessariamente e obbligatoriamente trovare riscontro e conforto nella prassi.
La Guida Suprema diffida di tutto e di tutti, compresi gli aderenti non pienamente fidelizzati.
Gli ortodossi, a seconda delle loro predilezioni, devono quotidianamente recitare il loro “Hoshana”, con le possibili varianti che inneggiano al “Duce! Duce!” o al nuovo Imam che guida e illumina il suo personalissimo esercito di lobotomizzati.
La Guida Suprema sfrutta con cinismo l’illogica del nemico dappertutto, alimenta la follia della folla e aizza la pazzia della piazza, sottraendosi, nel caso, a qualsiasi diretta responsabilità derivante da quel che dice e quel che accadrà, suo malgrado.
L’arrivista digitale è ovviamente molto social… climber.
Nella sua forma primordiale e non evoluta sconfina nel servilismo, a maggior garanzia di dover percorrere strade più brevi e meno tortuose, pur di arrivare senza particolari meriti.
Questo tipo di arrivismo fa coppia con un attivismo passivo ed immobile, nella trepidante attesa che gli unici titolari del diritto di parola esprimano le loro insindacabili vision e i loro editti.
Attento arrivista digitale! Il nemico, esterno ed interno, è alle porte!





L’esercito di Silvio, la guerra di Beppe e la pax di Matteo

4 09 2013

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La crisi avanza lenta, sul governo Letta, a colpi di ricatto e quotidiani penultimatum.
La destra eversiva, rispetto alle leggi uguali per gli altri e alla Costituzione, non può rinunciare alla strenua difesa del suo ideatore, del suo benevolo sdoganatore, del suo unico e sacro padre inviolabile: dopo di lui il diluvio!
Questa infaticabile ostinazione, nel voler tenere all’auge della gloria il titano tra i nani, è comprensibile, per sua origine e natura: tutti devono tutto al Silvio nazionale!
Eppure… immaginate quanti e quali ulteriori danni e quanta fascinazione potrebbe, invece, produrre e scatenare un Berlusconi eretto a vittima sacrificale, reso battitore libero, nonostante la temporanea estromissione dal Senato. Chi o cosa potrebbe impedire al leader della destra eversiva di rimanere tale? Niente e nessuno.
Un altro antisistema potrebbe giocare, in assoluta libertà, la sua ultima, definitiva battaglia.
L’esercito di Silvio dovrebbe prendere in seria considerazione una siffatta eventualità.
Immaginate, poi, l’immutata potenza di fuoco dell’impatto mediatico: casta giornalistica, stampata e non, sempre pro(n)ta a compiacere il potente di turno, garantirebbe la necessaria amplificazione all’atto di lesa maestà, perpetrato dai soliti коммунисты (kommunisty), passando per la via della setta grillina.
Questo clima da guerra civile simulata abbraccia e appartiene, a pieno titolo, all’altro uomo medio dei nuovi media che, sulle macerie di quest’Italia sull’orlo del baratro, vuole ricostruire la sua democrazia digitale (ovviamente le impronte sono solo le sue).
Quest’invasato del web, capace di concepire solo gli “i like it!”, ha dichiarato guerra a tutti, perfino ai disertori aperturisti che, forse disposti a sparigliare l’accoppiata delle larghe intese, vorrebbero offrire un’alternativa alla disfatta finale d’un’Italia ormai esausta davanti all’eterno referendum pro o contro Berlusconi.
Ma l’oltranzismo del Grillo in guerra e del suo team – si tratti di Casaleggio o di Messer Messora – non consentono aperture. À la guerre comme à la guerre non ci sono alternative.
È questo il limite cui siamo giunti a causa del proliferare dei partiti o dei sedicenti movimenti (statici) d’impronta personale: l’ortodossia col capo non contempla alcuna libertà di pensiero e d’azione. Si avanza, compatti, a testuggine!
Poco o nulla importa se, tentare di scompaginare l’attuale sistema ingessato, implicherebbe l’individuazione di possibili alleanze. Il sacro fuoco della rivoluzione non si alimenta con la trattativa, il confronto, il dibattito: le menti pensanti si accomodino fuori! Restino le (pesanti) teste di legno!
Anzi, c’è di più: per tacitare tutto questo fastidioso democratico fermento, preparatevi ad un nuovo V-day! Il palco è mio e lo gestisco io!
In questa guerra del tutti contro tutti, vissuta da ciascuno nella speranza di poter così trarre vantaggio (elettorale), scoppia – neanche tanto improvvisa – la pax nel Partito Democritico, pardon Democratico.
Tutti, quasi unanimemente, uniti attorno al Sindaco FiRenzi che, da rottamatore, ha aperto il mercato del riciclo.
Ostile alle correnti, viene da queste sostenuto con forza ed entusiasmo.
L’uomo del dolce stil novo politico, affascina, affabula, galvanizza il pubblico plaudente delle feste dem.
È giunta l’ora del nuovo che avanza nell’Italia che retrocede!
Chi tra i contendenti riceverà maggior audience?





Dura lex sed lex (?)

2 09 2013

Le avverse tifoserie che da circa vent’anni giocano all’attesa del giorno del giudizio, ora unite nel governicchio delle larghe intese lungo la stretta via, da qualche mese cercano di farci capire che non è più tempo di rispettare le leggi e le sentenze.
Cosa vi aspettate, dunque? Che giustizia sia fatta? Stupidi illusi…
Chi è più sovrano? Quella parte di popolo che, col sacro voto, si ė rispecchiata nel Silvio nazionale o chi ha amministrato la giustizia in nome di un non ben identificato popolo italiano?
Ma ė cosi chiaro! La sovranità spetta, nell’era del populismo mediatico, terrestre e internettiano, a chi ha, democraticamente, eletto i rispettivi Conducător!
Che sarà mai quest’improvviso, improvvido e ostinato desiderio che invoca il rispetto di un definitivo grado di giudizio, anzichè il purificatorio bagno elettorale?
Che modello di democrazia avete per la testa? Volete scatenare una vera guerra civile, al di là di quella simulata?
O, per caso, volete mettere in dubbio e in discussione la libertà che ci siamo fin qui impunemente concessi?
L’eversione è sempre stata parte integrante della nostra meravigliosa democrazia!
D’altra parte: cosa rafforza la stabilità democratica, se non le ormai consuete e abusate eccezioni che confermano il mancato rispetto delle regole?
Cosa dà senso al nostro Stato, se non la possibilità di sovvertire leggi, principi, persino la Carta Costituzionale, a seconda delle convenienze di parte?
È la democrazia flessibile! Quella che ci consente, per dirla tutta, d’essere ferventi sostenitori della legalità, dell’ordine, della famiglia, dei diritti per tutti, del lavoro e di quant’altro dobbiamo sostenere coram populo e sbattercene allegramente le palle in ambito privato!
Non avrete mica la pretesa che un personaggio pubblico, magari chiamato a ricoprire pro tempore incarichi istituzionali, sia un cavaliere senza macchia e senza alcun trascurabile vizio privato!
Suvvia! Non siate moralisti d’accatto, quanto il nostro essere appartenenti alla destra eversiva ci impone!
Avete idea della monotonia d’un paese autenticamente democratico e puntualmente rispettoso di tutto quanto contemplato e richiesto dal rispetto delle leggi e della legalità?
Un paese che non sa essere indulgente coi suoi rappresentanti, specchio fedele di quella parte che li ha eletti?
No dai… questo non sarebbe più il nostro bel paese!
E poi, dopo circa vent’anni, di disonorata carriera politica piegata agli interessi strettamente personali, non avrete mica l’illusoria pretesa di superare tutte le anomalie in un sol giorno… così dall’oggi al domani!
Orsù, fatevi coraggio, il peggio deve ancora venire!
Lo so, nel mezzo c’è tanto frastuono. Ma non fatevi intimorire!
C’è l’ormai ridotta polvere di stelle che spera di trarre vantaggio dalle altrui disgrazie.
C’è il moralismo straccione di chi ha voltato la faccia dall’altra parte davanti alle questioni morali.
C’è tanto di quel potere condiviso, indissolubilmente legato e reciprocamente ammanigliato, che non può osare d’additare la presunta indegnità dell’altra parte.
C’è un intero paese totalmente incapace di prevenire le anomalie e, oggi, ancora più impotente nel doverle sanare.
Devono, perciò, restare immutati gli equilibri che c’impongono di stare tutti assieme… appassionatamente.
Ce lo chiede il modello di democrazia che abbiamo accettato, senza batter ciglio, in questi anni.
Tanta merda a tutti!





Per grazia ricevuta o dell’ego me absolvo.

14 08 2013

La crisi politica perdura e segue di pari passo quella economica.
Le larghe intese della casta,  sostenuta e resa più solida dalle armate della casta stampata, perseverano nel loro unico intento di autoassolversi e garantirsi una continuità politica basata sull’alternanza nel malgoverno.
Il  migliorista, del tanto peggio tanto meglio,  si dice ora pronto e attento a valutare l’ipotesi di condonare qualsiasi nefandezza pre politica, incarnatasi in veste politica nel corso d’un ventennio, lungo il quale non si è posto rimedio all’anomalia, tutta e solo italiana,  del conflitto d’interessi privatissimi, che hanno trovato cura e tutela in forza d’un ruolo istituzionale gestito a propria esclusiva salvaguardia.
L’opposizione,  svilita e resa disarmata da un capo comico,  utile idiota per favorire la restaurazione della casta pron(t)a alle larghe intese,  come unica salvifica via d’uscita, lamenta una  marginalità in verità voluta, cercata e trovata.
La stessa sopravvivenza della casta legittima e dà un senso a quest’opposizione arrivista e assai poco credibile, unicamente determinata a blasonarsi del ruolo parlamentare, non per particolare merito, bensì grazie a quell’irresistibile desiderio d’auto distruzione di coloro  dimostratisi incapaci d’essere alternativa e che hanno fatto sì che il nulla ne occupasse lo spazio e la rappresentasse.
Così,  dopo vent’anni di ferrea anomalia, la normalizzazione,  in nome d’una parte del popolo sovrano,  imbonito dall’immutata potenza dell’etere,  pare l’unica soluzione praticabile.
Poco importa se si farà strame della giustizia,  della legalità e della democrazia.
Ovunque si volti lo sguardo questo paese sembra oramai diventato cultore della carta straccia,  ancor prima di quella costituzionale.
Così, per grazia ricevuta,  sopravvivono o assurgono a nuovi onori fenomeni squisitamente italiani che,  in nessun’altra solida democrazia matura, avrebbero potuto trovare terreno fertile.
Sia che si concretizzi in un vero e proprio atto di clemenza o in qualsivoglia altra forma, l’intera classe politica è accomunata in un’unica corale preghiera.
Per grazia ricevuta: lunga vita all’uomo medio dei media, erede e beneficiato delle disgrazie della Prima Repubblica che, da presunto censore di quel malaffare, sulle cui spoglie ha costruito la sua continuità politica,  viene ora eretto a uomo con un alto senso di responsabilità, nonostante tutti i suoi governi siano stati contraddistinti dall’ossessione pro domo sua.
Più che uomo di Stato, garante del suo statu quo.
Per grazia ricevuta: lunga vita a quella pletora di nani, beneficiati da chi, in quel contesto, ha assunto figura titanica, cui tutto, ma proprio tutto, devono; in primis la sopravvivenza ed il prestigio acquisiti per benevolenza del capo.
Per grazia ricevuta: lunga vita all’ibrido PD, sceso a patti con “l’avversario immaginario”, sempre più occupato a favorire qualsiasi episodio di cannibalismo politico o fratricidio, in attesa d’una definitiva dissoluzione politica e morale.
Quell’inconclusa e inconcludente esperienza post cattocomunista che ha fatto carta straccia della dichiarazione d’intenti sottoscritta col suo elettorato.
Quell’ibrido che è riuscito a mortificare l’essere di sinistra e creare così un’imperdibile occasione per far da sponda alla destra eversiva (rispetto alla Costituzione).
Per grazia ricevuta: lunga vita alle farneticazioni del Grillo (s)parlante e agli adepti da lui movimentati, già dimentichi della nuova chimera della democrazia diretta, rigorosamente in streaming, ora aviluppata nella nebulosa parlamentare, ridottasi alla rappresentanza dell’uno su tutti e omologata al tutti per uno, folgorati sulla via della setta.
Per grazia ricevuta: lunga vita al governo dell’immobilismo che vanta il merito di mantenerci sopravviventi nelle sabbie mobili.
Per grazia ricevuta: lunga vita al migliorista, del tanto peggio tanto meglio, chiamato a vegliare su quel che resta della morente democrazia in questo paese.